Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

martedì 30 luglio 2013

Le mamme “guerriere” di Silvia Rossi.

La scuola è finita da un pezzo e abbiamo ancora agosto da vivere.
Nonostante ciò l'emergenza scuole sul nostro territorio è sempre aperta e non conosce pause nè vacanze.
Vi propongo questa intervista pubblicata un paio di mesi fa su TuttoPerLaMamma che di scuola, diritti e sogni parla.
Questa è la storia di un piccolo gruppo di mamme veneziane "guerriere"....


Ho la fortuna di collaborare con questo portale che di tante cose tratta e che riguardano la genitorialità, l’essere madre, padre, figlio, uomo e donna.
Quindi ho la possibilità non solo di condividere con voi i miei pensieri e le mie fiabe ma anche storie, storie vere fatte di quotidianità ma che devono essere raccontate perché altri si possano rispecchiare e in esse cogliere quel medesimo riflesso che ci unisce nelle varie esperienze di vita, uniche ma anche simili, dove ciò che muta sono solo gli attori e l’ambientazione ma non la trama.
Questa è la storia di una mamma che, assieme ad altre, ha lottato per un proprio diritto, quello di non vedere chiudere una scuola dalla tradizione secolare e di poter garantire ai propri figli l’occasione di crescere ed essere educati in spazi che hanno visto il susseguirsi di generazioni, l’eco del passato che si rigenera con le risa dei bambini oggi.
Questa è una storia accaduta a Venezia, città già di per sè problematica da un punto di vista autoctono, ma la voglio raccontare attraverso le parole di Silvia Rossi, che in questi mesi ho imparato a conoscere, seguendola nella sua disperata battaglia ma fatta di amore, costanza e buone intenzioni.
La voglio raccontare perché anch’io a Venezia sono nata e cresciuta, ma ho dovuta lasciarla…


Ciao Silvia, benvenuta su TuttoPerLaMamma .it. Vuoi spiegare brevemente, ai nostri lettori, chi sei e cosa fai nella vita?
Ciao a te, mi chiamo Silvia Rossi, sono una mamma a tempo pieno di un bimbo meraviglioso di 3 anni, attualmente collaboro con una ditta di Verona che si occupa di bio-cosmesi, vivo a Venezia e sono molto sensibile alle problematiche della mia città.


Noi ci conosciamo da un po’ e se ti ho chiesto questa intervista è per far conoscere la tua storia, la tua o meglio la vostra lotta, perché accanto hai delle persone che ti sostengono e condividono il tuo stesso problema. Cos’è accaduto?
Mio figlio frequenta la scuola dell’infanzia S. Maria presso l’Istituto delle Suore Canossiane di Venezia, è iscritto al primo anno e più o meno a gennaio abbiamo ricevuto la triste notizia che per la scuola sarebbe stato l’ultimo anno di vita. Teniamo presente che questa struttura di ben 4.000 mq con più di 200 anni di storia, ha ospitato negli anni scuola materna ed elementare, svariate attività sociali, attività di origini parrocchiali, ha accolto per molto tempo studentesse e negli anni passati è stata una vera e propria “casa” di ospitalità per i poveri orfanelli. Non elencherò gli altri svariati ruoli che ha ricoperto in ben 2 secoli, fondata dalla stessa Madre Canossa, con lo scopo preciso di accogliere i poveri. Detto questo, vorrei specificare che io sono profondamente agnostica, ed il motivo per cui scelsi questa scuola era dettata dal mio istinto, dall’enorme senso di serenità che mi proferiva la struttura e dalla maestra che mi accolse con un sorriso sincero e caloroso. Ritorniamo però alla domanda iniziale. Dopo aver ricevuto la notizia, le cui motivazioni sembrava fossero di origine economica e per scarsità di adesioni,con un esiguo numero di mamme, decidemmo di andare a fondo di questa sconvolgente notizia, e cercammo da subito di capire cosa si poteva fare per evitarne la chiusura. Teniamo presente che alcune di noi hanno, a loro volta, frequentato la scuola e con esse i loro figli. Quindi c’erano tanti sentimenti in ballo. Cercammo di aprire un dialogo con le madri responsabili site a Padova e a Roma. Nel primo colloquio a Padova ci venne paventata l’idea che avremmo potuto costituirci come Associazione e attraverso un personale specializzato avremmo potuto ottenere l’accomodato d’uso gratuito dei locali e portare avanti l’attività scolastica. Noi, io, Barbara Battagliarin, Monica Crescente, Elisabetta Pietropoli e Federica Ferrarin eravamo prese da un entusiasmo-misto tristezza per l’imminente chiusura, ma anche molto preoccupate perché era l’unica possibilità per andare avanti, c’ era poco tempo ed eravamo sole. Nonostante questo non ci perdemmo d’animo e prendendo contatti con altre Associazioni che ci diedero supporto immediato. La maestra appoggiò il nostro progetto e si unì al gruppo senza esitare. Ben presto, però, tutto prese un altra piega. La proprietà ne combinò di tutti i colori dimostrando una condotta azzardata.
Ci fecero passare per delle “pazze” sostenendo che avevano capito “pan per polenta” e che mai e poi mai nessuna di loro avrebbe potuto prometterci l’accomodato d’uso gratuito dei locali, che ci fu immediatamente negato. La scuola chiudeva punto e basta.

Voi mamme, davanti a tutto ciò, non vi siete perse d’animo e vi siete mobilitate per far sentire la vostra voce proponendo anche una soluzione. Raccontaci come avete reagito e quale idea volevate realizzare, il vostro bellissimo progetto.
La nostra reazione fu di rabbia, ma nessuna di noi sarebbe mai indietreggiata, ormai era passato qualche mese ed eravamo a buon punto, le iscrizioni arrivavano e la gente veniva regolarmente a visitare la scuola e ne usciva felice.
E’ davvero un luogo incantevole.
Ma ricevemmo ancora dei “no” allarmanti e diedero ordine alle madri di non accettare nuove iscrizioni. Non ci arrendemmo, organizzamo feste, che cercarono di impedirci, ma sostenute e coperte dalle madri presenti in istituto riuscimmo sempre a cavarcela. Eravamo sole contro un muro di gomma. Decidemmo  che era arrivato il momento di rendere pubblica la cosa. E fu la svolta. Fummo contattate dal presidente  dall’Arcionfraternita della Misericordia, il signor Giuseppe Mazzariol, che si propose con il suo ente, il quale svolge attività di volontariato rigorosamente laiche, di prendere in gestione la scuola. Ci offriva il suo sostegno impegnandosi attivamente. Il signor Mazzariol, un uomo di straordinaria generosità, si diede da fare.
Non eravamo più sole. Smosse mari e monti, tutta la diocesi, il comune, la cittadinanza, eravamo sulla cresta e ce la stavamo giocando alla grande. Parlavamo di un progetto ad ampio raggio, ricreare un punto di aggregazione sociale importante attraverso la scuola, ma anche attraverso attività di tipo culturale educativo-creative, psicomotricità, yoga per bambini, mini-rugby, corsi di artigianato condotti da un maestro d’ascia che si offrì gratuitamente affinchè le attività che Venezia ormai sta perdendo ricominciassero a vivere.
Avevamo tante idee e tanto entusiasmo, ed il signor Mazzariol ci appoggiava, proponeva e lottava con noi.
Era un progetto rivolto ai bimbi, dare loro uno spazio in cui crescere in libertà ma anche all’intera cittadinanza. Un punto di accoglienza per famiglie, dove i genitori possano trovare un luogo di confronto e conforto. Riprenderci in qualche modo un pezzo della nostra storia. Fu una battaglia all’ultimo sangue.
Avevamo risolto i problemi che ci erano stati presentati ma  ancora nulla: la proprietà decise diversamente senza tenere conto di nulla ed il signor Mazzariol, con gli enormi sforzi fatti, venne messo alla porta, come tutte noi.

