Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

mercoledì 28 agosto 2013

La cura.

Continua il viaggio nell'educazione ai sentimenti ed alle parole.
Dopo Il senso della morte nei bambini (e non solo). e Il significato della paura in educazione. vi propongo questo racconto. 
Una riflessione sulla cura in un immaginario monologo...


Dedicato a Sergio, amico di quotidiani "buongiorno" virtuali e fautore inconsapevole di quanto segue.





Il padre aveva posticipato il suo rientro di qualche giorno.
Problemi al museo.
Come sempre, d'altronde.
Al solito lei lo trovò sul porticato che dava sul gran giardino, seduto a terra immerso nei propri pensieri che riflettevano le cupe tonalità del cielo.
I colori sparsi ed i fogli bianchi sul pavimento.
Pioveva e l'estate stava lasciando spazio alle prime nuvole d'autunno.
Lei conosceva suo padre da sempre. Sogni, passioni, virtù e vizi, li conosceva tutti.
E conosceva anche l'amore che provava per il figlio, ormai non così piccolo e sulla soglia dell'adolescenza.
Fu allora che appoggió sul davanzale della finestra la fumante tazzina di caffè e si rivolse al ragazzino:



- "Non è tanto la quantità ma la qualità della relazione affettiva. Puoi decidere di essere presente ma lontano anni luce con la mente, creando solo vuote occasioni.
O essere te stesso, curare i tuoi sogni, valutare i momenti in maniera di viverli intensamente, conscio del tuo essere, dove e con chi.
Amare non significa sacrificio ed annientamento di sè.
Amare significare prendersi cura di... e in questo anche di se stessi.
Come potrai insegnare a qualcuno di lottare per i propri sogni quando tu hai rinunciato ai tuoi?
La cura si trasmette con l'esempio perché le parole si disperdono, soprattutto oggi, mentre il gesto permane.
Nei ricordi, nei meandri del cuore, nei risvolti dell'anima e ti ritroverai a ripetere quei gesti, che per te hanno significato tanto, nella cura del tuo prossimo.
L'egoismo è altro.
Comprende il non esserci fisico e mentale mentre il cuore è accecato in una sterile ricerca d'auto affermazione che, nella maggiore dei casi, frutta un vuoto, la solitudine dell'anima.
Questo, nella nostra epoca dove l'oggetto e l'apparire sembrano prevalere sulla cura, ha comportato  delle nevrosi che altro non sono che fratture interiori, nell'aver alla fine compreso il grado di solitudine che ci siamo scavati attorno.
E da soli.
Prenditi cura della casa, della natura, degli animali, delle persone della tua vita ma soprattutto di te stesso.
È la più grande forma di rispetto che puoi insegnare, nei silenzi dei gesti, nell'eleganza dei movimenti, nelle pause tra una parola e l'altra."


Inspiró profondamente assaporando la fragranza del caffè che aveva lasciato in disparte.
Era tiepido, come a lei piaceva, nè troppo caldo ma neanche freddo e questo significava che il tempo passato a parlare era servito per assaporare quell'attimo.
E pensó, anche, come la vita sia la somma di innumerevoli attimi uguali ed al tempo stesso diversi per ognuno.
Fece questa riflessione mentre il ragazzino che stava seduto a terra era tornato a tracciare i suoi sogni su un foglio, riempiendo di colore il vuoto...






Sylvia Baldessari

lunedì 26 agosto 2013

Il significato della paura in educazione.



Un pomeriggio qualsiasi al Luna Park. Lo avevamo già portato due anni fa ma all’epoca era ancora troppo piccolo.
Anche allora si dimostrava caparbio ed attirato dalla grande struttura ludica gonfiabile indicò con l’indice l’entrata, con aria convinta.
Ci guardammo titubanti, però, decidemmo di lasciarlo fare anche se aveva meno di due anni.
Il giostraio non ci fece pagare l’ingresso, divertito da quella personale sfida che il bimbetto aveva lanciato alla scala in corda convinto di per poter raggiungere la cima del castello, godersi il panorama e infine la discesa giù, lungo il morbido scivolo.
Primo tentativo: non riesce a mettere entrambi i piedi sul primo piolo. Sporge in fuori il labbro inferiore.
Secondo tentativo: riesce a superare il primo piolo ma dei bimbi più grandi, per superarlo, lo fanno rimbalzare al punto di partenza. Le gote si tingono di un rosso acceso.
Terzo tentativo: riesce ad arrampicarsi fino al secondo piolo ma le forze gli vengono meno soprattutto quando subisce l’ennesimo sorpasso da quelli più grandi, rotolando di nuovo al punto di inizio. L’epilogo è la classica esplosione di rabbia alla Paolino Paperino!
Il giostraio si intenerisce, noi lo riprendiamo tra le nostre braccia e lo consoliamo con un giro sulla giostra delle macchinine che lenisce un poco il dolore per la gran sconfitta subita, dolore che poi sparirà totalmente con lo zucchero filato offertogli dal padre.
Due anni più tardi, e quindi arriviamo a sabato scorso, torniamo nel medesimo Luna Park e rivede la scala maledetta: è la prima giostra in cui chiede, anzi, pretende di andare.
Questa volta nessuna difficoltà o sorpasso che tenga, riesce a raggiungere la cima veloce, agile e nel caso non lo sia abbastanza non si farà sorpassare da nessuno creando non poca fila.
Giunto a destinazione inizia lo spettacolo: in viso ha un’espressione estasiata di chi sa che ce l’ha fatta ma ancora inconsapevole che si trova solo a metà del viaggio con tutte le incognite del caso. Questa, infatti, muta totalmente quando lo sguardo percorre la discesa che lo separa da terra realizzando, quanto sia, in effetti, “notevole” l’altezza e gli occhi si spalancano nel classico e lampante ” E ora?”
Un bambino della sua stessa età piange disperato perché giunto alla medesima conclusione un attimo prima e sta seduto in un angolo, in bilico, per niente convinto di scivolare giù.
Lui lo vede, gli s’avvicina e gli mette una mano sulla spalla in segno di solidarietà. Lo conosco bene, io, il mio frugoletto e so perfettamente che dietro al quel suo tentativo di aiuto ci sta, in realtà,  l’intenzione di convincere in tutti i modi il malcapitato coetaneo a buttarsi giù per primo in modo da constatarne su di lui le conseguenze (ah i bambini!).
Questo non si smuove, imperterrito, continuando a piangere fino a quando due bimbi più grandi giungono interrompendo l’attimo di suspance creatasi all’interno del castello gonfiabile.
Uno scivola giù ridendo come un matto, l’altra, una ragazzina, va a porsi dietro il virgulto in lacrime rassicurandolo sul fatto che andranno giù assieme e che tutto andrà bene.
Il mio non ha perso una mossa e notando come il primo sia sceso incolume si convince e parte, seguito dagli altri due.
Io riprendo tutto con il cellulare ma il mio sguardo va oltre la schermata perché si sa che in questa epoca siamo così indaffarati a filmare tutto che ci perdiamo l’attimo vivo, quello più emozionante e significativo e io invece voglio raccoglierlo, imprimerlo bene in testa per narrarlo alla generazione futura quando sarà il momento: mio figlio ha il volto sfigurato da un’espressione di puro terrore quando raggiunge il massimo di velocità in discesa ed è così buffa la sua faccia da farci scoppiare a ridere, risate che alla fine si mescolano alle sue e a quelle dell’altro bambino ormai consapevoli  che, nonostante tutto e la paura, a loro non è successo nulla se non provare quella forte emozione di sentirsi così vivi da desiderare di ripetere l’esperienza.
Infatti lui, il mio piccolo scalatore, la ripeterà per ben quattordici volte!
Tutti abbiamo paura, in qualunque momento della nostra esistenza e nei contesti più diversi ed è normale averne poiché ci permette di esitare e in quell’istante riflettere per essere consapevoli, attenti e vigili.
Ma la troppa paura ci può anche imprigionare, impedendoci di sentire quella sensazione di gioia che si prova nel superare i propri confini, capendo che questi son ancora più ampi in attesa d’essere ancora una volta superati, con un nuovo viaggio di scoperta nelle selvagge ed inesplorate terre del proprio Io.
Questo vale sempre, perché non finiamo mai di crescere, conoscere e capire e la vita è troppo breve per lasciare che sia la Paura a prevalere.
Nel caso basta ricordare che, se proprio non riusciamo a lasciarci andare da soli verso l’infinito che ci attende, potremmo sempre  contare su chi ci stringerà la mano decidendo di scivolare assieme verso il futuro senza rimpiangere, un giorno, di non averci almeno provato.
Questo è il valore della paura in educazione: non averne ci espone scioccamente agli eventi, esserne schiavi ci impedisce di vivere al massimo delle nostre potenzialità e talenti.
La paura è quell’esatto momento in cui si prende coscienza di sé e dei propri limiti, l’attimo in cui si decide di affrontarli e superarli per poter diventare altro, nel nome di quel meraviglioso e continuo divenire che è l’essere umano.
La paura può essere educativa solo se da essa ne traiamo insegnamento, forza e risorsa nel sapersi mettere in gioco, alla prova ed uscirne diversi, più forti.
Chiudo questa mia riflessione con la seguente citazione: ”Ho imparato che il coraggio non è l’assenza di paura, ma il trionfo su di essa. Coraggioso non è chi non prova paura, ma chi vince questa paura.”
Nelson Mandela.
Un uomo coraggioso ma con la stessa paura di tutti.





