Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

domenica 29 dicembre 2013

"Il Signor Tappabuchi e i Nativi Digitali."


Questo è il secondo racconto con protagonista Gerolamo Tappabuchi, giovane appassionato insegnante in eterna lotta con il precariato, ma ben intenzionato a fare il proprio mestiere.
La sorte ha voluto che continuassi la sua storia nel mondo della scuola: Gerolamo ha qualcosa da dire e da fare e non sarò di certo io a bloccarlo.
Buona lettura.
 
Il primo racconto lo troverete qui
 
 
 

 
 
 Son fermo davanti alla finestra della cucina.

Stringo con forza la tazza di tè fumante che, non solo mi scalda lo stomaco ma anche le mani, visto che ho dovuto abbassare il termostato della caldaia spegnendo quasi totalmente il riscaldamento.
Siamo in inverno e quest’anno fa un freddo cane.
Osservo i bambini correre nel campetto di basket dell’oratorio e sorrido ricordando che anch’io, alla loro età, non sentivo mai il freddo per giocare fuori con gli amici.
Quando si è giovani non si ha mai freddo, riscaldati dal calore dei propri sogni, dall’ardore delle proprie emozioni. Ed è proprio qui che capisco che sto iniziando a rincoglionirmi e che, forse, è meglio alzare la temperatura che tanto se non muoio di freddo tanto morirò sicuramente di fame perché l’Ufficio Supplenze non chiama e io son rimasto con soli 54 euro.
E siamo al 12 dicembre.
Cinquantaquattro è un numero più che significativo che descrive alla perfezione la mia situazione attuale: arranco per giungere a metà mese, figuriamoci alla sua fine.

Cos’è? Tutti gli insegnanti d’Italia scoppiano improvvisamente di salute? O stanno pensando di ammalarsi a gennaio per prolungare le vacanze natalizie? E non pensano a me? Altro che Bianco Natale: Rosso Natale come il sangue che dovrò togliermi dalle vene, se continua così, per onorare i miei debiti: affitto, bollette, tasse…
Mentre son immerso in questi nefasti pensieri, bussano alla porta. Sussulto e macchio la felpa di Lupo Alberto di tè. Dio Santo, no! Ho finito il detersivo per la lavatrice e questa era l’ultima maglia buona.
Appoggio con la morte nel cuore la tazza sul tavolo della cucina e mentre mi avvicino all’uscio inizio a pensare chi possa essere il rompicoglioni di turno: probabilmente è qualche creditore che viene direttamente alla “fonte” facilitandomi le cose, una mega siringa deambulante che viene a reclamare il mio sangue, perché nel mio portafoglio c’è solo miseria, solitudine e un vuoto ancestrale.

Guardo dallo spioncino e scorgo un ragazzetto dall’aria stralunata con in mano un cellulare di ultima generazione: ma è Mister Iphone!
Apro la porta, lo fisso con sguardo ebete e si deve notare perché lui contraccambia a sua volta, con uno stupito:- ”Come hai fatto a scoprire dove abito?” - gli chiedo rapido, facendo un passo indietro, quel tanto per invitarlo tacitamente ad entrare. 
-“Professore!!” – mi mette sull’attenti con quel suo tono saccente – “Lei usa Facebook con la localizzazione attivata! Qualunque minchiata scrive è localizzabile a tutti attraverso il Social…”
Mister Iphone entra in casa e mentre lo fa continua a parlare –“Insomma non ti dà l’indirizzo esatto ma il nome della Via e se mi permette… Un cognome come il suo – risata di scherno ai miei danni lasciando intendere il resto e me lo trovo già a gironzolare per l’appartamento
-“ Freddino qui, a quanto tiene il riscaldamento?”
-“ Soffro il caldo!”- e nel dire ciò allargo il colletto della felpa con due dita nel classico gesto di chi sta sudando e cerca refrigerio, nel tentativo di salvaguardare la mia immagine e di non passare per il morto di fame che sono.
-“ Soffre il caldo e indossa una felpa di Lupo Alberto… per giunta?”
Colto in castagna, anzi, trattasi della classica figura color castagna amplificata dalla scelta stilistica del mio outfit.
-“ Che ci fai qui?”- gli chiedo cambiando, in maniera strategica, discorso.