Quali sono state le reazioni dell’amministrazione cittadina, dei cittadini e della Direzione della Scuola?
L’amministrazione comunale è stata di poca presenza, quasi inutile direi; nonostante le mozioni presentate dai consiglieri comunali, il loro darsi da fare e l’attivismo frenetico di quei giorni, non siamo state aiutate. I cittadini nonostante abbiamo riscontrato errate convinzioni sulla conduzione dell’aspetto religioso che ci hanno tacciate come retrograde e cattoliche convinte, con commenti assai offensivi, (ricordo come già detto, che la scuola era basata su valori condivisibili e chi frequenta non sono solo cattolici, ma siamo un gruppo e nonostante ci siano Cristiani la religione non è il nostro punto in comune, bensì l’amore per i nostri figli di qualsiasi religione e non appartengano), c’è stata molta sensibilizzazione e i cittadini si sono rapidamente resi conto della fortuna che si andava perdendo; gli amici che mi sento sempre di ringraziare della Venessia.com lo zoccolo duro della cittadinanza, hanno dimostrato enorme interesse e ci hanno aiutato davvero in tutti i modi. Per quanto riguarda la Direzione della Scuola mi sento di riportare una frase di papa Francesco rivolta alle suore: “siate madri e non zitelle”. In questo, come ho già detto, mi sento in dovere di sollevare da qualsiasi responsabilità le madri presenti nell’istituto.

C’è un episodio significativo, in tutta la vicenda, che vorresti raccontare per far capire l’importanza e la necessità di quanto avete cercato di preservare?
Di episodi ce ne sono stati tanti, e tante cose mi facevano credere che non potevamo mollare, che avere un insegnante che accoglie i tuoi figli con amore e dedizione era una fortuna. Ma credo che il vero e reale episodio che mi ha fatto capire che la battaglia era valsa l’enorme fatica è stata la recita di fine anno. Proprio pochi giorni fa. E’ stato un giorno fantastico, per i diplomi di alcuni dei bimbi, per la scenetta e le canzoni dei bimbi, ma è stato un giorno devastante. Non riuscivamo, nessuno di noi, genitori-nonni-figli tre generazioni a trattenere le lacrime, sapevamo che era l’ultima recita, in questo posto incantato. Era l’ultima classe, gli ultimi bambini a scorazzare per il giardino. La madre superiora che, pur andando contro la proprietà ci aveva sostenute, ha letto una lettera di ringraziamento esprimendo il dolore che provava, io piangevo come una bambina e non riuscivo a trattenermi, ha letto una lettera piena di amore e di affetto nei confronti della maestra e dei bambini e l’ammissione che senza il loro vociferare tra i corridoi quella struttura così grande sarebbe diventata vuota triste e silenziosa. Anche la maestra decise di leggere una lettera, tra lacrime e singhiozzi, dopo 15 anni di lavoro lì in cui anche suo figlio è cresciuto, ci ringraziava per averle affidato il nostro bene più prezioso.
Beh… eravamo distrutti, tutti lì in quel teatro ci siamo sentiti affranti, con un unico denominatore comune l’Amore per quella scuola. In quel momento ho capito davvero quanto andava perso.
Per quale scuola si combatte così? Per mesi abbiamo smesso di stare in famiglia, giorno dopo giorno incassando delusioni una dopo l’altra. Ma mai una volta nessuna di noi ha smesso di lottare e, ancora adesso, siamo quì a combattere.

Quali sono gli altri problemi che riguardano una città così bella come quella in cui abiti, Venezia?
Gli aspetti sono molteplici e la mercificazione di una città d’arte con una storia secolare è la più visibile a tutti.
Il turismo, diventato unica fonte di reddito, va tutelato con rispetto, invece c’è un invasione più o meno all’arrembaggio e spesso i turisti stessi se ne vanno scontenti. Le attività che hanno reso questa città grande nei secoli, come l’artigianato e il commercio, sono scomparsi. C’è un esodo allarmante e l’amministrazione comunale non fa nulla per impedirlo, anzi si sta vendendo anche le mutande pur di tappare i buchi in bilancio. Per i cittadini non viene fatto nulla in suo favore, per i bambini poi non ne parliamo, non vengono considerati nemmeno. E’ diventata una città finta basata su un commercio fittizio. Del resto credo che Venezia sia lo specchio di uno stato che nel sociale fa acqua da tutte le parti, alle famiglie viene spesso tolta la dignità e i diritti fondamentali per assicurarne il suo sviluppo

Cosa ti auguri per Venezia?
Mi auguro che riesca a riprendere personalità, mi auguro che la gente si svegli e che inizi a lottare e a scendere in campo per ridare vita ad una città splendida con mille potenzialità. Noi non molliamo!




Riporto il link  del video dove la maestra legge la sua lettera ai bambini ed alle famiglie alla festa di fine anno, video che consiglio di vedere.

Sylvia Baldessari 

lunedì 29 luglio 2013

Intervista a Vera Q. autrice self.


- Benvenuto sul Il Piccolo Doge, Vera Q. Parlaci un po’ di te.
Ciao, Piccolo Doge, e molte grazie per aver pensato a me per questa intervista.
Mi chiamo Vera Q. e, come chissà quanti altri, da grande vorrei fare la scrittrice.
Sorvolo, chiaramente, sul dare una definizione precisa a quel – da grande – , tenendo sempre a mente Camilleri: ho ancora qualche speranza.
Scrivo sicuramente per passione canalizzando nelle parole impresse su word, i pensieri, i ricordi e quello che tutti, chi più chi meno, viviamo o subiamo ogni giorno. Già. Faccio parte di un’epoca obliqua dove il concetto di solidarietà, o che so, di fratellanza, ha perso ogni tipo di connotazione riconosciuta ed è proprio la realtà odierna, fin troppo spesso crudele, la “fantasia” dalla quale prendo spunto. Mi diverte creare situazioni estreme intrise di sarcasmo e commiserazione portando al limite i miei personaggi e, con essi, i lettori. Prediligo il genere nero che mi permette di mettere in luce i lati più oscuri dei protagonisti: una piccola torcia che illumina l’abisso.
Ho pubblicato due ebook ad oggi: La scatola di cioccolatini di Silvia… ( e di altre crudeltà) e, l’ultimo nato, 2017 A.D.
- Il tuo libro 2017 A.D. è stato autopubblicato su Amazon, di cosa tratta, qual è la storia?
“2017 A.D. è un romanzo ambientato in un futuro prossimo tutt’altro che roseo, dove quattro vicini di casa condividono ben più del solo pianerottolo.
Mister G., il Vecchio, la Bionda ed il Medico: questi i loro soprannomi.
In un mondo sottosopra e claustrofobico, nel quale ogni cosa non è ciò che sembra, un nomignolo non può che snellire la faticosa mansione quotidiana del mantenersi in vita. Impresa davvero complicata quando è il caos a regnare.
Un thriller psicologico, irriverente, a tinte scure, in cui ogni piccolo tassello ha il compito di sorreggere ed alimentare il Puzzle dell’Alienazione.”
Questa è la sinossi del mio ultimo ebook inserita su Amazon, e mi permetto di fare una piccolissima aggiunta: nel caso possa stuzzicarvi l’idea di leggerlo, siate cauti nel formulare tesi sul cosa potrebbe accadere nel capitolo successivo… Ah no, nessun altro indizio! Niente pappa pronta!
- Cosa significa per un giovane autore poter autopubblicare le sue opere?
È una soddisfazione immensa, una fatica paragonabile al parto. Nel mio caso, però, non si tratta di figli, ma di piccoli mostri. Adorabili piccoli mostriciattoli cupi, del resto “ogni scarrafone è bello a mamma soja.” La gioia di condividere con altri una parte di sé stessi, questo è pubblicare. E poco importa che sia un self made senza blasone editoriale, è comunque frutto di lavoro, ricerca e di amore per la scrittura.
- Come risponde il mondo dell’editoria?
In un alfabeto morse di stampo alieno, seguendo un codice incomprensibile.
Il self-publishing è una realtà corposa purtroppo ignorata. Ben pochi riescono ad emergere e pochissimi a raggiungere un vasto pubblico. Le case editrici sorvegliano dall’alto, e con troppa diffidenza, il mondo in fermento degli scrittori indipendenti senza attingere a piene mani. Voglio 
sperare che si tratti esclusivamente di un lento adattarsi dovuto all’evidente cambiamento dei tempi: ora c’è internet, tutti possono avere un loro spazio seppur risicato. Mi rifiuto di credere che l’editoria italiana sia in mano a figure cieche o sorde. Ci sono davvero parecchi autori self meritevoli, basterebbe dar loro una chance.
- Cosa significa per te scrivere?
Liberare la mente ed immergermi in un universo mutevole, dove la mia immaginazione plasma consorzi umani cangianti e di ogni tipo. Belli, brutti, buoni, cattivi a seconda del mio umore. C’è un vago delirio di onnipotenza in tutto questo, vero?
- Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?
Stimolando la loro inventiva.
E va fatto da subito iniziando con il leggere ai più piccoli le fiabe, per abituarli a far volare i pensieri tra cosmi fatati e magici dove soltanto il proprio intelletto fa da padrone: un conto è visualizzare nella propria mente un castello sorvegliato dal drago, tutt’altro ritrovarselo spiattellato e scodellato in un film. I piccoli hanno una capacità d’apprendimento straordinaria, sono spugne inarrestabili! Farli innamorare delle parole è il compito di ciascun genitore: ci sono moltissimi libri adatti ai bambini, studiati appositamente per trasformare la lettura in gioco. Capire, comprendere, documentarsi sono i passi fondamentali che rendono un individuo dotato di conoscenza. E solo se conosci puoi scegliere.
- Progetti futuri? Altri libri in vista?
Sono immersa nella stesura del mio terzo libro, e questa volta tenterò di descrivere una situazione senza dubbio paradossale. Certo, dovrò infilarci qualche morto e cattiverie varie ed eventuali, ma questo fa parte dell’essere la terribile Vera Q., diamine!