Questo articolo è stato pubblicato su TuttoPerLaMamma.it ed è un tentativo di continuare una riflessione nata nel precedente post Il senso della morte nei bambini (e non solo).
L'inizio di un viaggio, dunque, provando ad affrontare il tema dell'educazione ai sentimenti ed alle parole.

Sylvia Baldessari

venerdì 23 agosto 2013

La storia (im)perfetta.



C’era una volta un bambino che era nato in una famiglia perfetta.
Perfetta era la madre, perfetto era il padre, perfetto il nonno, perfetta la nonna, perfetta la casa in cui abitavano.
Tutto era perfetto, pulito ed in ordine, sempre, tutti i santi giorni perché i genitori di questo bambino non tolleravano l’imperfezione, lo sporco ed il disordine, anzi, se qualcosa veniva messo nel posto sbagliato come ad esempio un cucchiaio tra le forchette la madre perdeva i sensi, il padre diventata gonfio e rosso come un pomodoro, al nonno cadeva la dentiera, alla nonna partivano le ciabatte e per far sì che tutto fosse sempre in ordine, pulito e perfetto nessuno in casa correva, saltava, mangiava fuori dall’orario dei pasti, tutti camminavano con le pattine sotto ai piedi per non sporcare i lucidi pavimenti e non era permesso far entrare i cani, gatti, canarini, tartarughe, pesciolini rossi o qualunque altro animale.
Solo agli unicorni era concesso entrare in casa perché non esistevano.
Figurarsi poi se a quel povero bambino era concesso di giocare: quando ci provava la mamma lo rimproverava, il padre disapprovava, il nonno si lamentava e la nonna si preoccupava.
Il tempo passava e il bambino non aveva mai giocato nonostante le automobiline nuove disposte in fila sulla mensola, le costruzioni chiuse nelle loro scatole, la palla sotto al letto e i colori posti su un barattolo sopra a dei fogli immacolati. Il tempo passava e lui non giocava e all’improvviso smise di crescere.
Giunto a 99 cm si era fermato, 1 cm al metro, ai 100 cm tondi, tondi, 1 solo numero dalla cifra perfetta.
“Ma cos’ha questo bimbo?” chiese la mamma che poco le mancava di perdere i sensi.
“99 non è un numero perfetto!” tuonò il padre tutto gonfio e rosso in viso.
“Fof è ferfeffo!” esclamò il nonno dopo aver perso la dentiera.
“Non è perfetto!” ripeté la nonna un attimo prima che le partissero le ciabatte dai piedi per volare fuori dalla finestra.
I giorni passavano ed il bimbo restava fermo a 99 cm, ad 1 cm da quel 100 tondo, tondo, 1 sola cifra dal numero perfetto.
Allora decisero di portarlo dal dottore.
Questo lo visitò ma non trovò nulla che non andasse: respiro perfetto, cuore perfetto, pressione perfetta, orecchie ed unghie pulite e vestiti in ordine.
Poi il dottore gli guardò dentro, attraverso gli occhi che si sa, sono lo specchio dell’anima, e capì.
Quindi osservò tutti, la mamma, il papà, il nonno e la nonna e disse con tono solenne:” Ho la cura per questo bambino!”
“E quale dottore?” chiesero tutti all’unisono, in maniera perfetta.
“Per crescere deve giocare, tutti i giorni dopo colazione, prima di pranzo, dopo il riposino, prima di cena e dopo cena!”
La mamma perse i sensi.
Il papà quasi esplose divenendo rosso fuoco.
Il nonno ingoiò la dentiera e la nonna assieme le ciabatte perse anche le calze.
Il giorno dopo iniziarono la cura: dopo colazione il bambino prese i colori ed i fogli immacolati e chiese alla nonna di colorare assieme a lui. Lei, al sol pensiero, vide partire le ciabatte come siluri perché immaginò tutti i pennarelli sparsi in giro. Si fece coraggio e si mise a colorare assieme al bambino.
A poco a poco ricordò come, da piccola, amasse dipingere e finirono con rovesciare ovunque fogli, disegni, colori e si divertirono come matti.
Prima di pranzo toccò al nonno: incollò la dentiera al palato, si fece coraggio e svuotò la scatola delle costruzioni e a poco a poco ricordò come da bimbo sognasse di diventare un architetto e finirono col divertirsi come matti.
Dopo il riposino il papà prese il pallone da sotto il letto ed uscirono a giocare in giardino: a poco a poco il gonfiore ed il rossore sparirono e ricordò come da giovane sognasse di diventare un calciatore e finirono col divertirsi come matti.
Prima di cena toccò alla mamma e tanta forza le ci volle per non perdere i sensi!
Giocarono con le automobiline e a poco a poco iniziò a ricordare come da piccina voleva diventare un pilota di Formula Uno e finirono col divertirsi come matti.
Dopo cena giocarono tutti assieme e per casa c’erano colori, disegni, costruzioni ed automobiline ovunque, la palla rimbalzava sul soffitto e tutto era in disordine, sottosopra e rovesciato.
Tutti ridevano: la mamma non sveniva, il papà era snello, al nonno erano ricresciuti i denti e la nonna aveva le ciabatte ben infilate ai piedi!
Da quel giorno il bambino iniziò a crescere, superò i 100 cm ed anche più!
La casa fu meno in ordine e a chi importava se il cucchiaio era tra le forchette, se c’era un cane sotto al tavolo, il gatto sul divano, il canarino sul lampadario, le tartarughe in vasca da bagno con i pesciolini rossi ed un enorme unicorno di pelouche sopra al letto?
E le pattine sparirono per far posto ad un bel monopattino.
La famiglia perfetta non fu più così perfetta, anzi da quel giorno preferì essere imperfetta, perchè è solo attraverso il gioco che finì col divertirsi e neanche poco.
Il gioco porta scompiglio, talvolta è un parapiglia, ti fa socializzare, insegnare e così anche imparare!






