Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

domenica 25 ottobre 2015

Quando l'inclusione diviene occasione.




Il mio interesse verso i disturbi dell'apprendimento (DSA) e dell'attenzione-iperattività (Adhd) mi porta a cercare di continuo del materiale, sia online che cartaceo, per rimanere al passo con tutte le novità su studi e ricerche inerenti a questi due grandi tematiche.
La navigazione nei Social Network, poi, risulta essere quotidiana: in particolar modo Facebook, offre  l'occasione di incrociare numerosi gruppi dedicati a questi temi, gruppi il più delle volte costituiti e gestiti da genitori con figli Dsa o Adhd.



Frequentandoli, mi sono resa conto di come, molto spesso, lo spazio di condivisione venga utilizzato più come una sorta di mero "sfogatoio pubblico digitale", dove gli iscritti riversano la propria amarezza derivante da un rapporto, non propriamente idilliaco, con una scuola poco propensa al dialogo e ad accettare le certificazioni o i pdp (piano didattico personalizzato) necessari per una doverosa inclusione scolastica, diritto che dev'essere sempre e comunque garantito a qualsiasi studente.







Tuttavia, se ben gestiti e moderati, i gruppi Facebook permangono uno strumento social molto importante, soprattutto se lo scambio di informazioni e di materiale risulta essere molto intenso, andando così a creare una fitta rete di conoscenza digitale estremamente utile e di facile consultazione.


La quale, talvolta, si sposta nel territorio concretizzandosi in iniziative e progetti a livello locale.


Se devo essere sincera, anche la parte emotiva  dello sfogo "ci sta": se intelligentemente gestita si può rivelare, attraverso l'interazione con il gruppo, una sorta d'azione di mutuo-aiuto e di sostegno derivante dalle esperienze difficili ma comuni a tutti i partecipanti.



Insomma, se gestito bene, il gruppo diviene un elemento importante di supporto per tutti i genitori coinvolti al suo interno e valido aiuto per gli stessi. 




Ed è proprio su uno di questi gruppi che mi è capitato di leggere l'amara vicenda di una mamma che confidava lo sconforto, suscitato da una lettera, contenente la richiesta di allontanare il figlio, Adhd certificato, dal gruppo classe.


Richiesta partita da altri genitori, trovando il ragazzo in questione un "serio" ostacolo per un tranquillo e sereno svolgimento delle lezioni per tutti gli altri alunni, a causa dei suoi problemi comportamentali.


Devo dire che la  cosa mi ha rattristato moltissimo, non solo come pedagogista ma anche come madre. Sentimento che si è poi amplificato nel trovare nei vari commenti al post, altre testimonianze simili, vissute da altri genitori ai danni dei loro figli certificati Adhd.


Ma questi genitori, sì proprio quelli che hanno scelto di richiedere l'allontanamento "dell'elemento disturbante" dalla classe dei figli, sono così sicuri di aver agito bene?

Sono fortemente convinti che "spostare" altrove il problema sia una valida soluzione?


Che creare un clima omogeneo a "campana di vetro" possa essere la mossa vincente?





LA NOSTRA È UNA SOCIETÀ COMPLESSA





La nostra è una società complessa caratterizzata da un forte e fitto scambio di informazioni, dove i confini (non solo quelli geografici) si son assottigliati sempre più, avvicinando una moltitudine di persone culturalmente diverse. La tecnologia e la migrazione virtuale di massa sul web, in termini sia personali che professionali, caratterizzano in questa società un mercato del lavoro che in sé non può che rispecchiare le medesime qualità della rete: immediato, creativo, innovativo e che richiede enormi capacità di adattamento e di trovare, in un brevissimo lasso di tempo, la soluzione a più problemi.





LA NOSTRA È UNA SOCIETÀ COMPLESSA POICHÉ L'ESSERE UMANO È COMPLESSO.





L'individuo, unico e irripetibile, seppur per molto tempo si sia adeguato a un sistema produttivo basato sulla quantità e sulla standardizzazione della qualità, è oggi richiamato ad affrontare una grande rivoluzione: emerge e si realizza chi per primo trova una risposta a un bisogno collettivo, poiché è su questo che si basa la nuova richiesta. Trovare soluzioni a necessità che giorno per giorno nascono dai continui mutamenti del sistema, ormai governato da un rapido accesso ai contenuti, alle informazioni e ai beni di consumo.