- Ah… Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro?
Qui, a questo link:
Per acquistare il mio libro (ebook) su amazon: 2017 A.D.
Per acquistare il mio libro (ebook) su amazon: La scatola di cioccolatini di Silvia... (e di altre crudeltà)


Questa intervista è stata pubblicata sulla pagina Facebook del Il Piccolo Doge (aprile 2013)

Sylvia Baldessari


Le interviste del Il Piccolo Doge.

In questa sezione troverete tutte le interviste che ho fatto fino ad oggi e tutte quelle che verranno!
Le persone intervistate hanno un qualcosa da raccontare, una storia, un'esperienza, una testimonianza, una passione da condividere e vista da un'angolazione sempre educativa perché possa, a sua volta, essere un "incontro" con il vissuto del lettore e divenire così, dopo la lettura, "altro", un qualcosa di nuovo e personale, uno scambio di vedute volte ad un arricchimento interiore reciproco.

Scrittori emergenti, musicisti, artisti ma anche mamme, papà, ragazzi, insomma chiunque abbia la necessità di raccontare un qualcosa di sé nel nome dell'educazione può contattarmi.
Perché "l'educazione non è un monologo..."



Sylvia Baldessari

venerdì 26 luglio 2013

Disavventure di una mamma: la borsa.


Disavventure di una mamma: la borsa.


Io adoro le borse.
Ne ho a bizzeffe, di qualsiasi colore, grandezza, materiale, per le più svariate occasioni. A tracolla, a monospalla, la pochette, a sacca, a mezzaluna, da giorno o da sera, nere, di velluto con gli specchietti, in eco pelle, in perline, stoffa, decorate a forma di gatto…
Da quando però son diventata mamma ho un’unica tipologia o meglio, uso solo un’unica borsa: a tracolla, ampia perché possa contenere “cose” che nella mia vita non avrei mai pensato di portarmi appresso.
Ieri mi trovavo dalla parrucchiera (riesco andare ogni lustro se devastazioni e crisi familiari non mi fermano) e mentre attendevo il mio turno ho iniziato a frugar nella borsa in cerca del pacchetto di chewingum osservando con discrezione la coppia di sciure (signore) impegnate a sfogliar la rivista di gossip che trovi solitamente dal parrucchiere: – “ah… Quella Federica lì… Ora con il cugino di lui… oh madonnina che birba!” sibila una all’altra.
Mentre pensavo a come la gente dia più bada a due righe scritte su un giornaletto che alle medaglie prese dalla signorina chiamata in causa, la mia mano continuava a girovagare afferrando qualunque cosa tranne quel stra-maledetto pacchetto di   chewingum e così mi trovo a tirar fuori, in ordine: borsa in stoffa pieghevole 1, pacchetto di salviette umide profumate (quelle che hanno la linguetta apri-chiudi che si rompe al primo tentativo condannando le salviettine a divenire inutili e secche striscioline di carta), borsa in stoffa pieghevole 2, un aereoplanino, Saetta McQueen, le chiavi, un pacchetto aperto di stelle filanti rimasuglio dell’ultimo carnevale, una bottiglietta di plastica vuota, borsa in stoffa pieghevole 3, un piccolo dinosauro di gomma…
Inizio a borbottare qualcosa mentre una delle due sciure sedute davanti a me dà un colpetto con il gomito al braccio dell’altra per indicare quanto mi sta accadendo, ed io, ignara, continuo a sguazzare nella mia personalissima tragedia: mi tolgo la borsa per tuffarmici dentro e tirare fuori un agglomerato di fazzolettini che dovevano aver contenuto il chupa-chups che il pomeriggio prima, mio figlio, aveva ciucciato per due nano-secondi, al parco, e poi deciso di mettere via per i giorni tristi.
Le due sciure hanno riposto il giornaletto ed osservano, con aria divertita la sottoscritta che tira fuori dalla propria borsa, che a quella di Mary Poppins fa un baffo, il proprio cellulare con attaccato allo schermo un lecca-lecca, al gusto ciliegia, che lentamente scivola lasciando un alone opaco ed appiccicoso non indifferente.
“Ah… La gioventù d’oggi è disordinata!” sentenzia la prima con il rossetto sbavato.
“Eh… Cosa vuoi… Noi avevamo poco e ci si accontentava” allude la seconda con l’ombretto sparato sulle palpebre.
“Eh… Ma la Federica con il cugino di lui???” Provo a salvarmi in corner ributtando la conversazione sulla povera Pellegrini: scusami Fede, avanzi un favore.
Le due sciure, fomentate quel tanto che basta, tornano a criticare la provetta nuotatrice mentre io cerco di ripulire il mio telefonino con una salvietta che risulta essere asciutta e secca perché la linguetta della confezione è sparita in quella bolgia che c’è dentro la mia borsa.
Alla fine però, riesco a trovare il pacchetto di chewingum e lo apro trionfante, sicura che, tra qualche secondo, manderò via quel sapore amaro che mi ha lasciato addosso la mia piccola disavventura.
Lo apro.
Ed è vuoto.


Pubblicato su: TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari 

martedì 23 luglio 2013

Sopravvivere: creatività e arte nei bambini.


Sopravvivere: creatività e arte nei bambini.


Cos'è che accomuna l'estate con l'inverno?
Alcuni pomeriggi chiusi in casa, quando fuori fa troppo caldo ed uscire è sconsigliato fino ad una certa ora. 
Se non si è al mare o in montagna, trovare alcune proposte creative per i nani mi pare un'ottima alternativa alla famigerata Tv. In rete esistono diversi blog che propongono lavori di facile esecuzione, anche da fare in terrazzino in attesa che il sole s'avvii al tramonto...
Intanto ecco un mio post di qualche tempo fa e che parla, per l'appunto, di arte e bambini.