Questo articolo è stato pubblicato su TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

Le fiabe del Il Piccolo Doge.


Ogni tanto scrivo fiabe.
Il dono più bello, per me, sarebbe quello di sentir ridere un bambino mentre qualcuno le legge ad alta voce...


Sylvia Baldessari


giovedì 22 agosto 2013

'Ohana.


Questo post è stato scritto a maggio su TuttoPerLaMamma.it ed è una riflessione sulla festa della mamma a scuola.
Consapevole che le relazioni affettive si costruiscono giorno per giorno e che si esprimono nei gesti, nei modi, nelle parole ma anche nei silenzi,  liberi dai confini del pregiudizio e da una stereotipata e rigida concezione dei ruoli genitoriali, mi auguro che con il nuovo anno scolastico vi siano più esperienze come quella che andrete a leggere.
Perché educare alle emozioni e alle sfumature della vita dà un'occasione ai nostri figli di vivere quest'ultima in maniera più intensa e di avere, quindi, anche il coraggio di farlo, rispettando infine se stessi e gli altri.

Domenica sarà il giorno della festa della mamma ma quest'anno non riceverò nessun regalo.

No, non ho vinto il premio come madre meno meritevole dell’anno (almeno credo) ma perché mio figlio, al suo primo anno di scuola materna, non preparerà nessun lavoretto per il giorno dedicato alla mamma.
La scuola che frequenta ha deciso di abolire questo genere di feste per rispettare tutte quelle famiglie che, per un motivo o per un altro, si ritrovano solo con un genitore o addirittura senza.
E per questo, per non creare differenze, la scuola ha deciso di promuovere una giornata, verso la fine di maggio, dedicata alla famiglia dove si organizza una grande festa con giochi, laboratori, musica ed un buon pranzo da condividere con chi si ama, con i compagni, gli amici e chiunque rientri in quell’universo che costituisce la nostra infanzia, ci accompagna nell’adolescenza, ci rassicura alla soglia dell’età adulta e ci sostiene sempre nel nostro quotidiano e che noi chiamiamo famiglia.
Per un bambino i ruoli genitoriali, perché punti di riferimento, son fondamentali ma non dipendono necessariamente dai legami di sangue ma da quelli fatti di emozioni, di relazioni significative e sentimenti.
Nella cultura Hawaiana, ” ‘ohana” significa famiglia in senso esteso del termine, che include la relazione stretta, adottiva o intenzionale. Essa enfatizza l’idea che famiglia e amici sono uniti assieme e che devono cooperare e ricordarsi gli uni degli altri.
Una visione bella, intensa, semplice ma al tempo stesso essenziale.
Quindi non avrò il “mio lavoretto”, questo è vero, ma ricevo in dono la consapevolezza che non solo domenica, ma anche tutti gli altri giorni, ho la mia ‘ohana!
E questo è il regalo più bello. 

“ ʻOhana significa famiglia. Famiglia significa che nessuno viene abbandonato. O dimenticato”
Da Lilo e Stich



Sylvia Baldessari

lunedì 19 agosto 2013

Nel nome del padre.

A settembre da Ma.Mi a Milano dovrebbe partire  “Nel nome del padre”, uno spazio di confronto per riflettere insieme, discutere e prendere consapevolezza del proprio modo di essere padre, dei modelli oggi proposti, delle proprie risorse e difficoltà, alla ricerca della propria dimensione. L’incontro è aperto ai padri ed alle coppie. Per maggiori informazioni visitate il sito di Ma.Mi o scrivete a: info.@ma-mi.it. Potete inoltre leggere su twitter le riflessioni sul tema che sono state pubblicate a giugno da diversi blogger, seguendo l’hashtag #esserepapà.


Sarò sincera, avevo iniziato un altro post dove volevo parlare di mio nonno, mio padre e del padre di mio figlio, il mio compagno.
Ho iniziato a scrivere e dopo aver ricordato mio nonno già qualcosa non quadrava.
Rileggevo le poche righe scritte e no, non mi convincevano affatto.
Ho continuato comunque a scrivere e sono passata a mio padre: lì, dopo la prima frase continuavo a digitare e cancellare, digitare e cancellare restando, infine, per un giorno intero ferma in quel che oserei definire “blocco dello scrittore”.
Strano, perché non devo narrare una storia immaginaria ma qualcosa che ho vissuto in prima persona come figlia.
Ed io, con mio padre, ho un buon rapporto.
Cosa c’è, allora, che non va?
Semplice, rileggendo più volte quel poco che avevo scritto mi sono accorta di come avessi impostato la mia testimonianza in maniera tecnica, professionale, più con lo sguardo dell’educatore che con quello della figlia che sono.
Intenta a snocciolar definizioni e riflessioni teoriche ho perso di vista ciò che di più vero e significativo c’è nella relazione genitore-figlio: il cuore.
In un’epoca dove  tutto scorre troppo veloce e i modelli di riferimento puntano ad una perfezione esasperante, frutto di una società basata più sull’apparenza che sulla peculiarità dell’individuo stesso, è facile perdere di vista il cuore per cadere in una più fredda e  distaccata analisi della propria esperienza.
Dunque non mi soffermerò sulla definizione di “padre ideale” e su ipotetiche linee guida che, educativamente, potrebbero andare bene, come farebbe una delle tante (e forse troppe) famose “Tate” mediatiche. Mi limiterò a dire ciò che il cuore suggerisce attraverso le sue più profonde palpitazioni, ringraziando mio nonno e mio padre per i grandi insegnamenti da loro ricevuti, per avermi sempre ripetuto che libri sono importanti, che leggere ti fa volare in “altri dove” che ti permettono di comprendere meglio il tuo “qua ed ora”, che studiare ed apprendere davvero la conoscenza ti rende libera e che i sogni sono fatti per essere inseguiti sempre e  comunque, perché una vita priva di passione, di quella che nasce da dentro, viscerale, che ti spinge ad esprimerla perché non puoi fare altrimenti allora, senza, è una vita vissuta solo a metà.
Al mio compagno, al padre di mio figlio, auguro di essere se stesso e di non aver paura di commettere errori, di mettersi in discussione, di iniziare da capo se bisognerà farlo, senza dover per forza confrontarsi con quella immagine di padre ideale, perfetto, impeccabile, granitico, privo di qualsiasi sbavatura o senza quelle sfumature, invece per me essenziali, perché in esse si nascondono interi universi in attesa di essere scoperti, esplorati e vissuti in questo caso nel ruolo di genitore, nella sua dimensione più umana, (im)perfettamente umana.
Che sia consapevole del fatto che, di momenti difficili ce ne saranno e che potrà far rispecchiare  il suo sguardo nei miei occhi, ed il mio nei suoi, per poterli così superare assieme.
Solo questo.
Il resto lo scriveremo Domani.







Articolo pubblicato su TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

sabato 17 agosto 2013

Intervista a Manuela Paric', autrice self.


Benvenuto sul Il Piccolo Doge Manuela Paric'. Parlaci un po' di te.