LA NOSTRA È UNA SOCIETÀ COMPLESSA, DI INDIVIDUI CARATTERIALMENTE COMPLESSI, DOVE LE RELAZIONI SONO ALTRETTANTO COMPLESSE.





In uno scenario del genere, la relazione tra individui non potrà che trasportarsi addosso tutte le peculiarità appena descritte: l'interazione diviene un riflesso delle dinamiche che vanno a costituire il contesto. Per non lasciarsi travolgere, bisogna imparare sin da subito a pensare e ad agire in un ambiente, se non identico, molto simile a quello reale, perché sia l'individuo a plasmare e non lui a essere plasmato dalle circostanze.





Torniamo alla classe e al tentativo di allontanare e quindi di escludere da quest'ultima, il "problema".



Sicuramente tale alternativa diventa controproducente per i seguenti motivi:



- è una soluzione a breve termine.



Risulterà avvantaggiato invece chi imparerà guardare avanti, programmando a medio-lungo termine, tenendo conto di tutte le dinamiche presenti e che vanno a costituire la realtà sulla quale agiamo e ci relazioniamo.



- induce a pensare al singolo e non al gruppo



Una società è più civile quanto più contempla il singolo nel suo essere in gruppo, in relazione con gli altri, come comunità collaborativa e (auto)educante.  


Collaborazione, sinergia e condivisione sono le chiavi di volta per comprendere e vivere, in maniera consapevole e responsabile, questa nostra epoca dove il gruppo si alterna, sia su un piano fisico-reale che virtuale, allargandone il significato a uno più ampio e in continuo aggiornamento, creando un luogo fertile per innumerevoli occasioni di crescita e valorizzazione. Sia per il singolo individuo e di riflesso, anche per la stessa comunità della quale fa parte.


- eliminando dinamiche reali si va a snaturare l'ambiente d'apprendimento in uno privo di interferenze esterne.



Prima o poi i vostri figli usciranno dall'aula e dovranno confrontarsi, da soli, con ciò che è la realtà.





CONCLUSIONE:





Perché la scuola compia il suo dovere, che non è solo quello di trasmettere conoscenze ma anche competenze valoriali e relazionali, necessita dell'inclusione come modalità di approccio alla vita.


Escludere qualcuno perché ritenuto un problema, non è solo una soluzione umanamente riprovevole ma anche dannosa verso coloro che s'intende proteggere, poiché si andrà a togliere una grande occasione rendendoli, in futuro, maggiormente esposti al fallimento.





Ovvero,  essi non potranno confrontarsi con ciò che è altro da loro, perdendo l'opportunità di imparare che la vita è fatta di differenze, che da queste ci si può arricchire acquisendo nuove conoscenze e strategie adeguate per affrontare l'esistenza, dove il cambiamento e gli eventi non possono essere né previsti né programmati.



Escludere non significa solamente allontanare chi disturba; escludere significa soprattutto allontanare da sé opportunità e occasioni.




Quandosi toglie, si resta con meno...







lunedì 12 ottobre 2015

"Ho le mestruazioni lasciatemi in pace!" - Intervista a Gabriella Irtino



Piccola Postilla:
Questa intervista, in origine, fu pubblicata in un sito purtroppo non più online.
Trovandola interessante ed estremamente attuale, la ripropongo sul mio blog.
Attuale, sì, poiché va a toccare tematiche che in questi mesi hanno imperversato sul web, distorte però dalla disinformazione di chi ha voluto proporre questioni, di sicuro non facili da trattare ma necessarie da affrontare, come l'educazione affettiva e sessuale a scuola.
Ricordiamo che quest'ultime tendono alla conoscenza  e alla contemplazione delle proprie emozioni e delle differenze che ci caratterizzano, per una loro valorizzazione e un conseguente comune arricchimento. 
Con l'occasione di comprendere maggiormente le trasformazioni che coinvolgono il nostro corpo durante la crescita, sia a livello fisico che psichico, donando così quel senso di responsabilità e di umanità alle nostre decisioni, ai nostri gesti e alle nostre azioni, mentre siamo immersi nella relazione con gli altri.