La luce del doppio lampadario illumina un pigro pomeriggio invernale che lentamente si consuma tra le mura di casa. La tovaglia in plastica trasparente che ricopre il grande tavolo è ravvivata dai colori, duttili e morbidi al tatto, sparsi in un ordine apparentemente casuale.
In questo scenario lo osservo  attento, dinamico e creativo nella sua immobilità fisica, immobilità che non detiene nessun potere sulle mani che si muovono, toccano, creano, plasmano.
Saran già passate due ore e lui sta ancora su quei due o tre pezzetti di Didó: ha sfregato la manina così tanto contro il verde che è diventato una strisciolina fine, ora un serpente, poi una balena, infine un pesce o un ponte.
Il suo sguardo è vivace, intenso, fisso in mondi lontani che s’appoggiano appena al ripiano del tavolo della cucina dove sta “lavorando”!
Ogni tanto mi guarda ma poi torna lesto sulla pallina che ha battezzato come la Luna, la sua visione della Luna che  riesce a rigirare fra le minuscole dita, soddisfatto di sè.
Curiosa di vedere se cederà o meno alla tentazione, a quel canto delle sirene odierno, faccio LA domanda:” vuoi vedere un cartone animato?”
“No!” è la sua risposta, rapida e decisa perché nulla lo distolga da quel che sta facendo.
Sorrido compiaciuta, d’altronde l’Arte nasce, arde e si esaurisce solo quando la sua fiamma decide di spegnersi, se mai lo farà davvero.
Non darà ascolto a nessun richiamo adulto, mai!
Mi pare che sia stato Picasso a raccontare  che “Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel fatto di restarlo da grandi.”
In effetti bisogna sopravvivere a molte cose per restare degli artisti, sicuramente ad una visione troppo rigida di quel che dovrebbe essere un bambino a tre anni, poi a quattro, a cinque e così via.
Perché sopravviva bisogna correre il rischio di lasciar anche fare ai bambini e saper posare lo sguardo sugli stessi orizzonti, per veder sorgere quella macchia gialla che solo un artista sa dipingere come il sole!
Perdonami Pablo, oggi ti ho citato due volte.
Ma tu sei un sopravvissuto…


Pubblicato su: TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

giovedì 18 luglio 2013

Tecnologia e nuove generazioni.


Tecnologia e nuove generazioni.


"@Il_Piccolo_Doge: Un #genitore che dice "io i #Social non li capisco e neanche li voglio capire" perde un'occasione di crescita, personale e del #figlio."

Questo è un mio tweet di ieri sera, una riflessione che introduce un post scritto qualche mese fa e che verte sui giovani e sulla tecnologia.
Buona lettura.

Il primo approccio che ho avuto con la tecnologia è stato con un “trasmettitore d’immagini e suoni”  meglio conosciuto ai più come televisore.
Erano gli anni’80, il boom dei cartoni animati giapponesi privi di controllo, critica, censura, tagli e di programmi per bambini ne esistevano ben pochi ma determinati a monopolizzare l’intero pomeriggio degli infanti telespettatori.
All’epoca stavo in una casa molto grande e la TV ( unico esemplare presente non come oggi che le trovi in ogni angolo dell’abitazione ) imperava, in salotto, da sopra un bel mobile d’epoca in legno scuro rassegnato a terminare i suoi giorni come un banale ed ignorato piano d’appoggio.
Da lì alla cucina, dove mia madre passava la maggior parte della giornata, il tutto giungeva ovattato, “lontano”, talvolta solo un’eco dell’ennesima sigla o jingle pubblicitario.
Lei veniva spesso a controllare in un continuo andirivieni per accertarsi che la sua frugoletta guardasse i suoi amati cartoni da una distanza limite, non troppo vicina al televisore ed una volta avuta conferma tornava in cucina. Io, per l’incoscienza tipica di chi dall’esperienza deve ancora apprendere, attendevo paziente contando i passi che l’avrebbero riaccompagnata davanti ai fornelli  e mi piazzavo nuovamente davanti allo schermo seduta a terra come un indiano a meno di un metro, distanza che con il tempo si accorciò fino a farmi trovare in piedi a 50 cm scarsi dalla Tv!
Risultato: un bel paio di occhialoni neri ( oggi ) che sono il segnale di una forte ed ancestrale miopia.
Porto da così tanto tempo gli occhiali che non so più dove finisco io ed iniziano loro!
Diagnosi:  uso scorretto della tecnologia all’epoca in voga!
Più che altro abuso poiché, nonostante i rimproveri e le spiegazioni tendevo ad allontanarmi solo quando venivo ripresa per poi tornare nella posizione e nella distanza che più mi piaceva per stare davanti al tubo catodico.
Non date la colpa a mia madre eh!
Lei c’ha provato: chi vuole il suo male pianga se stesso!!!
Ma.. Oggi?
Come siamo messi???
I Televisori son decisamente migliorati ma han fatto seguito una moltitudine di “derivati” da far paura: videogame  di ogni tipo, computer di ogni dimensioni e potenza, telefoni portatili di diverse misure, internet con conseguente facilitazione d’accesso alla rete, le chat, i forum, i blog, l’avvento dei social network…
Deduco che oggi si possa rischiare un po’ di più di qualche diottria.
Nonostante questo, nonostante l’offerta tecnologica sia notevolmente aumentata dai miei tempi il rischio più grosso resta sempre il medesimo: uso scorretto della tecnologia in voga!
Internet è una finestra spalancata sul mondo e ci dà  la piacevole possibilità di uno scambio non indifferente di informazioni, di condivisione di eventi, conoscenza e di poter parlare e comunicare con qualsiasi essere presente su questo bistrattato pianeta!
Ma la realtà, quella vera e non quella fatta di IP, PIN, PASSWORD e wi-fi, é composta da concrete esperienze, da relazioni affettive che diano senso al nostro quotidiano, azioni atte a far emergere se stessi attraverso la libera espressione del nostro Essere riflesso sulla nostra fisicità, ciò che di noi comunichiamo con i gesti, le espressioni del volto, la mimica facciale, il suono e il tono della nostra voce, ciò che amiamo indossare e così via.
Una delle conseguenze, oggi, la ritroviamo nelle numerose orde di giovani adolescenti coscienti di quel che accade a milioni di km da casa ed ignari che proprio in quel momento le loro madri han appena chiesto com’é andata la giornata, perché son così concentrati su quel che stanno guardando allo schermo che il tutto, il resto con cui il Mondo è fatto, scivola via alimentando un sacco di occasioni perse ( e se questo non è un paradosso: alimentare il nulla ).
Non possiamo negare che nonostante l’intangibilità del mezzo e in un certo senso anche di chi ne fa uso connettendosi in rete, nel virtuale per il tempo dedicatogli e le componenti emotive messe in gioco  si va lo stesso a creare un qualcosa che poi può divenire concreto trovando effettivamente un suo posto nell’esperienza di vita quotidiana ( basta pensare alle amicizie nate sul web e poi approfondite con degli incontri reali).
Il discorso è assai più complesso rispetto ai miei tempi: la tecnologia sì facilita la vita ma al tempo stesso va a complicarla, creando relazioni che, nelle interazioni sul web, fan emergere dinamiche che la televisione non contemplava poiché il suo compito era quello di intrattenere semplicemente senza interagire ( beh io c’ho provato ad interloquire con il mio attore preferito ma questo ha continuato a recitare nel film in quel momento trasmesso come se niente fosse ).
Alla luce di ciò, quindi, non possiamo lasciare che siano loro, i giovani, ad auto-educarsi: nascono e crescono con queste diavolerie tecnologiche e non puoi impedirne il contatto che, presto o tardi, li coinvolgerà. Bisogna “educarli”, prendersi la briga di porre limiti d’uso, di fare capire a loro quando utilizzare certi dispositivi e quando no, segnalare i pro e i contro ed avere il coraggio di comprendere ciò che attira tanto i giovani senza incappare in una feroce e spietata critica.
Le generazioni passano, le mode mutano ma la passione con la quale ci travolgono è sempre identica.
Non ve lo ricordate???
Consiglierei di navigare ogni tanto assieme per esplorare questo mondo al nostro parallelo ( lo è poi veramente? ) così come li   accompagnavate da piccoli alla scoperta dei luoghi dove amavate passeggiare, consapevoli che poi avreste lasciato la loro mano, per poi porvi al loro fianco ed infine indietreggiare di un paio di passi perché siano loro a capire la direzione da prendere ed il tipo di percorso migliore da affrontare, rispettandone anche i confini che coincidono con l’intimità di quei diari che noi stessi alla loro età non volevano far sfogliare ai nostri genitori.
Tale dovere però, non lo lascerei solamente alla famiglia ma anche alla scuola: visto che ha il compito di insegnare al giovane l’accesso alle nuove tecnologie dovrebbe anche illustrarne le modalità d’uso corrette tenendo conto del profondo coinvolgimento psichico ed emotivo che queste scatenano sulle nuove generazioni.
Avete mai provato a sbirciare il profilo Facebook di un adolescente?
Non è così diverso dai già citati diari di scuola che usavamo noi, pieni e zeppi di frasi, slogan, immagini di attori e cantanti e disegni, ma al tempo stesso più rappresentativi del proprio sé o dell’estremo desiderio di apparire agli altri in una certa maniera con foto e video.
Forse la vita non sarà fatta di IP, PIN, PASSWORD  e wi-fi  ma, alla fine, queste son le chiavi di lettura con i quali i giovani trovano il modo di rappresentarsi.
Famiglia e scuola ne devono tenere conto, ricordando non solo dove sta ‘sto benedetto manuale d’istruzioni del computer ma anche il buon senso nel suo utilizzo.