Ciao Sylvia, 
vediamo un po'... mi chiamo Manuela e scrivo da sempre. Quando ero bambina facevo finta di saperlo fare, scarabocchiavo interi quaderni... lineette, puntini, cerchiolini: era tutto nella mia fantasia. E' un vizio che mi è rimasto e perciò mi ritrovo ad inventare storie, a costruire la realtà con le parole e a deprimermi su infide pagine bianche. Abito nell'umida padania, amo la nebbia, il sole sbiadito ed i formaggi. Quando posso migro verso il mare (come facevan le pecore) insieme a mia figlia che occupa il 100% dei miei pensieri. Ho una casa infestata da animali di vario genere: un cane nudo, un micio ciccione, un pesciolino zombie ed una larva. Sì, una larva! Sono molto disordinata ma pragmatica, mi salvo per un pelo (ben piazzato sul mio divano). Cucino: impasto, sfornello e tiro la sfoglia, mi rilassa. Che altro dire...ti invito a cena? Ti fidi?

Il tuo libro "L'enigma delle scarpe rosse" è stato auto-pubblicato su Amazon, di cosa tratta, qual è la storia?

Mi piace definirlo un racconto lungo a capitoli brevi. L’enigma delle scarpe rosse” è un “quasi-giallo” nato per caso. Un piccolo libretto d'appendice germogliato all'interno di un piedino pubblicitario di un quotidiano di provincia. Le possibilità di intervento andavano dalle 1200 alle 3000 battute a capitoletto. E’ stato un esperimento, una sfida...ma l'idea di sviluppare un intreccio avendo così tanti vincoli (anche contenutistici) mi ha allettato…ed eccolo qua. La storia se pur classica trova la sua originalità, oltre che nella sintesi, anche nelle modalità con cui viene trattato il fatto delittuoso: nessuno è in allarme, non vi è traccia di polizia e non è possibile effettuare le indagini in modo canonico. Il protagonista, Jean-Luc Mocha è un uomo qualunque, un curioso in balia delle sue intuizioni e della sua inquietudine. Insegue una sensazione e sono le emozioni che creano la vicenda. Il caffè è un elemento ricorrente all'interno della trama, per il Signor Mocha rappresenta il momento della riflessione, del manifestarsi della creatività e del pensiero divergente. Altri personaggi dalle personalità marcate animano il racconto: una coloratissima chiromante, un avvocato stanco, un clochard folle, dei giovani appassionati e delle donne sole e solitarie. Il racconto seppur auto-conclusivoè da considerarsi un prologo ad una serie di altri libri più corposi e strutturati. (Mi sono fatta prendere!) Ritroveremo perciò gli stessi protagonisti all'interno di nuovi misteri.

Cosa significa per un giovane autore poter auto-pubblicare le sue opere?

Libertà di azione e fatica. Ci si ritrova ad essere autore, editor e correttore di bozze. Ci si butta, anche sgraziatamente, nel mondo del marketing e spesso si cade. L'autore SP sta imparando ad essere "non solamente" uno scrittore: è un'ardua impresa. Personalmente è stata la semplicità con cui è possibile divulgare il proprio scritto e tenere sotto controllo le vendite a farmi optare per l'auto-pubblicazione. Quando ho venduto il mio primo libro ero eccitatissima e sconcertata allo stesso tempo...ho “pensato in maiuscolo” più o meno così: "OMMAMMMMMMAAAA ... che strano, che bello...qualcuno che non conosco sta leggendomi!" E questo è tutto per me, è la cosa importante. Per ora non si diventa ricchi auto-pubblicandosi, soprattutto in Italia...ma si può esser letti, si può diffondere un'idea. È qualcosa di grande e di importante, essenziale nei nostri tempi grigi.

Come risponde il mondo dell'editoria?

In modo purtroppo canonico. Non si è ancora aperta al nuovo, al nuovo che avanza: non è pronta per il digitale. Risponde quindi a caso, proponendo ebook mal fatti a costi esorbitanti. Si organizzerà, è chiaro, dovrà capire come rimanere se stessa e contemporaneamente diventare altro. 
Cosa significa per te scrivere?
La scrittura è incredibile: ciò che prima non esisteva improvvisamente vive, ha le sue regole ed il suo passato. Ciò che si osserva, quel che si conosce e certi avvenimenti che non ci riguardano diventano pezzi di nuovi mondi. Questo mi affascina, tremendamente. Ogni volta lo riscopro ed ogni volta ne rimango sedotta. Mi affeziono ai personaggi, li sento, li apprezzo... taluni invece, pur avendoli inventati io, mi sono anche antipatici! E' una forma tollerata di schizofrenia. Io sono quello che scrivo...ma anche no. Credo ci sia della magia nella scrittura e in tutti i processi creativi. Si viaggia ovunque, si ripercorrono strade conosciute e se ne creano di nuove e di impossibili. 

Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?

La lettura ha un ruolo fondamentale nella formazione di ogni individuo. Nei libri ritroviamo la vita vissuta, la storia, la morale, l'ispirazione, la liberazione. Amplifichiamo la realtà e la ricostruiamo attraverso storie di altri. Un popolo che sa leggere e che sa parlare è un popolo che può combattere per quello in cui crede, può esprimere ciò di cui ha bisogno e, soprattutto, riconoscerlo. Il linguaggio è una grande forma di potere. Io a mia figlia leggo, invento, propongo storie da sempre, da molto prima che imparasse a capirle: non ha importanza. Bisogna abituare i nostri bambini all'ascolto. Farli giocare con i libri, con le parole, stimolare la loro fantasia in modo che abbiano sempre uno sguardo curioso e critico nei confronti di ciò che li circonda. 

Progetti futuri? Altri libri in vista?

A breve uscirà una commedia teatrale, un’opera comica in due atti dal titolo “Wo Har Isch”. Qualcosa di assurdo dove peti, dottori, fantasmi e amore si mescoleranno creando una gran confusione. 
Sto inoltre terminando il secondo libro con protagonista Jean-Luc Mocha: si intitolerà "L'enigma delle anime perdute" e, pur mantenendo molte caratteristiche del primo racconto, avrà una trama maggiormente strutturata e complessa.
Invece ... ogni settimana pubblico un mini-raccontino sul mio blog, è un progetto sperimentale che mi sta appassionando: prendendo spunto da un titolo di cronaca (generico per non risultare offensivi) creo un ipotetico scenario e lo descrivo all'interno di poche battute. Li trovi qui:


Mini racconti


Ah... Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro?

Eccolo...e grazie dell'ospitalità  … ti aspetto per le 20.30, porta da bere!



Intervista pubblicata sulla Pagina Facebook del Il Piccolo Doge (aprile 2013)

Sylvia Baldessari 

lunedì 12 agosto 2013

Bullismo, nel web per il web.