***



Oggi ho il piacere di intervistare Gabriella Irtino, autrice del libro "Ho le mestruazioni lasciatemi in pace!".

Il libro, che poi in realtà è un diario di viaggio alla scoperta dell'universo femminile, è dedicato a tutte le donne, in particolar modo alle più giovani che  affrontano l'entrata nell'età adulta con l'arrivo della prima mestruazione.
Non vi dirò altro, anticipandovi solo che oltre a parlare del suo libro, Gabriella, vi offrirà spunti di riflessione e dialogo anche su altro, sul ruolo della donna oggi, sull'educazione sessuale, sul rapporto con il nostro corpo e la conoscenza di noi stessi che ne deriva da quest'ultimo.



Buona lettura.





Ciao Gabriella e benvenuta.  Puoi presentarti brevemente ai nostri lettori?



Salve, vivo a Torino dove mi occupo prevalentemente di benessere olistico e autoconsapevolezza. Conduco laboratori sulla sacralità e la ciclicità del corpo femminile utilizzando la Danza Sacra in Cerchio, il Movimento Energetico, la meditazione e l'espressione artistica.







Hai scritto "Ho le mestruazioni lasciatemi in pace!". Da dove nasce l'idea?



Da molto tempo pensavo di scrivere qualcosa che potesse aiutare le donne a conoscere meglio se stesse e il proprio ciclo mestruale. C'è molta ignoranza su questo tema, che viene affrontato quasi esclusivamente in ambito sanitario.


Lavorando e parlando con molte donne mi sono accorta che pochissime sono a conoscenza di come funzioni esattamente il ciclo mestruale a livello fisiologico-ormonale, ma ancora meno si conosce l'impatto energetico-emotivo che il ciclo ormonale agisce su di noi. Questa non conoscenza allontana le donne da loro stesse, dal proprio corpo, creando così grossi disagi a livello psicofisico.


Ho pensato che un'educazione dedicata alla vita ciclica delle donne non esiste e quanto sarebbe importante iniziare da subito a conoscerla e a comprenderla, così ho deciso di dedicare il libro alle ragazze adolescenti, ai loro primi anni di ciclo mestruale, in modo da avere  un'informazione semplice, corretta e nello stesso tempo approfondita.




La forma che hai deciso di dare al libro è quella del "diario", una scelta molto particolare. Ce ne parli?



Il Diario è uno strumento prezioso di conoscenza. Così come il "Disco Lunare" che ho inserito nel libro. Tenere un diario del nostro ciclo mestruale può essere utile e vantaggioso sotto diversi punti di vista. Intanto serve per rendersi conto della regolarità del ciclo; in questo modo diventa più semplice sapere quando avremo la mestruazione successiva e quando arriveremo alla fase ovulatoria. Sapere con una certo margine quando ovuliamo ci può servire per evitare una gravidanza indesiderata o per concepire. Descrivere il nostro stato psicofisico durante le due fasi principali (ovulazione-mestruazione), meglio ancora anche nelle fasi intermedie, ci regala nel tempo una conoscenza profonda delle nostre energie disponibili, degli stati d'animo che viviamo, delle nostre potenzialità fase dopo fase, giorno dopo giorno. Non ci sentiamo più in balìa dei nostri ormoni, ma riconoscendoli danziamo con loro, assecondando i diversi bisogni psicofici.




Secondo te, perché ancora oggi parlare delle mestruazioni risulta essere così difficile?



Purtroppo, ci sono ancora tante donne che credono che il loro sangue mestruale sia qualcosa di repellente! Secoli di demonizzazione del femminile, della sessualità e del corpo hanno creato questo atroce e svilente pensiero. Si sono mai sentiti discorsi del genere sullo sperma degli uomini?


La società  non solo non ci ci aiuta ad affrontare questo argomento in maniera sensibile, rispettosa e intelligente, ma limita il discorso a qualcosa di sconveniente, di cui si può solo parlarne a bassa voce.


Addirittura il termine "mestruazione" sembra per molti impronunciabile, tanto che sono stati creati diversi modi per nominarle, tutti metaforici, indiretti, come se dietro questa parola ci fosse qualcosa di sbagliato. Tutti i "segreti" e le bugie intorno al discorso del mestruo che la nostra cultura  ha alimentato, non fanno altro che accrescere un senso di vergogna e di inadeguatezza nelle donne e  l'ignoranza e l'inconsapevolezza in entrambi i sessi.