Mister Iphone decide di finire il suo giro turistico in salotto, lasciandosi cadere sul vecchio divano in pelle. Resta in silenzio dando un’occhiata veloce al display del suo cellulare: questi giovani non possono far a meno di controllare il proprio telefono ogni tot minuti. Un bisogno enorme di comunicare con il mondo attraverso la piccola schermata di un dispositivo elettronico.
Dopo aver verificato qualcosa, fa roteare gli occhi come se stesse prendendo tempo o stesse cercando le parole esatte e quindi esclama: “Immaginazione non significa menzogna.”
“Immaginazione non significa menzogna” è la frase attorno alla quale si costruisce tutto il racconto di “Signori Bambini”, il libro che avevo letto ad alta voce in classe.
Mi siedo anch’io sul divano e lo fisso per un attimo in silenzio. Lui mi guarda sicuro che abbia intuito.
La risposta è “No”, ovvio, mi fate più furbo di quel che sono.

Sto per dire qualcosa ma lui mi anticipa iniziando a parlare – “Ero convinto che gli adulti avessero dimenticato cosa significa immaginare.” – non mi guarda più, ora fissa un punto non ben definito della stanza – “Ha mai provato leggere cosa scrivono in rete su noi giovani? – ora la sua espressione si acciglia e pare percepire in bocca tutta l’amarezza delle parole che sta per pronunciare –“I giovani di oggi si rifugiano nel virtuale per paura, perché è più facile relazionarsi al prossimo nascondendosi dietro ad uno schermo”- il suo tono è simile a quello di un pedante professore –“Non hanno immaginazione né creatività lasciandosi plasmare da una tecnologia che, seppur usano senza problemi, non conoscono per niente.”- storce le labbra in una smorfia di disprezzo –“ E questo perché un bambino delle elementari, da qualche parte nel globo, ha risposto ad una testa d’uovo che lui non usa la rete bensì YouTube, sottolineando così il fatto di non percepire Internet come un’infrastruttura di base dove, per poter fare qualunque cosa, bisogna prima accedervi…”-
Ascolto in silenzio. Mister Iphone è in pieno monologo e non sarò di certo io a interromperlo anche perché faccio fatica a seguire il suo ragionamento: sappiate che il sottoscritto decise, nei lontani anni’80 e dopo l’ennesimo fallimento di comprendere il funzionamento di “Logo”, ovvero un linguaggio di programmazione che all’epoca proponevano agli studenti per apprendere l’uso del personal computer, che non avrebbe mai avuto a che fare con la tecnologia e che nella sua vita adulta non avrebbe mai utilizzato un personal computer. Per nessuna ragione al mondo, mai! Mai!!!
Ecco le ultime parole famose, quelle che precedono le vostre grasse risate di scherno che mi pare di sentire.
Ho dovuto rimangiarmi tutto, lo so, ma resto comunque un imbranato tecnologico, uno di quelli che rimangono ai confini dell’informatica perché incapaci.
-“ Gli adulti ci etichettano, ci accusano di non comunicare, di rifugiarci in un mondo che non è quello vero quando… quando sono loro a fuggire per primi!”- e sputa quest’ultima cosa come un’aspra sentenza, un giudice che nel dirlo ne pregusta il sadico piacere.
Lo fisso interdetto e mi pongo diverse domande, le quali risposte mi sarebbero giunte poi con il tempo: Mister Iphone, alias Tommaso Macchiavelli, sì, proprio come il famoso politico e filosofo e se non fosse che io so di essere vero crederei fortemente di stare dentro a chissà quale bislacco racconto, è il figlio di un famoso paleontologo e di un’insegnante di storia. La madre di Tommaso morì per complicazioni mettendolo al mondo, lasciando lui e il padre da soli.
Daniele Macchiavelli, il padre di Tommaso, non è mai riuscito a superare il dolore della morte della moglie e con il passare del tempo ha preferito rifugiarsi nei suoi fossili, crogiolandosi nel passato non solo storico ma anche personale, rifiutando di staccarsi dai ricordi di quel che non era più. Incapace di instaurare un rapporto con il figlio il quale, crescendo, ha cercato in tutti i modi il padre fino a giungere al punto di non ritorno: esasperato, Tommaso, ha deciso di ripudiare tutto ciò che con il passato ha a che fare. Musei e reperti ma anche con suo padre scegliendo di interessarsi solo a ciò che è proiettato in avanti, al futuro, alle nuove tecnologie che sembrano soddisfare il suo disperato bisogno di comunicare, di mettersi in contatto con il prossimo, di urlare al mondo, anche attraverso il rumore delle dita su una tastiera, che lui esiste e che avrebbe fatto, un giorno, la differenza.
Tommaso, oggi, abita con il padre ma è come se fossero due estranei in una grande e bella casa, si guardano ma non si vedono.
Osservo Mister Iphone e dopo un lungo momento di silenzio provo a dire qualcosa, ma anche questa volta mi anticipa e chiede con aria sorniona –“Lei non sta lavorando tanto ultimamente… lo ammetta!”-
Resto muto, in un silenzio pregno di significato anche perché mi vergogno un po’ a dire il vero. Mister Iphone dà un’altra occhiata al display del suo cellulare, s’alza di scatto: –“S’è fatto tardi e io devo andare.”-
Si congeda di fretta e furia e io lo guardo allontanarsi dalla mia finestra dopo essermi riappropriato della tazza di tè, dal contenuto ormai gelido. Si ferma un attimo e si volta dedicandomi un cenno di saluto che contraccambio all’istante con la stessa mano con la quale tengo la tazza: rovescio il tè sulla felpa e colgo l’espressione divertita di Mister Iphone che se la ride ai miei danni. Bastardo! Lo ha fatto apposta!
D’altronde Tommaso Macchiavelli fa onore al suo nome e avrete modo di constatarlo di persona anche voi, non temete.
Mentre tento di togliere la macchia dalla felpa passando una spugnetta umida sul tessuto, rifletto su quanto appena sentito: è vero, non si fa che parlare di “nativi digitali” sui quali, ogni giorno, escono articoli, saggi e libri ed è anche vero ciò che ha insinuato Tommaso. Spesso anch’io mi sono soffermato su questo piccolo dettaglio, di come l’adulto tenda a interpretare la realtà altrui, quella adolescenziale, sovrapponendola alla propria, dimenticando che egli stesso deriva da quello stesso “mondo” che oggi, il più delle volte, critica o condanna dando la parvenza di non conoscerlo affatto.