Pubblicato su: TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

lunedì 15 luglio 2013

L'esempio dà voce e corpo alla coscienza civica.

L'esempio dà voce e corpo alla coscienza civica.

"Questo articolo l'ho scritto mesi fa ma, dopo gli ultimi avvenimenti che riguardano insulti ed episodi di razzismo contro un Ministro della Repubblica solo perché di colore, direi che di buoni esempi ne abbiamo estremamente bisogno. 
Oggi più di ieri."


Siamo alle solite: uno ci spera sempre ma niente, mi ritrovo a cozzare contro un'amara verità e non mi resta altro che chiedere. Per farlo mi armo di tutta la pazienza del mondo, non della comprensione eh, perché io queste cose proprio non le capisco. Quindi inspiro profondamente e domando al mio distaccato interlocutore: -Mi scusi.. Potrei sedermi?- In genere chi ha evitato il mio sguardo fino all'ultimo, con la remota speranza che il caso la/lo salvasse o che andassi oltre, muore dentro nell'esatto istante in cui sente la mia voce. Mi fissa per accertarsi che sia vero: siamo in bus, i quattro posti per gli anziani sono occupati per l'appunto da anziani, ed una giovane donna con in braccio un bambino attende un cenno, che fosse anche un gemito di sofferenza, ma una qualsiasi reazione che attesti che il soggetto chiamato in causa sia ancora in vita.

Il bus chiude le porte ed io riprovo, più decisa:- Mi scusi potrebbe lasciarmi il posto?- Nel frattempo siamo già ripartiti affrontando due curve della morte, una dietro l'altra, a tutta velocità. Non chiedetemi come faccia a stare in equilibrio con borsa e virgulto stretto al petto: istinto di sopravvivenza, di sicuro! Il giovane seduto, dopo aver interiorizzato il dramma, convince le proprie terga a staccarsi dal sedile. Sorride. Mi sorride. Ma si vede che è un sorriso tirato di circostanza e mi fa spazio con estrema fatica. Prendo posto fra lo sguardo compiaciuto di qualche anziana signora e l'indifferenza dei più.

Il giovane studente soffre perché dovrà stare in piedi per i prossimi 10 minuti fino a giungere al capolinea; d'altronde era suo diritto divino stare seduto perché era arrivato per primo. Mi guardo attorno. Oltre al ragazzo intento ad accettare il suo triste ed inevitabile destino con le dita fra i capelli come chiaro segno di interiore sofferenza (approfittane ora prima che la calvizie abbia la meglio, ti conviene) il posto per i disabili è occupato da un paio di borsoni, una donna con le borse della spesa sta in bilico mentre affrontiamo la rotonda del terrore, un uomo seduto nei posti dietro urla al cellulare cosa farà nel pomeriggio... Ecco basterebbe una gita, una bella comitiva scolastica in un qualsiasi bus cittadino per riassumere in venti minuti il succo di un anno intero di educazione civica, evidenziando cosa NON andrebbe fatto e perché. Ah sì! L'educazione civica non viene più proposta come materia a scuola dagli inizi degli anni'90 per chissà quale riforma.



 Ricordo che in prima media (era il 1990-91) a settembre la professoressa di storia e geografia iniziò ad illustrarci i tre poteri dello Stato e dopo qualche lezione, con grande stupore da parte nostra comunicò all'intera classe che non "serviva" più poiché l'educazione civica era stata, come materia, improvvisamente abolita.

Oibhó ci ha lasciato sul più bello, chissà se il mio compagno di banco dell'epoca è andato a guardare come va a finire 'sta cosa dei tre poteri. Io, in tutta sincerità, invece, lo ricordo intento a dar fuoco al quadernetto con gli appunti cinque minuti dopo l'inaspettato annuncio.

Qualche tempo fa, per tornare ai giorni nostri, parlando con un'amica, una giovane insegnante di una scuola media di Milano, Antonella, una di quelle che lottano in trincea quotidianamente e che s'impegnano con anima e corpo nel mestiere che hanno scelto di fare, mi dice che di educazione civica, nonostante l'assenza in pagella, se ne fa eccome: in classe si parla, si discute, vengono proposti temi, lavori di gruppo, spunti dal quotidiano dove riflettere e riflettersi, proiettando film, tutto per risvegliare le coscienze nei giovani per educarli a essere cittadini coinvolti e responsabili.

Vorrei sottolineare che chi propone lezioni di questo genere prepara il materiale a casa, la sera prima, nonostante gli impegni personali e familiari senza ricevere compenso alcuno, in più, in busta paga. Professori che son risorse rare devoti alle generazioni future, da valorizzare e aiutare, diciamolo questo perché il "più" fatto oltre il suono della campanella è un dono che loro ci fanno, sprovveduto colui che lo sottovaluta, chiunque esso sia!

Ma se scene come quelle descritte sopra nei bus, sulle metropolitane e in tutti i luoghi dove l'umanità condivide attimi di esistenza quotidiana accadono di frequente significa che qualcosa non va. Se imparano a scuola ma poi quanto è detto non è supportato dall'esempio anche a casa tutto diviene "temporaneo" e collegabile solo all'interno degli spazi in cui ha avuto origine, l'aula, incapace di divenire un atteggiamento da esportare fuori nel mondo, comportamenti che non riescono a rigenerarsi in risposte spontanee, basate sul buon senso e la condivisioni di valori a seconda del contesto in cui il giovane si ritrova a muoversi e a vivere immerso in mezzo agli altri.

Riemerge la necessità nel processo educativo di un legame inscindibile tra scuola e famiglia caratterizzato dalla cooperazione, il dialogo, il reciproco rispetto, la fiducia dei ruoli e dei loro confini. Fondamentale è rispettare questi ultimi per poter lasciare spazio all'azione educativa di chi in quel momento è il punto di riferimento per il giovane, consapevoli dell'esistenza di quelle zone franche dove, scuola e famiglia, si devono incontrare, confrontare e mettersi in gioco per il bene dell'educando.

"I giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo" disse Alessandro Pertini, settimo Presidente della Repubblica Italiana. Quindi non diamo la colpa a questa nuova generazione perché, in effetti, manca in qualcosa poiché i ragazzi riflettono quel che dal mondo adulto giunge e noi siamo quel mondo. Quindi, se vogliamo possiamo dire che abbiamo trovato, almeno in gran parte, i responsabili del "dramma" vissuto da quel giovane ragazzo che, in un giorno qualsiasi in un qualsiasi bus, morì dentro spegnendosi lentamente per essersi abbassato, inconsapevolmente, a comportarsi da bravo cittadino, lasciando il proprio posto ad una madre con un bambino.
Meditiamo. E magari dopo una dovuta riflessione e messa in discussione impegniamoci di più nel dare il buon esempio!