Creare tabù, ignoranza, vergogna e disprezzo intorno al mestruo, significa creare ingnoranza e disprezzo per le donne e il loro corpo.


Il titolo che ho scelto per il libro è volutamente provocatorio, ricalca molti stereotipi legati al ciclo mestruale e alle donne mestruate.


Secondo questi stereotipi sembra che quando mestruano le donne siano solo capaci di essere isteriche, aggressive, in preda alle emozioni e incapace di gestirle. Nessuno ci spiega che durante i giorni del mestruo abbiamo semplicemente bisogno di riconoscere le nostre esigenze e, soprattutto, che non abbiamo nessuna voglia di scendere a compromessi con le richieste assurde della nostra società, verso la quale tutti ci adeguiamo, mascherandoci e diventando ciò che non siamo! Le mestruazioni sono uno strumento particolarmente importante per capire che cosa ha veramente valore nella vita, per questo danno fastidio e fanno paura! A una donna mestruata non si può e non si deve chiedere di essere docile, carina, servizievole, stupida e accondiscendente, perchè non lo è! E' proprio durante i giorni della mestruazione che la donna diventa maggiormente consapevole della propria identità, dei ruoli che è costretta a ricoprire per essere accettata socialmente, delle continue menzogne che deve ascoltare, dire e dirsi!  

Le mestruazioni sono un periodo di Rivelazione/Consapevolezza profonda.
E' comprensibile che ci vogliano imbottire di analgesici.  Non si parla volentieri di mestruazioni perchè parlarne significherebbe aprire un discorso sulla vita ciclica delle donne, riconoscendo tutta una serie di implicazioni sociali che rimodellerebbero gli schemi che a tutt'oggi tengono conto soltanto del punto di vista maschile. Meglio dunque che resti un discorso tabù.





Aumentano i contagi, tra i giovani, di malattie sessualmente trasmissibili: secondo te come vivono, i ragazzi di oggi, il rapporto con il proprio corpo? Che fare a livello educativo?



A casa e a scuola diventa sempre più improbabile che si affronti un discorso educativo sulla sessualità, in parte perché, anche se sembra assurdo,  è più facile parlare di guerra e omicidi che di sesso, in parte perché i genitori non sono quasi mai al passo della velocità di disinformazione che circonda i propri figli-e. Questo ruolo, purtroppo sempre più spesso, viene lasciato alla televisione e/o a Internet. I rapporti sessuali tra i giovanissimi diventano sempre più precoci, ma alla base di questi non c'è la ricerca del piacere o della relazione, bensì un'emulazione di comportamenti altamente diseducativi e pericolosi, dettati dai mass media e dalla pornografia, sempre più facilmente a portata anche dei minori. In particolare per le ragazze il rapporto con il proprio corpo è molto complicato perché la società tende a far passare il messaggio di un corpo scollegato dalle sue funzioni e dalle emozioni che diventa semplicemente strumento di piacere per il maschio. Questo terribile messaggio crea nell'immaginario maschile un corpo femminile che non ha valore di per sé ma che esiste in funzione di.


Per quanto riguarda la vita ciclica sarebbe importante che la famiglia  valorizzasse sin dal primo ciclo il sangue mestruale delle figlie. L'arrivo del menarca dovrebbe essere una festa, un riconoscimento del valore insito nel sangue femminile come portatore e rigeneratore di vita (una volta si diceva : una donna che sanguina è sana, un uomo che sanguina sta male..).


Se i nostri figli maschi crescessero in una situazione del genere, rispettosa e valorizzante del femminile, diventerebbero uomini consapevoli, rispettosi, attenti e sensibili.


Parlare con sensibilità e rispetto della vita ciclica e del mestruo aiuta a creare un clima di confidenza reciproca che sostiene anche il delicato approccio sulla sessualità, che tanti genitori hanno difficoltà ad affrontare. Se le nostre figlie vengono sostenute e accolte nel loro divenire donna, sarà per loro più facile ascoltare ed ascoltarsi, evitando così problematiche dolorose legate al mestruo e gravidanze indesiderate. Un dialogo attento sostiene tutte le donne a conoscere e scoprire il proprio corpo in profondità, a vivere con consapevolezza le trasformazioni e i cambiamenti che il passaggio dalla pubertà all'adolescenza richiede.