La mattina seguente mi sveglia il cellulare. So che è l’Ufficio Supplenze perché ho associato a quel numero, come suoneria, la famosa battuta che Alberto Sordi fa nel film “I Vitelloni”: Lavoratoriiiiiiii…. Seguita da una sonora pernacchia!
-“Tappabuchi è Lei? Presto, si prepari e raggiunga al più presto la scuola che le sto per assegnare. Oggi il preside non potrà riceverla ma sappia che domani è convocato in presidenza per l’affido di un incarico valido fino a fine anno.”-
Non ci credo! Un incarico fisso, anche se fino a giugno. Cazzo, sono morto di freddo durante il sonno e non me ne sono accorto?
-“Tappabuchi, ma ha sentito? O è morto?? Dai che ho altre scuole da coprire…”-
-“Vo-volo…”-
Mi vesto in fretta e furia, riempio la solita borsa a tracolla dei miei soliti libri, indosso la felpa di Lupo Alberto (di questo me ne renderò conto più tardi, quando sarà ormai troppo tardi) colazione non la faccio perché il frigorifero è vuoto e poco dopo sfreccio tra il trambusto mattutino con la mia bicicletta arrugginita.
Mi hanno nuovamente affidato la classe di Mister Iphone: possibile che sia solo una mera coincidenza?
Percorro il lungo corridoio che mi divide dai “miei” ragazzi e stranamente trovo il bidello in piedi ad attendermi, il quale mi dice: -“Immaginazione non significa menzogna!”-
Mi fermo sbigottito davanti a lui e lo fisso con aria interrogativa: ok, non ci capisco più niente e il bidello, infatti, lo intuisce dal mio sguardo, tant’è che aggiunge:-“Hanno fatto il diavolo a quattro, sa? Non facevano altro che sbattere i piedi a terra e urlare la frase che Le ho appena detto.”-
In pratica il bidello mi spiega della protesta che i ragazzi hanno messo in atto poco dopo la mia uscita di scena; con l’insegnante di italiano, Picchiatello ve lo ricordate, no? Be’ con il povero Picchiatello hanno iniziato a protestare in questa bizzarra maniera facendolo nuovamente uscire di senno nel giro di qualche giorno.
Non ci voleva molto, d’altronde è un uomo che camminava già in bilico tra qui e Mattilandia.
Fortemente convinti che la scuola mi ricontattasse, son rimasti altrettanto delusi quando hanno visto un altro supplente e non il sottoscritto. Ma non si sono lasciati abbattere e hanno allargato la protesta all’intero orario scolastico fino a giungere a un faticoso braccio di ferro con la presidenza che, dopo essere scesa a patti con il leader di quella rivolta (Mister Iphone, sì, proprio lui) ha deciso di porre fine alla faccenda accontentando i ragazzi.
Ed eccomi qui!
Il bidello mi guarda con ammirazione, io arrossisco e mi limito a congedarmi con un timido saluto per poi avanzare verso la classe.
Quando apro la porta li trovo tutti in piedi, ognuno con una copia di “Signori Bambini” e nel vedermi urlano:-“Immaginazione non significa menzogna!”- seguito da un gran battere di piedi contro il pavimento.
Poi s’azzittiscono di colpo e si mettono tutti seduti, osservandomi compiaciuti.
Avrei dovuto sgridarli, punirli, riempirli di compiti in classe, a casa… invece sorriso con gli occhi lucidi e il cuore pieno e traboccante di emozioni e riesco solo a dire:-“Immaginazione.. sì… Immaginazione non significa menzogna!”