Può capitare che con un click, dal proprio computer, si veda un filmato amatoriale, girato con un comune cellulare, di un pestaggio da parte di giovani pre-adolescenti all’interno di un locale di una qualsiasi scuola italiana ai danni di un compagno più debole.
Può anche capitare, dopo la visualizzazione, di soffermarsi sui vari commenti che le persone, per lo più coetanei degli autori del filmato, lasciano sotto a quest’ultimo, la maggior parte entusiasti per lo “spettacolo” appena goduto.
Capita che il video si propaghi in rete, da bacheca a bacheca, e chi di dovere  come un adulto responsabile lo veda e reagisca indignato.
Può capitare che, essendo il fatto avvenuto all’interno di un istituto scolastico, una volta reso pubblico e caduto sotto l’attenzione dei professori e del preside, la scuola decida di avvisare i familiari dei colpevoli e della vittima optando per una severa punizione per i primi e richiami per chiunque abbia, con suo sommo gaudio, assecondato la cosa anche con un semplice commento in rete (le parole sul web rimangono più di quanto si creda, sottovalutare questo oggi sarà fonte di grattacapi domani come pare sia effettivamente accaduto).
Può capitare che, davanti a tale decisione, i genitori dei giovani colpevoli di questo atto di bullismo cerchino di giustificare i figli o giungere addirittura ad una forte contestazione della punizione ritenendola esagerata (forse trattasi di una “ingiusta” sospensione da scuola per tot giorni?).
Può anche capitare che quegli stessi genitori, messi davanti ad una probabile connessione tra quanto successo ed il possesso di un cellulare dotato di una tecnologia che permetta la creazione e la divulgazione sul web di immagini e filmati da parte di ragazzini poco più che bambini, neghino qualsiasi responsabilità come se il tutto non fosse stato progettato proprio per la rete, come se quel telefono avesse magicamente avviato una registrazione video prima che il pensiero di mal menare un compagno, debole e disagiato, balenasse dentro a teste acerbe ma nonostante ciò proprietarie di apparecchi di un valore economico pari quasi la metà di uno stipendio mensile di un impiegato.
Potrebbe capitare di sentire questa storia da un’amica che l’ha vissuta in quanto insegnante.
Ma potrebbe anche essere una storia inventata.
Nel caso fosse reale ciò che mi viene da pensare, vista la reazione di questi genitori, è il perché si permetta di far usare ai figli telefonini di un certo genere ma, soprattutto, lasciare che li portino a scuola.
Non basterebbe un semplice cellulare senza connessione wi-fi e fotocamera per chiamare in caso di emergenza?
Mi verrebbe anche da pensare che, se quanto descritto fosse vero, il sistema profondamente in crisi non è la scuola, come da anni si sbandiera, ma piuttosto la famiglia come struttura sociale posta alla base della comunità in cui si vive, completamente allo sbando, incapace di trasmettere i valori fondamentali e civili necessari per una sana convivenza e crescita personale, incapace di porsi domande anche scomode e di mettersi in discussione, preferendo definire i ruoli genitoriali più con la trasmissione di un “Avere” da mettere in mano al figlio piuttosto che un “Essere” come scelta esistenziale consapevole.
Se tutto questo fosse vero mi chiederei come attuare questa riforma della famiglia, se può essere possibile una cosa del genere, una sua messa in discussione, un restyling ai tempi odierni, quel miglioramento che divenga poi  la miccia di un conseguente cambiamento, di riflesso, della scuola.
Può capitare di fare questi pensieri proprio quando la sicurezza e la aggressività nei Social divenga dibattito infuocato: c’è chi richiede leggi ferree, chi la costituzione di un’etica al virtuale per preservare quel diritto alla libertà di pensiero che molti vedrebbero ridotto a causa di un comportamento scorretto d’altri.
Se siamo arrivati a questo punto, forse, anziché cercare papabili capri espiatori lontani dovremmo guardarci allo specchio, avere il coraggio di farci anche le domande scomode e trovare in noi le risposte.
Le leggi disciplinano ma non portano ad un cambiamento epocale: questo è il compito di quei due gran pilastri sociali che son famiglia e scuola.
“La famiglia [...] è l’area in cui l’individuo si adatta o non si adatta a vivere in società, nella quale costruisce la sua ostilità o integrazione nel sistema sociale.”
Queste parole sono di Sabino Acquaviva giornalista, scrittore e sociologo italiano.



Articolo pubblicato su TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

venerdì 9 agosto 2013

Intervista a Luca Rossi, autore self.


Benvenuto sul Il Piccolo Doge Luca Rossi. Parlaci un po' di te.

Autore, sceneggiatore, blogger. Ho una smodata passione per la tecnologia, gli aspetti più futuristici della realtà, la ricerca di quello che sarà, le avanguardie scientifiche e culturali, l'esplorazione spaziale. Non mi fermo di fronte a nulla, cerco sempre di andare oltre. Raramente trascorro una giornata simile all'altra. Ricerca, scoperta, approfondimento sono insiti nel mio carattere. Per vivere, ho bisogno di crescere.

Il tuo libro Energie della Galassia è stato autopubblicato su Amazon, di cosa tratta, qual è la storia?

A settembre ho iniziato a scrivere "Arcot e la Regina", un racconto sull'amore tra un esploratore spaziale e una regina vampiro. Avevo già scritto molto in passato, ma mai con l'idea di pubblicare. In quel caso, è stato diverso. Aveva appena letto online un articolo sul self-publishing. Non ho avuto dubbi. Ho scritto il racconto, l'ho riletto, l'ho corretto per qualche giorno e ho fatto l'upload su Amazon Kindle.
Felicissimo per l'opera intrapresa, ho pubblicato, in rapida successione, ben otto racconti, di fantascienza e fantasy. Successivamente li ho raccolti in Energie della Galassia.
Nel secondo racconto, Le Forme dell'Amore, affronto l'affascinante tema di un poliziotto che deve seguire una mutante. Lei può assumere qualsiasi forma e usa questa sua capacità per sedurlo. In realtà, sta lottando per l'indipendente dei mondi ribelli da un'entità che vorrebbe spegnere ogni desiderio di indipendenza. In Maciste esploro il tema della reincarnazione, mentre in La Famiglia Perfetta mi chiedo cosa accadrebbe se una donna potesse trovare il partner perfetto in un robot. Emozioni nella Nuvola è una popolare serie web sulla lotta tra umani e DataCom, una multinazionale guidata da entità virtuali che vuole salvare il pianeta restringendo la loro libertà. Rewind è un racconto molto particolare; tratta di un giovane dalle capacità non comuni che riesce a superare brillantemente ostacoli di ogni tipo. Alla fine, scopre che la verità sulla sua fortuna risiede in un terribile segreto. Il racconto è anche una riflessione sull'Italia di oggi, sui suoi meccanismi, sulla giustizia. Un po' come lo è Carcere a Vita, un'incredibile vicenda nella quale un ingegnere viene incarcerato ingiustamente, subendo un pesante trattamento nel corso della detenzione, senza che neppure gli venga mai spiegata la ragione del provvedimento. Infine Latrodectus Mactans vede un completamente mutamento dei toni: è un racconto di caccia, spietato, che si svolge in un gioco di realtà virtuale, dove il protagonista diviene tuttavia vittima della propria brutalità.

Cosa significa per un giovane autore poter autopubblicare le sue opere?

Non ho un metro di paragone, perché non sono partito dal contatto con gli editori tradizionali per poi approdare al mondo del self-pubblishing. Nel momento in cui ho iniziato a scrivere, ho subito intrapreso questa strada. Posso solo ipotizzare che ciò mi abbia concesso una straordinaria libertà creativa. Lontano dalle aspettative di un editore, di una redazione o di un editor, e assolutamente ignaro di cosa il pubblico del SP potesse aspettarsi, ho scritto assolutamente per me stesso. Ogni racconto nasce dai miei sogni, da quello in cui credo, dalle mie riflessioni, da ciò che adoro, dal mio modo di vedere la vita. Successivamente, mi sono reso conto, grazie alle recensioni, che le mie opere vengono apprezzate proprio per la loro originalità. Questo devo ammettere che per me è un gran complimento.

Come risponde il mondo dell'editoria?

Nel mio caso, direi molto bene. A pochi mesi dalla pubblicazione e dal successo di "Energie della Galassia", sono stato contattato da diversi editori e agenti letterari. Non ho nessuna preclusione né a pubblicare opere con una casa editrice tradizionale, né a proseguire con il self-publishing. Al centro di tutto, per me, c'è l'opera, quindi sceglierò la strada che mi consentirà una maggior valorizzazione. In alcuni casi, credo che una grande casa editrice possa offrire il supporto di un buon team di professionisti con il quale stabilire un legame importante. Allo stesso tempo, sono molto soddisfatto delle persone con le quali collaboro oggi. Quindi opterò per il contesto nel quale mi sentirò più a mio agio. 