Come vedi il ruolo della donna nella società odierna?



Noi donne ci ritroviano in un momento importantissimo per la nostra crescita personale e per l'evoluzione di tutto il sistema. Dobbiamo recuperare la percezione del nostro valore come esseri umani e come donne al di là di ogni ruolo sociale e prendere la  guida all'interno della famiglia e della società. Fino ad ora ci siamo preoccupate di emulare gli uomini e dimostrare di essere come loro per vederci riconoscere quei diritti fondamentali che sono sempre stati solo prerogativa  maschile. Ma ora abbiamo capito che il nostro diritto è quello di riconoscerci nella nostra unicità e diversità. Senza aspettare che questo riconoscimento venga da altri. Abbiamo sempre atteso permessi e autorizzazioni, deponendo il nostro potere decisionale agli uomini. Non è più ilmomento di farlo. Anzi, aspettare ancora, potrebbe rivelarsi fallimentare per tutti.



Nel libro si fa riferimento al ciclo lunare, alla natura, alla terra e alla vita: sono concetti legati alle antiche tradizioni e alle nostre origini. Perché è importante recuperare questo nostro legame con il passato?



Anticamente il corpo delle donne, proprio per via del  ciclo mestruale,  era percepito e  riconosciuto come un tutto unico collegato al ciclo vita-morte-rigenerazione implicito nel ciclo lunare, nel ciclo stagionale e nella natura stessa. Questo senso di connessione profonda permetteva una percezione sacra di sé, del proprio corpo e della propria esistenza inseriti in un contesto più ampio. Questo significava ascoltare il proprio corpo e i suoi ritmi, rispettarli, rispettare la terra e la natura perché offrivano la vita e il benessere proprio come il corpo delle donne. La vita moderna ci propone ritmi e valori che non rispettano nè il nostro corpo, nè tantomeno la natura e l'intero pianeta. Non c'è più il senso della ciclicità, il tempo è diventato lineare, e noi abbiamo la sensazione di avere sempre meno tempo.


Il  sangue delle donne invece ci ricorda che la vita non è lineare ma ciclica, è un Cerchio, all'interno del quale le varie fasi si succedono in un movimento eterno.


Il corpo femminile è il nostro Maestro. Lo abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, ma è come se lo ignorassimo. E così, ignorandolo, anche quando sanguiniamo continuiamo a fare le solite cose. Invece di rallentare il ritmo, come fa la natura in inverno che riposa e si rigenera, noi continuiamo a lavorare, ad affacendarci e a snaturarci per stare dietro alle richieste della società e della cultura dominante. Così ci esauriamo. Così ci ammaliamo. Tanti disturbi sono creati da questa vita fatta di ritmi forsennati, innaturali. E così facendo li imponiamo anche alle nostre figlie e ai nostri figli!


Sapete cosa facevano le donne del passato quando mestruavano? Si ritiravano nella loro Tenda della Luna, nella loro Tenda Rossa. Lasciavano case, lavoro, faccende, questioni, per occuparsi di se stesse, del proprio corpo che, durante il mestruo, diventa un potente canale di informazioni.





Dove possiamo trovare te e il tuo libro?



Potete contattarmi per raccontarmi le vostre esperienze sul ciclo mestruale, per avere informazioni sui laboratori e workshop  e/o  per richiedere copie del libro scrivendo a  holemestruazioni@hotmail.it  



Visitare il sito e la Pagina Facebook "Ho le Mestruazioni Libro".








lunedì 5 ottobre 2015

EDUCAZIONE DIGITALE: intervista al Salone del Lutto.


Se l'Amore, argomento dell'ultima intervista, alimenta la vita, non potevo allora esimermi dall'indagare su ciò che parrebbe porvi fine: la Morte.
Se davvero poi quest'ultima ne sancisca una. O sia, invece, un "portale" verso un nuovo inizio, nel segno di quella ciclicità ben rappresentata dall'uroboro.
La Morte che nel web trova spazio, molto spesso, attraverso le immagini. 
Talvolta strazianti come quella del bambino inerme, sdraiato in riva al mare e che rappresenterà per le generazioni future una cruda testimonianza di questo periodo.
Immagini, su un tema, che richiedono una sensibilità pedagogica adatta, perchè divengano occasione per pensare, in maniera costruttiva, a quel senso che fatichiamo molto donare a un evento al quale non ci si può preparare se non vivendolo, attraverso l'esperienza della propria esistenza.
Quasi un ossimoro che Silvia e Serena, Le Signore del Lutto, hanno deciso di dipanare.