La sera accedo a Facebook e colgo subito una notifica sopra a quel piccolo globo celeste, simbolo delle mie interazioni virtuali: Mister Iphone mi ha taggato su una foto!
Sono io, rosso in volto che mi soffio, commosso, il naso. Sotto una didascalia “Da notare la felpa di Lupo Alberto…” in quel che dev’essere un post goliardico ai miei danni.
Fisso l’immagine profilo di Tommaso sul social, la foto di una galassia trovato su chissà quale sito scientifico.
I Nativi Digitali son un universo tutto da esplorare, nel quale disperdersi assieme a loro.
Sorrido, convinto che un bel viaggio sta per iniziare…
 
 
Sylvia Baldessari
 
 
 
 
 
 
 

 

 

lunedì 16 dicembre 2013

Logica Natalizia.




Il Natale è da sempre fonte inesauribile di ricordi.
Ogni Natale comporta una tacca, un minuscolo segno inciso nei meandri della mia mente, in quella zona dove racchiudiamo tutti quei momenti significativi della nostra esistenza.
Fra queste ce n'è una che oggi mi va di accarezzare, di percepire con un impalpabile tocco delle dita, così da donarle forma concreta attraverso il movimento delle mie mani sulla tastiera, perché possa trasformarsi nel racconto che ora andrete a leggere.
Se questo poi sia totalmente vero, se lo sia solo in parte o addirittura inventato spetta a voi deciderlo.


 



Da piccola Tiziana frequentava un asilo gestito da suore ed il Natale, assieme alla Pasqua, era uno di quei momenti di frenetica attività dove tutto doveva essere perfetto, un'effettiva dimostrazione per i genitori di quel che fino in quel momento era stato fatto. Disegni, lavoretti manuali, canzoni, recite.. Per il 23 dicembre le suore organizzavano sempre una messa in scena per i bambini, un qualcosa che concludesse in bellezza la tradizionale festa della scuola prima della sua chiusura per le vacanze: questa consisteva in tre uomini travestiti da Re Magi che, al culmine dell'evento in palestra, facevano la loro apparizione trainandosi dietro un carretto pieno e zeppo di doni.
L'idea era semplice così come la messa in atto da parte degli adulti: acquistare un giocattolo desiderato dal proprio figlio, impacchettarlo, scriverci sopra il nome, passarlo alle suore la mattina stessa della festa perché potesse finire assieme agli altri sul carretto et voilà, pacchetto servito dal vostro Re Magio di fiducia! Il tutto all'insaputa del figlio, ovviamente, per potergli regalare così un momento magico da ricordare per tutto il resto della sua vita.
La madre di Tiziana è sempre stata una donna corretta e ligia che ha sempre dato il buon esempio eseguendo ciò che la scuola le richiedeva nei minimi dettagli, così tanto ligia che, forse, non s’è accorta di tralasciare quella parte fantastica e di puro stupore che ne sarebbe derivata nel ricevere il regalo da uno dei tre Re Magi in persona.
In poche parole, senza perdersi in spiegazioni e preamboli, portava la figlioletta in un bel negozio di giocattoli, gliene faceva scegliere uno, lo faceva impacchettare davanti a una bimba perplessa e lo metteva via fino al giorno della festa.
"Per chi è?" o " Quando lo apro?" erano le domande che Tiziana ripeteva alla madre, domande seguite sempre da un lapidario "Serve a scuola!" che concludeva così la discussione.
Giunto il grande giorno le urla festose di Tiziana si mescolarono a quelle degli altri bambini, non tanto per la comparsa dei tre Re Magi ma per ciò che si trascinavano dietro: il famoso carretto carico di doni.
Tiziana non riusciva a trattenere la forte emozione di ricevere un dono inaspettato da un uomo che credeva fortemente essere uno dei famosi Magi. Ah la forza persuasiva della Fede!
Quando aprì il regalo e vide il giocattolo da lei scelto dapprima rimase perplessa, poi delusa per lasciare infine spazio alla consapevolezza, poiché aveva amaramente capito che quel suo momento indimenticabile era stato trucidato ancor prima di vedere la luce.
Un po’ come in Terminator, però molto più efficace e meno rocambolesco, risparmiando sugli effetti speciali.