Cosa significa per te scrivere?

Qualche giorno fa ho twittato: scrivo per tramutare le mie esperienze in parole che suscitino emozioni. In realtà non è esattamente così. La parte più importante della mia vita è sicuramente la mia famiglia. Ma, subito dopo, viene la scrittura. Da quando, a settembre, ho iniziato a scrivere, non ho più smesso. Ho continuato a farlo ogni giorno. Quando ho incominciato è stato come un allineamento di tutti i pianeti o come se tutti i pezzi di un puzzle andassero al loro posto. Ho sentito di essere sulla giusta strada, sul percorso per il quale ero nato. Ho ripercorso una miriade di momenti della mia vita che mi sono finalmente apparsi indirizzati in questa direzione. Sono sempre stato uno scrittore, l'ho solo scoperto dopo molti anni. Allo stesso tempo, mi sono reso conto che molti dei sogni che avevo in precedenza inseguito, non erano del tutto miei, ma erano il risultato di quello che gli altri si aspettavano da me.

Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?

Siamo tutti lettori, non credo possa esistere un essere vivente che non possa trarre piacere da una bella lettura. Credo che si possano incoraggiare i giovani lettori con opere adatte a loro. Ho due figli piccoli. La bimba è appassionata di store che riguardano le fate e le Winx, il maschietto adora le vicende su Saetta Mc Queen e Spiderman. Va bene così. A fianco di questi due filoni principali, ne esploriamo altri di ogni tipo. Avvicinare un giovane con opere che suscitino il suo interesse è un ottimo modo per far scattare la scintilla. Una volta acceso il fuoco, sarà poi lui a cercare sempre di più e ad allargare i propri orizzonti. Io iniziato con Twain e Verne, sono poi passato ad Asimov e Bradbury. Non esiste emozione più forte di quella che può suscitare un bel libro. Occorre solo cercare di eliminare le barriere che tengono un giovane lontano dai libri e il gioco è fatto.

Progetti futuri? Altri libri in vista?

Sto scrivendo il mio primo romanzo. È un fantasy. È nato come mio momento di relax dalle storie di fantascienza. Era inizialmente il luogo dove mi rifugiavo lasciando spaziare la fantasia. Dopo qualche settimana, la vicenda mi ha coinvolto sempre più e non sono più riuscito a smettere di portarlo avanti. Sarà una vera sorpresa, per tutti!
Ogni settimana scrivo un nuovo episodio di Emozioni nella Nuvola. È una serie di fantascienza che pubblico su The Incipit. A conclusione di ogni episodio, sono i lettori a scegliere, inseme a me, come proseguire la storia. È un gioco molto affascinante, coinvolgente e istruttivo.
Ho anche iniziato la sceneggiatura della versione a fumetti. Siamo all'interno dello stesso mondo dominato dalla spietata multinazionale DataCom. I personaggi sono però diversi e le storie sono originali.
Proseguo senza sosta nell'elaborazione di racconti. Una seconda raccolta, Energie della Galassia 2, dovrebbe uscire entro l'autunno.
E tra poche settimane sbarcherò sui mercati anglofoni con la traduzione di Energie della Galassia.

Ah... Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro?

Su Amazon e su tutti i maggior ebook store.




Intervista pubblicata sulla pagina Facebook del Il Piccolo Doge (maggio 2013)

Sylvia Baldessari

mercoledì 7 agosto 2013

Film d’animazione oggi: un mondo disincantato?


“Che dici se ci vediamo Bambi?”

Silenzio. Ma di quelli dovuti alla testardaggine, consapevole che la mia è una domanda retorica di chi sa già la risposta su cosa lui voglia esattamente vedere.
Ne avrà cinque o sei che ruota e che richiede sempre.
“Dai… Guardiamo Bambi… Cambiamo: OSIAMO andare oltre a Cars… Che dici?”
Mi giunge un fulmineo e decisissimo “NO!!” E poi un categorico “CARS!!!”
Alla fine vinco, lo convinco a provare questo nuovo brivido d’annata: schiaccio su Play e mi accoccolo sul divano con accanto un bimbetto poco convinto, con l’aria di chi, entro poco, esploderà in una incessante tiritera di pura ed egocentrica protesta.
” Guarda… Gli uccellini, il gufo che buffo!! Gli scoiattoli e… No.. Il coniglietto: Tamburino!!!”
Io ci provo a trasmettergli entusiasmo ma niente.
Noia e forse anche terrore e raccappriccio!
Ma io credo di aver capito quel che quella smorfia infantile, di disappunto, tenta di comunicare: colori poco sgargianti, ritmo narrativo lento, uno scarso susseguirsi di immagini, canzoni e melodie corali che ricordano più un momento cerimoniale e poco adatte alla penombra di un caldo e comodo salotto.
Tutto questo a me, alla sua età, ammaliava regalandomi un regno incantato, da fiaba, che per un’oretta e mezza mi teneva attaccata alle fate, ai pirati, agli elefantini dalle orecchie grandi con i quali sognavo di vivere mille avventure.
Ma quelli erano “prodotti” per noi bambini, all’epoca chi li pensava, creava e produceva li faceva sicuro che, i genitori ,avrebbero sacrificato volentieri un paio d’ore per vivere assieme al figlio questa incantata favola tutta per loro.
Oggi siamo al disincanto: i film d’animazione vengono pensati, creati e prodotti soprattutto ( e mi pare ossimorico dirlo ) per gli adulti.
Zeppi di ironia che diverte, di sicuro, ma che fa l’occhiolino ad una malizia tipicamente adulta, il piccolo ride per la scena buffa ma non coglie il doppio senso ironico rivolto al grande, richiami e citazioni a raffica e che rimandano a film misconosciuti per un pargolo ma cari e legati all’infanzia dell’adulto che sborsa i soldi del biglietto cinematografico, colonne sonore affidate ai più svariati artisti da primi in classifica, i doppiatori spodestati dalla più famosa e amata voce dell’attore del momento.
È un tipo di animazione  immediata, forte, veloce, che corre il rischio di de-sensibilizzare l’occhio del fanciullo che guarda e che risponde alla dura legge di mercato, mediata da un tipo di domanda ed offerta.
E così capita che, mentre io devo a 33 anni suonati ancora interiorizzare la morte della mamma di Bambi, mio figlio s’è fatto, in un tempo decisamente lampo, una ragione per quella della madre del piccolo Nemo.
È un mondo disincantato il loro.
O forse no.
Semplicemente è un mondo dove vi è una vasta scelta rispetto a quello che c’era un tempo.
Non è detto che i cartoni che ho amato io, lui, non li guarderà mai anzi, con il passare dei mesi giungerà sicuramente il momento in cui li apprezzerà.
In ogni modo rendere il tutto “magico” spetta a chi, saggiamente, non lascia il bambino solo a scegliere, guardare e capire.
Mio padre anni fa mi portò a vedere al cinema “La Sirenetta” di Walt Disney e il semplice stare assieme, lì tra le fila di poltroncine rosse ed il buio della sala rese tutto magico, incantesimo che anche oggi, nonostante gli anni che si sono succeduti, perdura ricordando con immenso affetto quel  pomeriggio speciale.
Son passati 20 minuti dalla messa in onda di Bambi. Da ben 10 il nanetto che mi sta accanto dà segni di sfinimento: sta a testa in giù puntando i piedini verso lo schienale del divano.
“Meglio Cars per ora, tesoro?”
“Meglio Cars, mamma!”
Ci stringiamo la mano e per la milionesima volta Saetta accende i motori…


Articolo pubblicato su TuttoPerLaMamma.it

Sylvia Baldessari

lunedì 5 agosto 2013

"Io sono morto" il nuovo ebook di Vera Q.

