Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

lunedì 27 gennaio 2014

27 gennaio 2014 - Giorno della Memoria.


Momenti
Esistenziali da
Mantenere vivi
O da
Ricordare per
Istruire e non
Abbindolare


Oggi, 27 gennaio è il Giorno della Memoria.
Oggi si ricordano tutte le vittime che, durante la seconda guerra mondiale, morirono dopo un'atroce persecuzione.
Chi per una questione di razza o di religione, chi per ribellione contro le estreme ideologie dell'epoca, riflesso dei regimi dittatoriali che, dell'individuo, ne annientarono l'Essere in nome di un'omologante follia.

"La Guerra" opera di Marc Chagall 1943


Sensibilizzare
Trasmettere
O
Raccontare per
Insegnare
Capire e
Apprendere





Follia che, nonostante tutto, continua ancora nel 2014 con guerre e persecuzioni in varie zone del globo, mietendo ogni giorno nuove vittime.

 
 
 


Educazione come
Diritto a
Una
Conoscenza
Accessibile che
Ripercorra imparziale gli
Eventi del passato





Educazione ed istruzione per contrastare la violenza e prendere in mano il nostro futuro, per un mondo libero dagli errori del passato.


 
 

Malala Yousafzai





Se vuoi il percorso della memoria continua con gli articoli di Roberto Gerosa e Ilaria De Vita


Sylvia Baldessari



domenica 26 gennaio 2014

#EducazioneNaturale - Cronache di poveri genitori.


Ogni mese nel gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" viene proposto ai membri un tema educativo.
Chi raccoglie la sfida scrive un articolo al riguardo. I contributi, poi, vengono ospitati nei blog presenti in
Snodi Pedagogici e divulgati nei vari social con un hashtag particolare in un determinato giorno.Questo mese, gennaio, tocca a "L'educazione nasce naturale", tema lanciato da Alessandro Curti nell'Assemblea del 16 novembre, svoltasi a Milano.

 Cosa ne pensano i genitori dell'educazione?

"L'educazione nasce in un ambito naturale, la famiglia, il gruppo, il clan, la tribù, in cui era necessario che i grandi insegnassero ai piccoli quello che occorreva per vivere. Poi la società si è fatta più complessa è le figure educative si sono moltiplicate e in alcuni caso si sono professionalizzate per supportare quelle naturali. Ma ancora oggi la prima istanza educativa nasce nelle famiglie, nei gruppi familiari, negli spazi di socialità naturali...."





#educazione naturale - "Cronache di poveri genitori" -
di Sergio Grunwud


Trovo affascinante il tema proposto per questa discussione. Lo trovo affascinante perché questa “condivisione di sapere” arriva da ancestrali comportamenti che né il tempo, né lo spazio e nemmeno il periodo storico, dal Preistorico fino alla nostra Era Contemporanea, sono riusciti a cambiare.
La cultura contadina è impregnata di questo sapere: l’anziano ha il rispetto dei giovani perché egli “conosce” il ciclo delle stagioni e quando e cosa seminare.
Così come nell’industria o nella piccola bottega artigiana, l’anziano erudisce l’apprendista al mestiere. Entrambi gli esempi hanno il solito fine: il proseguimento del Sapere nel Tempo così da consentire anche alla generazione futura di vivere e crescere una famiglia; e quando sarà il tempo, istruire ancora i giovani al mestiere e cominciare un altro ciclo vitale, un altro periodo storico.

Ma tutto questo non è scontato; per insegnare e imparare ci vuole un qualcosa che è nell’aria: educazione.
Strana parola questa, “educazione”. Sì, strana, perché se “educare” vuol dire insegnare, “essere educati” vuol dire due cose a mio avviso: imparare o avere imparato qualcosa e rispettare le regole. E chi non rispetta le regole della tribù, della famiglia o del clan, viene (o meglio veniva) apostrofato con un bel: “Maleducato!”, tanto da far vergognare (parola ormai caduta in disuso) sia chi riceveva l’epiteto, sia chi aveva il compito di “educare”.
Essere stati genitori in altre epoche quindi, voleva dire che i primi ad accettare l’educazione che veniva data ai figli eravamo proprio noi genitori.
Ogni epoca ha avuto i suoi Maestri.
Se prima bastava la terza elementare come scuola dell’obbligo (e fu una conquista sociale non indifferente!), adesso il nostro tempo più complesso ci porta altre figure più mirate ad ogni piccola sfaccettatura dell’educazione. Ma noto stranamente che adesso noi genitori siamo insofferenti. Se prima il maestro brontolava nostro figlio, non esitavamo a dare un sonoro ceffone a questo “figlio maleducato” di fronte all’insegnante (chi scrive ne sa qualcosa, maremma..). Adesso: “..che nessun maestro si azzardi solamente a dire che mio figlio è colpevole di qualcosa perché mio figlio è il migliore, buono, tenero e soprattutto è mio figlio e voi che insegnate siete tutti dei poco di buono perché non lo capite!!” Qualcosa mi stona in questa Società moderna grondante di Sapere da ogni computer da dove, volendo (e lo riscrivo: volendo), si può ottenere qualsiasi informazione.