Se siete masochisti e ogni giorno vi ostinate  a seguire almeno un telegiornale, saprete che questo Natale non sarà come quelli passati, che non avremo i soldi necessari per comprare tutto ciò che i nostri cari desiderano.
Oh be’, se qualcuno ha notizie di un Natale ricco per tutti lo invito a dichiararne la fonte qui, perché io non ne ho memoria.
Torniamo, però, al racconto e ai Magi: a pensarci bene non era il regalo in sé a rendere il tutto perfetto, bello ed entusiasmante.
No, era piuttosto come veniva donato che esaltava la cosa, imprimendola come ricordo piacevole dentro la memoria dell'esistenza di quei bambini. Non è tanto cosa ma come, allora, che fa la differenza, che permette di regalare magia e gioia e piacevoli ricordi, una tacca importante, di quelle che non vorresti levigare ma anzi preservare!

Non sarò di certo io a svelare se questo racconto sia vero o meno, ma vi prego di seguirne il suggerimento: non piegatevi ad una logica adulta, della crisi, che vuole a tutti i costi relegarci in un austero e grigio Natale, oppressi dagli inevitabili aumenti di gennaio.

Trovate rifugio in una logica più infantile, dove il tutto con niente è possibile e godete di ciò che veramente è importante, cose che nessuna crisi potrà mai portarci via!

Anzi, prendete la palla al balzo per scrollarvi da dosso tutto il superfluo, anni ed anni di messaggi commerciali subliminali dove "avere di più" non basta mai.
Cercate gli affetti, ciò che alla fine resta e conta, immergendovi in essi così come facevate da piccoli, quando eravate ricolmi di aspettative nell'attesa, beneficiando di una logica ricca, semplice e pura che vedeva nel Natale un'occasione in più per stare assieme.
Fatelo perché non costa niente provarci ma soprattutto perché non è tassabile, almeno non ancora.
Magari vi consiglio di sbrigarvi, che poi, dal 1 gennaio, io non garantisco nulla!

Di qualunque Fede siete, se ci credete oppure no, che possano comunque essere giorni felici.
Questo è il mio dono per voi! Un po' in anticipo, sì, ma i regali inaspettati sono spesso quelli più graditi...
Buon Natale.
Il Piccolo Doge.
 
Sylvia Baldessari
 

lunedì 9 dicembre 2013

Decalogo del Didò.

Per sorridere un po'...



- una volta provato non tornerete più indietro.

- amerai cimentarti, all'inizio e assieme a lui, in creazioni fantasiose e dettagliate: cani, gatti, elefantini variopinti e chi più ne ha più ne metta, lavoretti da postare su Facebook o Instagram per farti bello con gli amici manco fossi August Rodin.
Infatti non lo sei, fattene una ragione.

- finirai ben presto per odiare le sopracitate creazioni poiché inizierà a chiederne sempre di più e sempre più dettagliate: dal cane passerà a pretendere una perfetta riproduzione del chihuahua visto oggi al parco e dal semplice brontosauro vorrà , con toni dittatoriali,  un piccolo labirintodonte che lui sa com'è fatto, tu no, ovvio!