Avevamo già incontrato Vera Q. in una precedente intervista ma non ho resistito ad un ulteriore incontro, dopo aver letto il suo ultimo lavoro "Io sono morto" uscito da poco su Amazon.
Vera, per quanto possa essere truce e sarcastica nelle sue narrazioni, ha la capacità di incanalare tematiche importanti, sociali, culturali ed anche "fastidiose" da un certo punto di vista ma che ben rappresentano quelle nicchie più oscure del nostro tempo, della società in cui viviamo che, per quanto la vorremmo dipingere equa e propensa al bene, non è esente da certi orrori che dell'indole umana ne sono un riflesso.
Antropologico, psicologico, un'alchimia tale da rimestare l'animo del lettore dopo la lettura, capace di lasciarti per più giorni con dei "perché" ai quali devi per forza dare risposta.
Ecco, tutto questo è Vera.

Buona lettura!

Ciao Vera, partiamo dalla trama di "Io sono morto".
Ecco la sinossi.
“Io sono morto” è un thriller surreale, una commedia nera che inizia dalla fine.
PierPaolo Fabbris, imprenditore cinquantenne, muore stroncato da un infarto e scoprirà, a sue spese, quanto può essere complicata la vita dopo il trapasso: certezze che si dissolvono per lasciare spazio a nuove strampalate realtà.
Fede, superstizione, Dei e Demoni, una giostra multicolore nel tetro Luna Park della Morte, nel quale vittime e carnefici si contendono l’ambito scettro del potere.
Un viaggio insolito, morboso e singolare all’insegna del paradosso.

Cosa ti ha spinta a scrivere un libro del genere?
La curiosità.
Il tema della vita dopo la morte mi affascina.
Non a caso amo lo zombie.
Razionalmente la fine è solo una fine, per me almeno.
Tuttavia tutti, anche una volta soltanto, ci siamo interrogati sul dopo.
La religione fornisce una risposta.
Non è di mia competenza definire la veridicità di tale risposta.
È una via, una possibilità, posso crederci, come no.
Eppure è interessantissima l'idea di fondo.
Nel mio caso, PierPaolo Fabbris muore.
Perché si muore, questo è inconfutabile.
Ma la sua passeggiata nel mondo dei morti è un impervio sentiero di montagna a strapiombo sul precipizio.
Forte vento. Temporale. E notte fonda.
Una nuova vita da morto.
Un "dopo" indubbiamente, benché complicatissimo quanto il "prima".

Io l'ho trovato in un certo senso "educativo" per la moltitudine di problematiche che tocca e che riflettono la situazioni di migliaia di persone nel mondo. Lo è?
La trama, preciso, esula dal mio essere atea.
Non ho certo l'idea di svelare il mistero insoluto della morte.
Perché, di fatto, di mistero trattasi: nessuno è tornato indietro per dirci cosa ci attende.
Voglio solo insinuare un dubbio, rimarcare un tarlo che, come ho detto poco sopra, seppur con un piccolo morso, ha colpito tutti.
Null'altro.

Hai coinvolto Dio ed il Diavolo trattandoli come due marionette nelle tue mani, rendendoli pari a qualsiasi mortale: nessuno si é indignato dopo aver letto il tuo libro?
E perché indignarsi?
È fantasia, solo e soltanto fantasia.
L'argomento non è la religione, descrivo esclusivamente una vicenda attraverso le gesta, i gesti ed i pensieri dei protagonisti. L'ambientazione ha una matrice "religiosa", ma rimane un espediente.

Scrivendolo non hai mai avuto dubbi, timori o paure per la sua conseguente pubblicazione?
Io ho sempre dubbi.
Perenni.
Termino un libro e lo riscriverei.
Vivo nel terrore ogni volta.

Il tuo motto pare essere "Nulla é come sembra!" grazie alla tua capacità di ribaltare tutto alla fine, senza dar modo al lettore di intuire qualcosa nonostante i vari indizi disseminati qua e là, con sagacia, nella storia. Un sorta di marchio?
Prezzemolo sugli incisivi, direi.
Un sorriso smagliante con fogliolina.
Perché per me, realmente nulla è come sembra.
Gacy, il serial killer, si candidò a 18 anni per le comunali della sua cittadina. Poi si laureò in economia e commercio con una conseguente brillante carriera: benvoluto, di spicco, e collaborava anche a diversi progetti di beneficenza.
Certo, ha solo ha rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 vittime.
Prezzemolo al plutonio, senza dubbio.

Uno stile particolare il tuo. Ma non temi che il lettore possa "abituarsi" al colpo di scena finale prevedendolo già dall'inizio e quindi rendere i tuoi lavori in qualche modo "prevedibili"?
Le mie storie narrano sempre un piccolo o grande dramma interiore, spesso, molto spesso di livello davvero infimo.
L'arrivista che vuole "arrivare", il folle desideroso di una normalità assolutamente discutibile, la vendetta come Giudizio. Parto dall'uomo e parlo dell'uomo, della sua priorità: sopravvivere a tutto, in primis a sé stesso.
Nel finale, quindi, chiudo un cerchio; non miro a stupire, affatto. I perché di tali azioni si svelano, finalmente. Questo perché ogni azione prevedibile ha sempre un lato imprevedibile.
"I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere". E Murphy non mentiva. Per quanto si possa calcolare, esiste comunque l'imponderabile.
Un prevedibile imponderabile. Lo sappiamo in cuor nostro che una doccia gelata sulle nostre convinzioni ci attende prima o poi. È prevedibile l'evento, non la portata o la derivazione.
Ci siamo già abituati, la vita c'insegna.

La peggior critica che potresti ricevere?
Non saprei.
Scrivo con passione, ma questo esula dal piacere alle persone: tutto è criticabile.

E la recensione che sogni?
Questa è complessa da definire.
Si entra nel minato campo del compiacimento, notoriamente inarginabile. :D

Il tuo prossimo libro?
C'è. Ben sei righe ad oggi.
Questo caldo mi priva di ogni stimolo.
Eppure il libro c'è.
Nella mia testa ma, finché non sento le voci, va tutto bene...

Dove possiamo trovare "Io sono morto?
A questo link: Io sono morto

Sylvia Baldessari

domenica 4 agosto 2013

Intervista a Lisa Turrini, autrice self.


Benvenuto sul Il Piccolo Doge Lisa. Parlaci un po' di te.

Ciao! Intanto ti ringrazio per lo spazio che mi stai dedicando!
Prima di tutto io sono mamma di una bellissima bambina di due anni! Durante la mia gravidanza, ho frequentato il corso di accompagnamento alla nascita presso la ASL della mia città e l'ho trovato davvero molto utile; così mi sono appassionata al tema del sostegno alla genitorialità, integrandolo alla mia formazione universitaria e professionale: infatti sono una psicologa e principalmente mi dedico alla psicologia perinatale.

Il tuo libro “quando nasce una mamma” è stato autopubblicato sul sito lulu. com, di cosa tratta?