Da genitore mi sforzo a trasmettere quello che i miei genitori mi hanno insegnato ma tutto posso fare meno che una cosa, se voglio che la mia prole venga “educata”: mettere in discussione chi educa. E soprattutto, devo (devo) pensare che anche mio figlio abbia torto se commette un’azione non educata. E se compie tale azione, devo essere pronto a dargli torto, e dare ragione all’insegnante o a chi ha il compito di aiutarmi ad educarlo. Perché prima faremo noi genitori a vedere la trave che abbiamo negli occhi, fatta da troppo protezionismo “perché il mondo è cattivo”, meglio sarà per i nostri figli.
Il mondo è sempre stato cattivo, prima più di adesso.
Ma forse la cattiveria nei secoli passati è stata sconfitta con una parola: educazione.


 Chi è l'autore di questo articolo:
Mi chiamo Sergio "Grunwud",  senese di nascita e abitante in val d’Elsa, nel centro della Toscana.  Il cognome è di fantasia legato ad un mio personaggio creato una mattina di settembre di undici anni fa per un gioco di ruolo. Ho deciso di lasciare questo “cognome” per farmi conoscere proprio perché è giusto il “ruolo” di genitore che “interpreto” da 17 anni e qualche mese. E proprio perché non è facile interpretare questo ruolo che cerco idee, punti di vista diversi  e altri modi di “recitare” quello che è appunto essere genitore.  Per imparare, io per primo, sempre.



I contributi vengono condivisi con gli hashtag #educazionenaturale e ‪#‎snodipedagogici‬ dai blog:

- Bivio Pedagogico di Christian Sarno
- Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti
- E di Educazione di Anna Gatti
- Allenare Educare di Luca Franchini
- Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
- Ponti e Derive di Monica Cristina Massola
- La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
- Il Piccolo Doge di Sylvia Baldessari
- In Dialogo di Elisa Benzi
- Tra fantasia pensiero azione di Monica D'Alessandro Pozzi





Sylvia Baldessari 

mercoledì 22 gennaio 2014

Anteprima ebook: "L'Altro" di Vera Q.


Conoscere scrittori emergenti mi permette di godere di piccole fortune come leggere un loro libro in anteprima.



Vera Q.



Mi capita così di incappare nella storia di un certo Manuel che, un giorno, si rivolse al se stesso di uno specchio e incredibilmente ricevette risposta. Che questa possa essere stata per lui una sventura o meno ve lo lascio scoprire volentieri, anche perché dubito che riuscireste mai a indovinare la fine di questa strana vicenda prima di giungere alla sua ultima battuta.
Anzi sono sicura che, una volta letto l'epilogo, guarderete ogni vostro riflesso in maniera del tutto nuova...





Io vi ho avvisati.


Simpaticamente, la vostra Sylvia Baldessari.

domenica 12 gennaio 2014

Intervista a Emanuela Ruggeri, autrice self.









Benvenuto sul "Il Piccolo Doge" Emanuela. Parlaci un po' di te.
Ciao Sylvia!

Vivo a Roma e da poco sono laureata in Letteratura e Linguistica Italiana. La scrittura è da sempre la mia grande passione. A otto anni ho scritto il mio primo romanzo e d’allora non mi sono più fermata. Amo leggere romanzi storici, d’avventura e per ragazzi e scrivo settimanalmente recensioni di film e di libri sul sito www.ultimariga.it

Il tuo libro "La vendetta dei pirati" è stato autopubblicato su Amazon, di cosa tratta, qual è la storia?

In realtà La vendetta dei pirati è stato pubblicato più di due anni fa dalla casa editrice Gruppo Albatros il Filo. Qualche mese fa il contratto è scaduto e io non l’ho rinnovato. Mi piacerebbe far rivalutare il romanzo da un’altra casa editrice, ma nel frattempo ho autopubblicato l’ebook su Amazon in modo che le persone possano comunque leggerlo.