Pubblicato il 19 marzo 2013 su: BBMag

Sylvia Baldessari

mercoledì 10 luglio 2013

Libertà di pensiero nei Social: valore condiviso o diritto negato?

Libertà di pensiero nei Social: valore condiviso o diritto negato?



"Oggi colazione con il mio amore!"
"Finalmente in ferie!"
"Buon compleanno amico mio!"

Questi sono alcuni fra i post più comuni che un qualsiasi internauta può trovare navigando nei social più famosi.
Frasi normali, se vogliamo anche banali, ma ingranaggi fondamentali di uno scorrere quotidiano che, grazie alla condivisione della rete, possiamo rendere pubblici ed in qualche maniera per noi e per chi ci legge  importanti.
Inutile chiedere cosa sia Facebook: chiunque potrebbe dare una definizione più o meno corretta del "prodotto" di Mark Zuckerberg. La Domanda (e la D maiuscola non è un refuso) piuttosto è "cosa rappresenta per noi  Facebook?".
Se ponessi questo quesito ad ognuno di voi sarei sicura che in breve riceverei una quantità inimmaginabile di definizioni, una diversa dell'altra perché se c'è una cosa che in questi anni di navigazione in rete ho imparato è che ciascuno vive quest'ultima e quindi anche i Social Network in maniera diversa e personale.
In linea generale posso dire che Facebook rappresenta il desiderio di parlare di se stesso agli altri, possibilmente amplificando il proprio messaggio, l'Io cyberspaziale, oltre ai confini delle restrizioni proposte per salvaguardare la propria privacy, giungendo sulle bacheche non solo degli amici ma, per un trascendentale desiderio di esibizionismo, anche in quelle delle altre persone, anche sconosciute.
Ma non è ossimorico tale tentativo? Mantenere privato qualcosa volontariamente esposto al mondo, in un'agorà virtuale dove le vie d'entrata sono il più delle volte spalancate?
Tralasciamo questo aspetto e torniamo alla domanda: se Facebook è una sorta di diario personale dove poter scrivere ogni proprio pensiero, riflessione e commento per rappresentare noi stessi a tutti allora mi sentirò libero di pubblicare quello che voglio e come voglio, spinto anche dalla consapevolezza che, seppur in esposizione, non lo siamo mai totalmente perché nascosti dietro ad uno schermo.
Insomma, anche perchè protetti molto dall'anonimato (sia la foto profilo che il nik name potrebbero essere fittizi) possiamo permetterci di divulgare frasi o esclamazioni che magari in pubblico, per timore di una qualche repentina reazione, non oseremo mai dire.
E fin qua tutto bene, direi, perché il diario è sempre stato un luogo di raccolta di pensieri, individuale e personalissimo.
Il problema nasce con l'opzione "commenta" che permette a chiunque (soprattutto se il profilo è pubblico) di leggere ed intervenire nel dibattito fatto emergere.
L'interazione, dunque, diviene punto cardine del nostro ragionamento soprattutto in questi ultimi mesi che hanno vista un'Italia ma anche mezzo mondo in fermento, in balia di eventi che i vari media hanno trattato ed argomentato.
Ed eccoci all'esplosione di commenti e post con le varie opinioni, filosofie e pensieri: il più delle volte lapidari, crudi, quasi sentenze giungendo addirittura a degli anatemi per tutti i contatti contrari o di opinione diversa alla propria.
Gente che litiga, insulta, minaccia nel nome di una libertà di parola (la propria) e al tempo stesso la negazione di un'altra libertà, quella della parola (altrui) sottoforma di risposta, dialogo e scambio di opinioni.
Abbiamo visto defezioni anche importanti dai Social (come dimenticare il caso "Mentana") di persone che lamentavano una certa sofferenza nel non riuscire a comunicare attraverso la rete e della mancata educazione nel relazionarsi con gli altri anche sul web.
Addirittura in Parlamento si è giunti a discutere se disciplinare o meno attraverso l'uso della Legge il comportamento dei singoli cittadini su internet.
Personalmente io vedo ogni diario o bacheca Facebook come una sorta di magione dove il padrone espone la propria personalità.
Quindi come in ogni visita di cortesia che concediamo agli amici,  dovremo essere consapevoli del fatto che non sempre tutto ciò che vedremo sarà di nostro gusto .
A noi l'intelligenza di far notare o meno la cosa, ricordando dove siamo e con chi siamo.
A chi ci ospita la giusta ironia nel saper talvolta "incassare" le battute  da parte degli amici anche su ciò che più lo rappresenta con la consapevolezza che un'amicizia vale molto più di un colore politico o di qualsiasi effimera opinione scritta a caldo su una schermata.
Non è una questione di normative o leggi ma di buon senso nel sapere stare assieme agli altri, di educazione, rispetto e di rammentare, nel caso ci trovassimo davanti ad un muro che "Internet è per tutti ma non tutti sono per internet" come digita Massimo Melica dal suo blog "Sotto Un Cielo Di Bit" e che se proprio non ce lo ricordiamo più, fuori, c'è davvero un cielo reale, una volta celeste,  nella quale perdersi...


Questo articolo è la versione integrale del mio contributo che troverete sul post multiplo pubblicato su Ibrido Digitale "Facebook, è giunto il momento di abbandonarlo?".
Ringrazio Matteo Piselli per l'ospitalità, la gentilezza e la pazienza.


Sylvia Baldessari

martedì 9 luglio 2013

È vietato calpestare i sogni.

È vietato calpestare i sogni.

Questo post è stato scritto qualche mese fa ed è dedicato ad Angelo, una persona gentile che ci mancherà sempre.



Stamani ho accompagnato mio figlio all’asilo.
A lui piace andare lì, si diverte, gioca ed ha la possibilità di fare esperienze nuove anche da solo senza che mamma e papà siano presenti.
L’inizio di un percorso che dovrebbe portarlo alla scoperta delle proprie aspirazioni e far emergere i suoi sogni, il motore che ci spinge a lottare contro le avversità del quotidiano, che ci indica la montagna da scalare e che dà un senso alla nostra vita.
Lasciato a scuola e con questo pensiero in testa vado a comprare il pane e mi fermo a scambiare due parole con la fornaia e, guarda caso, il discorso cade proprio sui sogni: la sua figliuola più grande, quasi adolescente, par voler, appena possibile, trovare un lavoro perché studiare non le assicurerebbe un futuro sicuro, stabile, di quel tipo, lei dice, dove puoi far programmi a lungo termine.
La fornaia, donna saggia e madre attenta, mi dice che ha cercato di far intendere alla figlia che i sogni van inseguiti e che non bisogna “accontentarsi” di quel che la vita pare riservarci e che studiare serve, sempre e comunque, non solo per poter espletare degnamente una professione ma anche per se stessi, per non lasciarsi pigliare dagli eventi senza capire chi o cosa ci ha travolto.
Vado a casa rimuginando su quanto detto, con due sacchetti pesanti e un grande ombrello che mi protegge il capo da una pioggia più autunnale che primaverile, metafora forse dei pensieri che mi accompagnano.
Una volta al riparo mollo le borse, mi sfilo gli stivali in pelle e mi abbandono sul divano controllando dall ‘iPhone la bacheca generale di Facebook, un posto dove speranze e delusioni vengono quotidianamente espresse mediante post, link ed immagini, e mi giunge la notizia della improvvisa scomparsa di un caro amico.
È stato strappato alla vita, così da un momento all’altro senza preavviso. Per lui il tempo di realizzare i propri sogni è terminato, in maniera crudele e beffarda per andare lì dove per noi è ancora un mistero.
È un momento brutto, questo, per sognare, la crisi rende tutto più sterile, difficile e le speranze a lungo andare divengono semplicemente  spirito di adattamento ad un qualcosa che non avremo mai voluto fare, da grandi, ma che ci tocca perché “tanto è andata così”
No, non ci sto!
“Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” e questi, perché son proprio sogni, non sono mai stata a portata di mano in nessuna epoca, stato sociale o confine geografico.
Non è tanto la realizzazione del sogno a renderci ciò che siamo, bensì il percorso fatto per provare a realizzarlo: noi siamo tutto ciò che in quel viaggio abbiamo attuato, appreso e condiviso.
Quindi sognate perché è un vostro diritto farlo, sognate e lottate perché questo lo rimanga, fatelo per voi stessi e per chi verrà dopo di voi.
Fatelo per chi non può fisicamente muoversi per una qualunque malattia che lo costringe all’immobilità, anche se fra questi troverete chi ha più forza di voi e nonostante tutto continua a sognare.
Nel caso prendetelo ad esempio nei momenti di sconforto.
Sognate e lottate per i vostri sogni: è vietato calpestare i sogni anche in nome di chi non c’è più!
Continuate voi, per loro, a sognare.