Il mio libro tratta appunto di psicologia perinatale: la prima parte si concentra sulla descrizione delle modificazioni fisiche ed emotive che avvengono nelle varie fasi di gravidanza, parto e puerperio, cercando di prendere in esame sia il punto di vista della mamma che quello del papà; ho inoltre dedicato grande spazio alla depressione post-parto e ai bisogni dei bambini in termini di sviluppo psico-affettivo per sottolineare l’importanza di uno stato emotivo positivo da parte della mamma che possa così, con anche l’aiuto del papà, essere presente e attiva nel rispondere alle esigenze del proprio piccolo; ho quindi ripercorso lo sviluppo di questi temi all’interno del quadro generale della psicologia della salute e in particolare della psicologia prenatale, arrivando così a descrivere l'importanza del sostegno alla genitorialità approfondendo in particolare gli aspetti legati al parto, al puerperio e all'allattamento.

Cosa significa per un giovane autore poter autopubblicare le sue opere?
Come risponde il mondo dell'editoria?

Per me è stato molto importante: quello di scrivere un libro è infatti sempre stato il mio sogno! Quando ho deciso di lanciarmi in questa avventura più che altro l'ho fatto per soddisfazione personale, quindi senza preoccuparmi di presentarlo alle case editrici e stare in attesa di un loro responso; ora che c'è, ti dico la verità, sono un po' gelosa: autopubblicandolo ho avuto la possibilità di farlo esattamente come volevo, dall'impaginazione alla grafica della copertina (che per altro è l'ecografia della mia bambina!) e ci tengo molto, non vorrei doverlo cambiare per venire incontro alle richieste di una eventuale casa editrice..

Cosa significa per te scrivere?

In generale a me è sempre piaciuto scrivere, ti qualunque argomento, perché credo che i pensieri vadano troppo veloci, mentre una penna che scrive e gli occhi che poi leggono vanno alla velocità perfetta! In particolare, scrivere questo libro per me ha significato poter parlare, nel mio piccolo, alle future o neo mamme (e papà) in maniera semplice e il più possibile completa, pensando anche, col senno di poi a ciò che io stessa avrei trovato utile leggere durante la mia gravidanza.

Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?

Questa è una domanda un po' impegnativa.. ti posso dire però come ha fatto mio papà a insegnarla a me: la mia casa era (ed è) sempre piena di libri, che venivano trattati come la cosa più preziosa al mondo; in questo modo già da molto piccola ne ho capito l'importanza! Poi mi ricordo dei momenti bellissimi in cui leggevamo insieme e subito dopo parlavamo di quello che avevamo letto commentando quello che c'era piaciuto, rielaborando la storia e vivendo a pieno quella che io credo sia la magia dei libri: la possibilità di andare in mondi nuovi, conoscere tempi diversi e sbizzarrirsi con la fantasia!
Io anche sto facendo così con la mia bambina: con un libro in mano, un po' leggo e un po' inventiamo, inserendo episodi che sono capitati a lei così che anche lei diventi parte integrante del libro.. e devo dire che per ora funziona!!!


Progetti futuri? Altri libri in vista?

Ovviamente sto continuando a scrivere, per adesso in realtà articoli più che progetti di nuovi libri, però mi piacerebbe un giorno scriverne un altro!

Ah... Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro?

Chi vive a Scandicci o dintorni lo può trovare presso la libreria “centro libro” (che bello vederlo esposto insieme a tutti gli altri libri!); altrimenti sul sito lulu.com, o contattando direttamente me: mi sono infatti organizzata per le spedizioni, riuscendo fra l'altro a tenere i costi molto contenuti.
Eventualmente i miei contatti sono:
lisa.turrini@hotmail.it
Che dire, ti ringrazio nuovamente per l'opportunità che mi hai offerto e spero che quello che ti ho raccontato di me e del mio libro possa essere piaciuto!!

Intervista pubblicata sulla pagina Facebook del Il Piccolo Doge (maggio 2013)

Sylvia Baldessari

sabato 3 agosto 2013

Intervista a Noemi Gastaldi, autrice self.


Benvenuto sul Il Piccolo Doge Noemi. Parlaci un po' di te.


Ciao, e grazie per lo spazio 



Ecco, questa è sempre la domanda più difficile! Allora, mi chiamo Noemi... E non esisto. Sono lo pseudonimo di una scrittrice riservata. Lei scrive libri, persino autobiografici, ma sempre usando me, che la faccio stare più serena...



Il tuo libro “Il tocco degli Spiriti Antichi” è stato autopubblicato su Amazon, di cosa tratta, qual è la storia?



Il tocco degli Spiriti Antichi è il primo volume della saga fantasy “Oltre i confini”. L'intera saga sarà composta da tre volumi in tutto; l'ambientazione è di tipo urbano, infatti ho ambientato il romanzo a Torino, la mia città... A differenza di molti torinesi, però, la mia protagonista è una “Viator”, ovvero una persona capace di visitare la realtà immateriale, dove dimorano gli spiriti... Una storia di fantasmi quindi, ma non solo: mi sono posta l'obbiettivo di raccontare, tramite la mia saga, l'evoluzione di una persona che scopre di essere speciale...



Cosa significa per un giovane autore poter autopubblicare le sue opere?
Come risponde il mondo dell'editoria?



Per me è meraviglioso: ci ho messo anni a trovare un editore serio per il mio primo lavoro, un romanzo erotico. Dato che però nel frattempo mi sono data al fantasy, se non avessi avuto la possibilità di autopubblicarmi, avrei dovuto ricominciare tutto, chissà per quanto tempo il mio nuovo libro sarebbe rimasto a fare le ragnatele...
Potersi autopubblicare vuol dire poter decidere da soli che la propria opera è pronta, significa poter scrivere generi diversi senza preoccuparsi di seguire una determinata politica editoriale... Un'ottima cosa, insomma.
Come risponda l'editoria, non lo so proprio.
Da lettrice, spero che si decida ad abbassare un po' i prezzi, almeno per quel che riguarda i libri digitali.
Da scrittrice, spero invece che inizi a preoccuparsi un po' di più di noi esordienti.



Cosa significa per te scrivere?



Prima di tutto, scrivere, per me equivale a sfogarsi, a svuotarsi del superfluo: scrivere è terapeutico, per questo, scrivo molto anche per me stessa, scrivo cose che non pubblicherò mai...
In secondo luogo, scrivere significa condividere: quando scrivo allo scopo di essere letta, allora è come se potessi dare parte di me stessa agli altri, con la speranza di includere nella lettura, piacevoli momenti d'evasione.



Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?



Non ne ho idea; quando ero piccola ero così pigra che hanno dovuto obbligarmi a leggere da sola per la prima volta, mi ricordo ancora che la mia maestra mi dava i libri e io li portavo a mio padre con gli occhioni sgranati a voler dire “me lo leggi tu?”
Un annetto o due dopo, non potevo più fare a meno di leggere, non potevo dormire se non c'era un libro iniziato sul mio comodino.



Progetti futuri? Altri libri in vista?



Sono quasi a metà del secondo volume della mia saga fantasy “Oltre i confini”. Sto anche lavorando a una raccolta di racconti erotici per il mio editore



Ah... Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro? 



La versione ebook è su tutti i maggiori rivenditori on line, ad esempio, Amazon, Kobo, Itunes...
Il cartaceo, si trova anch'esso su Amazon o altri siti tipo IBS, ma è anche possibile ordinarlo in libreria. Se qualcuno degli eventuali incuriositi fosse mio compaesano, ci sono sempre copie disponibili da “Esotericamente”, in via Garibaldi.


Questa intervista è stata pubblicata sulla pagina Facebook del Il Piccolo Doge (aprile 2013)

Sylvia Baldessari