- "Amore gioca pure dove vuoi che tanto il Didó non sporca!"
Col kaiser: ti ritroverai a disincrostarlo da ogni dove (anche in zone buie che neanche pensavi esistessero in casa) intuendo, dopo un'estenuante lotta, che forse fai prima a bruciare il suppellettile sul quale si è, con ostinazione, ancorato.

- nonostante il Didó sia suddiviso in bustine o contenitori e ogni pezzo si presenti con un particolare e sgargiante colore, dopo un paio di minuti sarà un'unica palla gigante dalle sfumature marron glacé.





- dopo aver fatto un po' di conti ti accorgerai che è molto più economico proporre la pasta di sale. Quando lo farai, per protesta, ti sparerà dietro acuminati proiettili fatti con il suddetto impasto, da una cerbottana reperita chissà dove.
"Hasta la victoria siempre. Didó o muerte!"

- le forbici che trovi dentro la confezione non tagliano neanche il Didò. Si spezzano piacevolmente a metà quando provi a usarle e fine della storia.

- il fatto che, sull'opuscolo illustrato, ci sia la prova inconfutabile che le formine in plastica sfornino capolavori artistici mentre i tuoi sembrano sopravvissuti a Hiroshima rimane un mistero.

- inutile insistere: per un bambino una strisciolina di Didó è tutto tranne che una strisciolina di Didó. Non è lui ad essere un visionario ma sei tu ad aver perso quel velo di romantica immaginazione che ti faceva sorridere il cuore.
Complimenti eh!

- giocare con il Didó assieme a tuo figlio potrà, con il tempo, anche finire per scartavetrarti lì dove non batte mai il sole, ma ricorda che oggi stai creando ricordi nei quali, un giorno, entrambi sguazzerete con amorevole nostalgia...


Sylvia Baldessari

lunedì 2 dicembre 2013

Intervista a Mara Fontana, autrice self.

 
 
 

Benvenuta sul Il Piccolo Doge, Mara Fontana. Parlaci un po' di te.
- Grazie infinite, Sylvia. Beh, non è che ci sia granché da dire: sono una mamma scribacchina principalmente; poi amo il gelato e odio perdere tempo.

Il tuo libro, La Guerra dei Grandi Tumuli, è stato autopubblicato su Amazon. Di cosa tratta, qual è la storia?
- La trama del primo libro è molto sfaccettata. Tutto parte e gira attorno alla storia di formazione di una giovane guerriera, che ha a che fare con problemi di vario tipo: dall’amore mal riposto, al difficile rapporto con il padre, passando per i dubbi sulla misteriosa morte della madre. La storia inizia quando Ethain ha solo undici anni. Lei e sua cugina Maeva vengono accettate nella scuola più esclusiva e antica del continente, dove apprendono i segreti della medicina, del combattimento e delle arti, di cui le kore sono le custodi dall’alba dei tempi. Alla fine del noviziato, Ethain ha sedici anni e compie le sue prime scelte importanti, le cui conseguenze verranno affrontate lungo tutto lo svolgimento del racconto.

A questo punto, proprio a metà libro, si innesta una lining secondaria che, apparentemente, sembra non avere un collegamento con quella principale, proprio perché tratta personaggi e luoghi diversi e lontani. Ma poi, tutto cambia: l’evento principale della seconda lining innesca una serie di avvenimenti che coinvolge anche il mondo di Ethain, conducendo il racconto all’avvenimento più atteso, la guerra. Nel libro ci sono scene di battaglia, vissute con introspezione attraverso le paure e le sensazioni della protagonista principale. E alla fine del conflitto, ci sono un paio di colpi di scena che spiegheranno alcune cose ma che apriranno nuovi interrogativi, le cui risposte si troveranno tra le pagine dei libri successivi.

Cosa significa per un giovane autore poter autopubblicare le sue opere?
- Significa meno frustrazione. Quando si crea un’opera, di qualsiasi natura sia, non si vede l’ora di mostrarla, per condividere le emozioni a essa legate. Se poi c’ha messo anni di sacrifici e impegno, è ancora più forte l’esigenza di andare alla ricerca di qualcuno che legga: solo così ci si sente ripagati di tutti gli sforzi sostenuti.
L’autopubblicazione spalanca le possibilità di acquisire (senza costi e perdite di tempo!) un minimo di riscontro e confronto, e di avere un pubblico di possibili estimatori che, con i loro giudizi e consigli, spesso aiutano a far maturare l’autore stesso, il quale, se intelligente e umile, si mette sempre in discussione.