In uno scorrere del tempo scandito dall'incessante lavoro di Cloto, Lachesi e Atropo, vi auguro buona lettura.


Benvenute ragazze, vi va di presentarvi brevemente ai lettori del mio blog?
Ci chiamiamo Silvia e Serena, ma chi segue il nostro progetto ci conosce come le Le Signore del Lutto, o semplicemente le Signore. Siamo due amiche con un obiettivo comune: parlare di morte mescolando ironia e compostezza, con lievità e delicatezza, con l’obiettivo di riportare il «grande rimosso» – per dirla alla Bauman – nel discorso comune. Pensiamo, come molti altri stanno facendo, che parlare di morte renda il concetto più familiare, più vicino, contribuisca a investirlo di meno tragicità e freddezza. Perché fare finta di niente è inutile oltreché controproducente. Una cosa importante… Parliamo di morte come “non addette ai lavori”. Non siamo professioniste del settore, né tanatologhe o altro. Facciamo altri lavori, e condividiamo un forte interesse comune.



Definizione, per voi, di educazione e di rete.
La rete è un ampio salotto. Uno “studio” senza limiti di spazio in cui convergono persone con un interesse comune, ognuna portando la propria esperienza, la propria cultura, la propria formazione, le proprie idee. È, per certi versi, la “invenzione” più dirompente del nostro tempo, perché grazie ai social davvero la rete potenzialmente non ha più limiti. Posso condividere idee con chiunque e so in partenza, spesso, che gli interessano, che lo scambio sarà fruttuoso, proprio per il fatto che è in virtù di quello, delle idee, che ci siamo trovati.
L’educazione, invece, nel nostro caso significa sviluppare un tema attraverso punti di vista e strumenti diversi. Parliamo di morte nei nostri eventi attraverso la letteratura, l’arte, il linguaggio. E sulla Pagina Facebook lo facciamo quotidianamente, spaziando dall’attualità al cinema a cose più frivole. Educare e un po’ abituare, un po’ abbattere un tabù.

E la vostra definizione di "morte"?
In Fuoco pallido Vladimir Nabokov scrisse: «La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande». Delle tante e magnifiche citazioni che riguardano la morte, è forse una delle più disturbanti, ma anche una di quelle in cui ci riconosciamo di più. Innanzitutto perché include la vita. La morte noi la vediamo come un passaggio, un appuntamento che tutti siamo tenuti a rispettare. Includerla nel nostro orizzonte, pensarci, forse ci aiuta a vivere con maggiore pienezza tutto quel che viene prima.



Perché avete scelto di trattare online un concetto come questo? Cosa emerge dal web, secondo voi, quando si prova a trattare il tema della morte?
Siamo partite dal web per il semplice fatto che è la piattaforma migliore per esporre un’idea e iniziare a vedere che riscontro ha. E poi per questioni di economia. Da una cosa come Salone del Lutto non stiamo guadagnando nulla. È una cosa che portiamo avanti per passione. Non possiamo permetterci un’agenzia di comunicazione, un ufficio stampa né altro. Quindi abbiamo scelto lo strumento che potesse esserci più utile. Allo stesso tempo il web è aperto. Grazie alla rete è possibile un confronto spesso arricchente su un tema come questo.
Dal web emergono tanti sentimenti contrastanti. La maggior parte di chi ci segue lo fa con grande affetto, apprezzando il modo che abbiamo di trattare un tema così complesso e delicato. Qualcuno invece ci critica, ma nei confronti dei critici cerchiamo sempre di motivare le nostre scelte. È poi vero che anche grazie al web la morte sta diventando un argomento di discussione sempre più preso in considerazione. Ovviamente, non possiamo che vederlo in positivo, questo fenomeno.