Questo articolo è stato pubblicato su: TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

domenica 7 luglio 2013

Emanciparsi, per una donna.


Emanciparsi, per una donna.


Questa riflessione scaturisce dal parlare quotidiano, da frammenti di dialoghi, conversazioni e chiacchiere fra donne intente a districarsi nei numerosi impegni giornalieri.
Da qui il post che segue.
Un po’ dispiaciuta  per  una catalogazione femminile implicita confinata in pregiudizievoli ruoli, lancio questa personalissima rivendicazione:
Una donna può essere una lavoratrice in carriera , o una mamma che lavora o semplicemente una mamma.
Emanciparsi, per una donna, non significa per forza appartenere alle prime due alternative.
Emanciparsi, per una donna, significa avere la più totale libertà di scegliere cosa essere nella propria vita, sia che scelga la carriera, la famiglia o decida di coniugare entrambe le cose.
Se sceglie la famiglia ha il diritto di non sentirsi apostrofare come una donna “che non fa niente” perché sta a casa ad accudire i figli.
Se sceglie la carriera ha il diritto di non sentirsi accusata d’essere una “donna a metà” perché non ha avuto figli e non ha espletato il suo “dovere” di madre nei confronti di una società di orwellesca memoria ( vedi in “1984″ dove procreare era un dovere per entrambi i generi e non una fra le diverse e libere conseguenze dell’Amore ).
Se sceglie entrambe le cose, invece, ha il diritto di sentirsi ammirata per l’enorme impegno, la dedizione ed il sacrificio  ma non deve cadere nell’errore di giudicare male le altre due.
Emanciparsi, per una donna, è il diritto di essere semplicemente se stessa, potendo realizzare i propri sogni in questo mondo.
E quest’ultimo necessita, oggi più che mai, di sogni e volontà per realizzarli.
Forza bambine!!!

Pubblicato su: TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari 

venerdì 5 luglio 2013

Il senso della morte nei bambini (e non solo).

Il senso della morte nei bambini (e non solo).

"Che significa muorisce?"
"Intendi dire... morire?"
"Sì, cosa vuol dire?"
"Significa chiudere gli occhi e non respirare più. Finisci di muoverti, mangiare, parlare... E te ne vai altrove."
"In cielo?"
"Probabilmente sì."
"E non ci si vede più?"
"No, temo di no!"
"Ma queste son cose che non capitano a me, tu morisci a me non capita."

Ricordo che sorrisi semplicemente lasciando cadere il discorso. Il bimbetto che all'epoca sorvegliavo in qualità di baby sitter e che aveva circa 5 anni pareva aver esaurito le domande.

Non che cercassi di insabbiare la cosa o di evitare il confronto: percependolo "soddisfatto" non mi pareva il caso di anticipare riflessioni che per ora, per volontà del Fato, non avevano trovato appiglio né un concreto motivo per emergere. Quando sarebbe giunto il giorno, nel caso, lui sapeva che io ci sarei stata con la speranza, da parte mia, che tale momento sarebbe arrivato il più tardi possibile per il bene che ancora gli voglio.



La vita e la morte son le due facce della stessa medaglia e l'esistenza corrisponde al tempo con il quale la medaglia ruota da una parte all'altra: capire il valore di entrambi i lati o conoscerne appieno il loro significato il più delle volte occupa l'intero movimento di rotazione. Non è facile spiegare il senso della morte ad un bambino, anzi in realtà spiegare cosa sia la morte non è semplice, mai. Il problema non è lui, il bimbo, poiché se troviamo difficoltà ad affrontare tale argomento è perché noi stessi non siamo ancora stati capaci di interiorizzarne il senso, dando un personale significato ad un qualcosa di inevitabile e che risulta essere fisicamente uguale per tutti.

Emozionalmente non lo è perché davanti alla morte di qualcuno a noi caro ognuno affronta l'evento in maniera diversa a seconda del carattere, l'indole e le esperienze passate. Trovandolo difficile per se stesso, un adulto tenderà ad essere in difficoltà anche quando dovrà parlarne con un bimbo ed il più delle volte cercherà d'essere sbrigativo nel dialogo, convinto di evitargli un maggior dolore (soprattutto se si sta cercando di spiegare un lutto recente) o che il bambino perché piccolo ed inesperto non sia in grado di capire. Questo è un grande errore perché i bambini capiscono e contemplano ogni cosa, la loro curiosità è viva, dinamica e sorprendentemente riescono a dare una spiegazione logica, con una loro logica, a tutto.

Necessitano di risposte e se non ci sarà nessuno a fornirle allora le dovranno trovare da soli, in armonia con quel che è la loro visione del mondo e della vita. Quando muore qualcuno che amiamo i sentimenti che maggiormente emergono sono l'iniziale perplessità, l'enorme sofferenza nel capire che non si rivedrà più quella persona, un senso di solitudine, frustrazione perché impotenti, impossibilitati nel non poter far nulla dalla quale seguirà rabbia, sfociando in alcuni casi anche in aggressività. Se per un adulto tutto questo è "forte" da affrontare e superare provate a pensare per dei bambini ancora in totale balia delle emozioni.  E questo perchè non levigate dall'esperienza sono forti, primordiali e senza freni.

Credere che loro non capiscano ed accennare appena l 'argomento convinti di preservarli dal dolore sarà uno dei più grandi errori che vi capiterà fare: i bambini vivono più intensamente tutto ciò che a loro capita e tenderanno ad autocolpevolizzarsi se non riusciranno a dare un nome a quel che stanno percependo ovvero sofferenza.

Fate come fareste con un vostro caro amico, sedetevi accanto e parlateci. In maniera semplice spiegate ciò che è successo e quel che voi stessi provate e... Ascoltate! Il bambino potrà dare un nome a ciò che prova, capire che nonostante il sentimento di solitudine non è l'unico a sentire dentro di sè sensazioni del genere e se vorrà potrà sfogarsi imparando che su di voi potrà sempre contare, raccontando ciò che dentro lo tormenta.

I bambini in balia delle emozioni le comunicano comunque attraverso la loro fisicitá, con dei segnali inequivocabili che richiamano il gran tormento che si portano appresso che si manifestano con atteggiamenti aggressivi e in apparenza privi di qualche spiegazione, anche dopo molto tempo dall'evento accaduto.

Perché il tutto non sfugga di mano e per aiutarli a crescere come degli adulti sereni e consapevoli vivendo in maniera totale la loro esistenza ne dovranno, prima, capire il loro più profondo significato, che passa anche attraverso la sofferenza e la sua contemplazione. Riuscendo così ad affrontare ed interiorizzare anche ciò che per tutti noi è un mistero, che ci sottrae in maniera crudele le figure più care senza un perché e che sancirà la fine del percorso di ognuno: la morte.