Cosa significa per un giovane autore poter autopubblicare le sue opere? Come risponde il mondo dell'editoria?
Sono sincera: ho notato che tra l’Albatros e l’autopubblicazione cambia poco, perché in entrambi i casi mi sono fatta pubblicità da sola attraverso i social network, le interviste e le presentazioni. La mia speranza è quella di farmi conoscere il più possibile.

Cosa significa per te scrivere?
La scrittura è per me un bisogno quotidiano, oltre che una passione. Amo scrivere e sono arrivata a pensare che i libri siano una parte di me. Senza una storia da raccontare, non sarei più la stessa persona.

Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?
Questa è una bella domanda. Purtroppo i giovani non leggono molto, nonostante sul mercato ci siano libri per ragazzi molto validi. Un mio desiderio sarebbe quello di promuovere la lettura nelle scuole e, da un punto di vista professionale, è proprio verso questa direzione che sto cercando di muovermi.

Progetti futuri? Altri libri in vista?

Ho appena terminato il mio secondo romanzo per ragazzi. Vorrei scrivere nuove storie e approfondire quelle che, invece, ho scritto quando ero più piccola.

Ah... Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro?
Il libro può essere ordinato in libreria, online oppure direttamente da me, tramite spedizione. In questo caso potete vedere il mio sito per maggiori informazioni. L’ebook, invece, è disponibile su amazon ad un euro.

Grazie mille Sylvia per questa bella intervista.


Intervista pubblicata sulla Pagina Facebook del Il Piccolo Doge  il 17 maggio 2013




Con questa terminano le interviste agli autori self pubblicate nel 2013 sulla Pagina Facebook del blog.
Ringrazio tutti gli autori che hanno aderito a questa iniziativa, parlando di lettura e scrittura sia da un punto di vista personale che educativo.
Scrivere aiuta a comprendere meglio il proprio sé e leggere permette di esplorare il mondo attraverso lo sguardo altrui, occasioni che a mio giudizio sono necessarie per dare un senso al nostro vivere quotidiano, per comprendere meglio le situazioni, affrontando ciò che l'esistenza, sempre imprevedibile e spesso beffarda, ci propone.
Troverete altre interviste e riflessioni sui libri e non su TuttoPerLaMamma.it ma anche gironzolando su questo blog e se siete pigri, allora, vi do una mano io invitandovi a cliccare direttamente qui.

Vi lascio con queste due domande: cosa significa, per voi, scrivere e leggere?
Avete mai provato a trascrivere un vostro pensiero almeno una volta al giorno?

Fatelo per un po' e poi, se vi va, lasciatemi attraverso un commento le vostri impressioni.
Non vi cambierà sicuramente la vita.
O forse, in un certo senso, sì?





Sylvia Baldessari



martedì 7 gennaio 2014

Autoeducazione: "tempo e fiducia."


Mi capita di leggere due interessanti post riguardanti il bambino, uno inerente all’importanza del gioco spontaneo e uno sul diritto di oziare.

Poi un proficuo scambio di tweet con @MammaMoglieDonna: rallentare per cogliere l’essenziale che ci scorre davanti...

Da tutto ciò  deriva questa mia riflessione sul tempo e la fiducia, intesi nel loro valore auto-educante.