Con quale obiettivi, invece, al giorno d'oggi i media utilizzano immagini o concetti legati alla morte?
Crediamo che l’obiettivo più frequente sia la volontà di choccare il pubblico, in modo da fargli prendere coscienza di un qualcosa che sta accadendo. Non vogliamo parlare qui delle foto circolate sui social negli ultimi tempi, ma certo mostrare un cadavere e la barbarie di certe morti ha, da sempre, un effetto dirompente. Poi c’è chi invece vuole fare intravedere nei luoghi legati alla morte un concetto meno evidente, cioè la bellezza. Su facebook pullulano le pagine fotografiche dedicate ai cimiteri, ad esempio. Ecco, crediamo che questa sia l’espressione di una nuova sensibilità, o della rinascita di un certo tipo di sensibilità che era presente nell’Ottocento e in buona parte del Novecento, prima che la morte diventasse il “grande rimosso”.

Foto presa da www.diarioinviaggio.it


Siete mai state censurate dai Social Network per via dei contenuti che avete proposto online?
Censurate no, criticate sì. E sempre in relazione a immagini fotografiche. La prima, la foto di una giornalista morta mentre si stava recando a una presentazione. Lo scatto di Enrique Metinides mostra il volto bellissimo di Adela Legarreta, che morì investita da un’auto in Avenida Chapultepeq: gli occhi liquidi, qualche traccia di sangue, i boccoli biondi e una mano elegante con le unghie appena smaltate. Una foto da tabloid di moda, quasi, incredibilmente sensuale e proprio per questo profondamente perturbante. «Non sembra morta». L’altra, uno scatto di Joel Peter Witkin. L’immagine mostra un uomo completamente nudo, decapitato. La cosa curiosa, in questo caso è che la gente è stata colpita più dalla nudità delle parti intime che dall’assenza della testa. L’impressione è che comunque, quanto più un’immagine è realistica, tanto più scuote gli animi.

Qual è il limite dentro il quale è possibile parlare di morte come spunto riflessivo della propria esistenza?
Il limite ce lo siamo date noi con le due parole che abbiamo già citato: “ironia” e “compostezza”. Non vogliamo essere grevi. Non vogliamo che sulla nostra pagina si pianga tutto il tempo, per quanto spesso parliamo di cose serie, drammatiche, tragiche. Ma non vogliamo neppure urtare la sensibilità del pubblico. Il confine dell’ironia, della lievità è molto sottile, a volte quasi impercettibile. Al momento crediamo di averlo rispettato.



Il corpo in rete: quale confine tra emozione (e in questo caso legata al senso del distacco e della sofferenza) digitale e quella reale?
Forse il confine è il tempo a stabilirlo. Chi ha avuto un lutto recente, visto che noi non siamo un gruppo di sostegno a chi ha subito un lutto, è difficile che si approcci alla nostra pagina con distacco. E non è un caso che siano proprio le immagini di corpi – che pubblichiamo molto raramente – quelle che turbano di più. La morte cerchiamo di mostrarla attraverso altre immagini, che quel distacco lo recano già in sé: un dipinto, un percorso cimiteriale, un’opera d’arte…

Quale immagine, film o citazione rappresenta oggi quel senso sulla morte che ritroviamo anche sul 2.0?
Andiamo fuori tema e ti proponiamo il titolo di un film che propone quella che dovrebbe essere la vera paura del nostro tempo. Still Life è uscito a fine 2013. È un film intenso e poetico, delicatissimo. Ma al contempo molto crudo. Perché sceglie di trattare un argomento difficilissimo, che ci fa sentire disarmati e che ci porta a immaginare. È un film sulla morte. La morte in solitudine. Capita a volte che uno abbia avuto una vita intensa, anche, degli amori, degli amici, delle cose da fare. Ma poi, a un certo momento tutto si dirada. Tutto si allontana. E non c’è chi si occupi con amore di questi corpi, e di queste anime, alla fine del loro percorso nel mondo. Più della morte, è la solitudine che dovrebbe farci paura.

Trama e recensione


Siamo alla fine di questa intervista: vi va di parlare dei vostri progetti futuri?

Qualche evento. E poi il Salone. A parte scherzi, è stata un’estate complessa. Ci siamo distratte un po’. Ai progetti stiamo rimettendo mano soltanto ora. 


Ringrazio le Signore per questa splendida chiacchierata.

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