Perché possano farlo hanno bisogno di voi, del vostro esempio nel sapervi esporre, parlando di voi stessi ma anche ascoltando e rispettando i silenzi, quelli di cui abbiamo bisogno per rielaborare l'esperienza. Fatelo perché possano fare altrettanto con i loro figli, ricordandovi, un giorno, con affetto ed amore senza crogiolarsi nel passato ma ben avviati verso il futuro.

Pubblicato il 19 aprile 2013 su: BBMag


Sylvia Baldessari

mercoledì 3 luglio 2013

Arte ed educazione, parliamone.

Arte ed educazione, parliamone.

Arte ed educazione, parliamone.

Non sono lontani i giorni in cui qualcuno dichiarò che “Con la cultura non si mangia” 
Eco che fa paura, tremare i monumenti, incrinare cupole, strappare pagine di libri, vibrare tele di famosi dipinti che questo Paese, l’Italia, nei secoli ha donato all’avvenire.
Sarà  anche vero che è lo stomaco a brontolare e che necessita d’essere riempito di cibo perché il nostro corpo possa continuare ad esistere e che bisogna, di conseguenza, “vendere e guadagnare”  atto che si traduce nell’espletare una qualunque ed o onesta professione, ma è altrettanto vero che l’animo pretende sostanza per poter dare un senso alla nostra esistenza.
Altrimenti siamo involucri vuoti in balia degli altri e degli eventi, privi di passione, emozioni e talenti.
Quanto segue è un dialogo avvenuto anni fa con un artista, una persona speciale per me, ed il discorso verte proprio sul valore, in termini umani, dell’Arte sulla persona e ciò che avviene dentro di noi quando ad essa ci abbandoniamo.
Non pretendo che tutti gli artisti si riconoscano in questo scritto, è solo il pensiero di uno di loro.
Ed è proprio questo che più amo dell’Arte: ciò che comunica è sempre diverso, nuovo ed originale a seconda da chi parte o giunga il suo messaggio.
Chissà che alla fine, magari, non siate invogliati a riscoprire le bellezze della vostra città esposte nei musei  ma presenti anche in strada o in qualsiasi angolo di Madre Terra.
 “Cos’é la mercificazione dell’arte?”
“È quando dipingi per vendere”
 -per qualche attimo cala il silenzio. 
Ha capito che, come risposta, non basta.-
 “Beh.. Ovvio che ogni artista spera di vendere le sue opere: suvvia, siamo pur sempre narcisisti quel tanto che basta per evitare la megalomania. 
-sorride sornione-  Se comprano significa che la tua arte piace, ha un riscontro. Come non esserne soddisfatti? Ma… Non è quello! Se sei un artista, dipingi comunque, anche se non vendi,  perché ne hai bisogno! È una necessità interiore che ti spinge a farlo. - coglie lo sguardo perplesso comprendendo che non basta, ancora - 
“Attraverso l’Arte esprimi te stesso e tu non puoi fare a meno di farlo, di non dipingere: dipingeresti comunque anche se avessi la certezza che non guadagnerai mai nulla!
Attraverso l’opera ed il momento in cui viene contemplata si crea un incontro: metti a nudo il tuo Io più profondo proiettandolo in forme, colori, movimenti, vibrazioni visive e ciò che giunge all’occhio di chi guarda crea un qualcosa di inedito, mescolandosi al suo vissuto.
Un arricchimento sempre nuovo, sempre diverso a seconda di chi sofferma lo sguardo volutamente, in cerca di questa esperienza.
È in questo che l’artista crede.
Il valore che dà all’Arte.
Ha un che di educativo, non trovi?
Alla fine non è e non può essere mercificazione ma piuttosto un dono, donare se stessi al Mondo!”
Ritorna ad esserci il silenzio. Ma questa volta è quello giusto, quello che pone un punto ad un concetto giunto al cuore.

Questo articolo è stato pubblicato su: TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

lunedì 1 luglio 2013

Equilibrio.

Equilibrio.


Equilibrio.

Poco tempo fa, mentre mi trovavo al parco con mio figlio, ho visto far capolino dal viale un alto pennacchio bianco posto al centro di un ceruleo turbante al di sotto del quale camminava, con una certa grazia, una giovane funambola vestita come un personaggio delle fiabe.
Trovati due alberi dove legare una corda, ha improvvisato uno spettacolo di equilibrismo richiamando una gran parte di bambini presenti in quel momento.
Seduti sull'erba, mentre stringevo tra le mie braccia mio figlio, osservavo la giovane muoversi in perfetto equilibrio, ammirandone i movimenti lenti e delicati, i muscoli in tensione e quel suo bel sorriso rivolto a chi la stava guardando mentre camminava sulle fune.
Non so il perché ma in quel momento, quella immagine, richiamava molto il ruolo di un educatore, di un genitore, di chi educa, insomma.
Da una parte le emozioni come l'amore o la paura, dall'altra le conoscenze, gli strumenti cognitivi, le scelte che devono essere comunque prese.
Camminare in equilibrio sul confine che delinea tutto questo costituendo quella quotidianità che ci appartiene e che scandisce la mostra esistenza è una sfida.
Perché non è per niente facile soprattutto se l'educazione è la professione che hai deciso di fare.
Essere un esperto come lo può essere un educatore, un pedagogista o un psicoterapeuta nel momento in cui si diventa genitore potrebbe essere quasi controproducente: sei così sicuro di quello che sai che, nelle dinamiche con tuo figlio può capitare di essere troppo "tecnico" dimenticando tutta quella sfera emotiva e significativa che rende qualsiasi relazione vera, profonda e piena di senso.
E perdendo l'equilibrio cadi.
D'altro canto, un genitore in quanto tale,  in possesso solo del suo istinto potrebbe, per il timore di farsi domande o di affrontare realtà per niente facili,  sentirsi sopraffare dalla paura di non essere all'altezza del suo ruolo, risultando totalmente disarmato, con tutto ciò che ne consegue.
E perdendo l'equilibrio cadi.
La giovane acrobata non è mai caduta durante il suo spettacolo ma questo è il risultato di numerose cadute verificatesi durante gli allenamenti.
Con il tempo e gli errori ha imparato.
Non è male cadere, perché può capitare, deve capitare per poter capire come fare e proseguire fino alla fine, per acquisire quel senso che porta all'equilibrio.
Beh sì non è facile accettarlo, viviamo in un mondo dove la perfezione è idolatrata, inseguita ovunque, nel proprio aspetto fisico, nello stile di vita, nei ruoli che siamo chiamati a fare ma vi posso assicurare che non vi è nulla di più autentico, originale ed umano dell'imperfezione, del cadere,  perché è solo così che possiamo rialzarci e affermare al mondo chi siamo veramente.
Educare significa, allora, sì equilibrio tra gli strumenti, le conoscenze e l'istinto ma anche cadere perché è solo attraverso l'esperienza, anche di sbagliare, che possiamo migliorare.
A me è successo di cadere, di rendermene conto, soffrire per questo ma anche tornare a respirare, riempire i polmoni d'aria fresca, risalire e rimettermi sulla fune con più tenacia, consapevolezza e determinazione.
Quando si educa lo si fa con il cuore, perché i sentimenti possano riempire la relazione, e con la mente, perché le regole non vengano dimenticate ma poste a confine della relazione perché sia l'educando, o nostro figlio, al centro di tutto.
La mente per ricordare i nostri doveri da educatori, il cuore per ricordare che siamo sempre madri e padri.
"Come hai fatto?" chiede un ragazzetto dall'aria furba e dallo sguardo limpido alla giovane funambola. Lei gli sorride senza abbandonare quell'aria surreale che la contraddistingue mantenendo quel pizzico di magia che nella vita c'è scoprendola poco per volta, giorno dopo giorno e volgendosi al suo pubblico si prepara, ancora una volta, a camminare in equilibrio sulla fune.

Pubblicato il 13 giugno 2013 su: BBMag

Sylvia Baldessari