Buona lettura.
Bambini che giocano in una foto di Robert Doisneau


“La grandezza, di un uomo o di un popolo, non è colorita, sonora, applaudibile, rapida: è una cosa intensa, lenta; si nutre di silenzio e di tempo.”
Massimo Bontempelli, Il Bianco e il Nero, 1987
Quando noi eravamo piccoli avevamo la strada. Non c’era la tecnologia odierna o meglio, iniziava ad esserci, a fare capolino nei nostri pomeriggi ma non era ancora così sviluppata come lo è oggi, né alla portata di tutti.
Si finiva scuola all’ora di pranzo, si rientrava a casa, c’erano i compiti sì, ma di tempo ne rimaneva molto; si usciva per stare con gli amici, inverno o estate che fosse, senza la necessità di un cellulare in tasca, consapevoli che in caso di bisogno c'era sempre una cabina telefonica con una monetina.
Eravamo… soli.
Dovevamo cavarcela da noi, gestire il tempo nei vari  A cosa giochiamo”, “Dove andiamo”, “Che facciamo”, imparando a districarci nelle relazioni, nei contrasti, negli scontri, nelle alleanze, nel creare rapporti nel e con il gruppo di pari, ma anche con quelli più piccoli e con quelli più grandi. L’adulto non c’era, era altrove, al lavoro o impegnato in faccende personali  e ci si vedeva a casa alla sera, ognuno carico della propria giornata vissuta, dell’esperienza acquisita semplicemente vivendo la propria età.
Ma noi bambini, in campo, in piazza o per le vie del paesello eravamo veramente soli in quei lunghi pomeriggi passati a giocare? Non credo: l’adulto era sempre presente attraverso le regole che egli stesso ci  imponeva.
Ho avuto la fortuna di crescere a Venezia, una città priva di traffico automobilistico, tranquilla sì, ma pur sempre piena di insidie: il malintenzionato, il gioco pericoloso o la compagnia sbagliata erano sempre lì, in agguato, poiché elementi presenti in questo mondo, lo stesso in cui mi muovevo e crescevo e che dovevo imparare a riconoscere e gestire. 
Avevo delle regole ferree sull’orario di rientro e i confini da non superare, l’educazione e il rispetto da portare sempre e comunque, la giusta diffidenza verso l'estraneo a seconda delle situazioni che mi si paravano davanti.
Mia madre non c’era eppure era sempre lì, nel rispetto di quelle regole, che davano la possibilità di imparare ad auto-gestirsi, consapevole che infrangerle avrebbe comportato un rischio più grosso delle classiche punizioni o dei soliti castighi, ovvero quello di perdere la fiducia che veniva riposta in noi, segno di un’autonomia che, giorno dopo giorno, guadagnavamo diventando pian piano responsabili e indipendenti, meritandoci lentamente il "titolo" di adulto.
La fiducia era ed è una conquista importante e perderla significa non essere ancora “pronti” e quindi piccoli, una sconfitta che brucia molto in un momento particolare come quello dell’adolescenza, dove il voler dimostrare d’essere all’altezza a tutti i coti è la sfida più grande che siamo chiamati ad affrontare: chi per ribellione, chi per curiosità, chi per bisogno… Ma oggi, che accade?
Siamo gli stessi che son cresciuti in questa maniera eppure se ci guardiamo attorno vediamo come il tempo dei bambini, anche dei più piccoli, sia programmato e adattato alle esigenze altrui, quelle degli adulti.
Scuola, corsi, sport, laboratori scandiscano le giornate dei nostri figli. Questa è una società del “fare”, della competitività, della frenesia che obbliga a correre per stare dietro a ritmi che, alla fine, logorano anche l’adulto, figuriamoci un bambino.
Tutto è controllato, predisposto, monitorato sotto l'occhio vigile dei genitori che non mollano la presa sui figli, sballottati da un'attività all'altra, dove gioco spontaneo e ozio non trovano appiglio, negando elementi necessari per la conquista di una propria e attiva autonomia.
Mi capita spesso di sentire di bambini molto piccoli “stressati”.
Già questo dovrebbe imporre di tirare un freno a mano avviando una riflessione, forse una messa in discussione.
Indubbio che i tempi siano cambiati e che ora entrambi i genitori lavorino. Forse questo programmare non è altro che una risposta ad un bisogno, quello di accudire, che la famiglia non riesce più garantire da sola e che delega ad altri, ma è anche vero che non sempre è così,  ma l’atteggiamento frenetico rimane il medesimo.
Oziare e annoiarsi sono esperienze utili perché anche nel non fare niente c’è un’occasione di crescita: ma a voi non capita mai di desiderare giornate d'ozio, dove non fare nulla se non stare sdraiati e godere dei piccoli piaceri che solitamente vi negate?
E non è lì, proprio in quei momenti di presunta  inerzia o immobilità fisica,  dove è possibile riflettere, riordinare le idee, tirare le somme di quanto fatto permettendoci di ripartire più carichi per affrontare il domani con maggior consapevolezza e decisione?
Ma perché, per un bambino, non dovrebbe essere così?
Spronarlo a fare va bene, per carità, ma lasciatelo anche giocare libero, nel suo oziare, che consiste sempre in una scoperta, ovvero quella di dare valore agli attimi, agli istanti, alla solitudine che ci impone comunque di (re)agire, diventando pian piano grandi.

Regole dunque, per poter imparare a stare nel mondo e che necessitano di una continua sperimentazione nel quotidiano per poter essere interiorizzate, atteggiamento che è profondamente diverso, da un punto di vista educativo,  dal semplice obbedire per timore, ricevendo in cambio quel senso appagante che solo la nostra più totale fiducia, nei suoi confronti, gli sa trasmettere…
“In ogni cosa, la fiducia che si sa ispirare costituisce la metà del successo. La fiducia che si avverte è l’altra metà.”
Victor Hugo, Oceano,  1989 (postumo)
Sylvia Baldessari