Come risponde il mondo dell'editoria?

- Credo che all’inizio, sentendosi estremamente forte, abbia snobbato il fenomeno, finché questo non ha raggiunto proporzioni ragguardevoli. Allora si sono spaccati in detrattori e sostenitori del self-publishing. Questi ultimi, adattandosi sensibilmente all’innovazione, si evolveranno e rinnoveranno l’editoria italiana. I primi sono destinati a estinguersi se non cambieranno idea e atteggiamento.

Cosa significa per te scrivere?

- Vivere. Essere veramente e dannatamente liberi e felici.

Come insegnare ai più giovani la passione per la lettura?

- Leggendo per loro, sin dall’inizio. E dimostrando, in ogni caso, con una prova empirica, che le immagini e le emozioni create dalla loro mente, mentre leggono un libro, sono più vive, pulsanti, vibranti, colorate e durature nella memoria. Leggere è un’esperienza rilassante, appagante, unica. Se sperimentassero le prime letture con dei libri semplici e gradevoli, si accosterebbero più volentieri.

Progetti futuri? Altri libri in vista?
- Naturalmente! Devo intanto terminare la Saga ma, nel frattempo, ho tantissime idee e storie da raccontare.

Ah... Nel caso tu abbia incuriosito qualcuno e questo fosse pigro quanto la sottoscritta, precisamente, dove lo troviamo il tuo libro?
- Questo è il link di Amazon dei primi tre libri della Saga.


Il primo libro, la Guerra dei Grandi Tumuli, lo trovate anche su Ibs, iBookstore, InMondadori e il formato cartaceo è ordinabile in tutte le librerie Feltrinelli e su Youcanprint.
Vorrei terminare questa intervista ringraziando il mio illustratore, Antonio Vinci. Senza la sua mano, i miei libri non avrebbero mai avuto il “volto” che volevo.
Grazie anche a te, Sylvia, per lo spazio concesso, e a tutti i lettori di Il Piccolo Doge.



Sylvia Baldessari


Intervista pubblicata sulla Pagina Facebook del Il Piccolo Doge nel Maggio 2013.






domenica 24 novembre 2013

25 novembre 2013 - Educare contro la violenza...



Opera di Carla Infranca Granata
Dovresti sapere
O forse capire che
Nessuno schiaffo e
Nessun pugno saranno mai sinonimi di
Amore


 
 
 
 
La violenza contro le donne è un problema culturale, radicato negli uomini quanto nelle donne.
La nostra Società pensa di contrastare questo fenomeno solo emanando leggi dimenticando che, l'unico e reale modo per combatterlo, sta nell'educare le nuove generazioni.


Erudire
Donne e uomini a
Una
Consapevolezza dove
Amarsi ed amare significa
Rispetto per
Entrambi

                                                         "Il Bacio" opera di A. Rodin

25 novembre 2013 - Giornata contro la violenza sulle donne
Lo è oggi, lo era ieri e lo sarà anche domani...


Sylvia Baldessari

martedì 19 novembre 2013

"Signor Tappabuchi" - Elogio alla lettura ad alta voce (e a Daniel Pennac).

 
 
 


Con questo post partecipo ad un nuovo esperimento di cross blogging dedicato alla “Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” che si celebra oggi, 20 novembre 2013. Assieme a Daniele Imperi, Ilaria De Vita, Roberto Gerosa, Giuseppe Palomba e Francesco Magnani  proponiamo un “percorso letterario” da seguire attraverso i nostri blog, dove alla fine di ogni articolo troverete, assieme ad un piccola introduzione, l’autore ed il link di quello che viene dopo.

Buona lettura e perché no, anche buon viaggio!
 
"Signor Tappabuchi".
 

Tappabuchi.

Questo io sono. Anni di studi, speranze e sacrifici per ritrovarmi ad essere un numero in fondo a qualche graduatoria comunale.

Ho sempre sognato di fare l’insegnante e mi son sempre visto come un giovane pieno di sogni con tanta voglia di fare, scalpitante al punto di partenza, pronto a scattare una volta ottenuta la qualifica e l’abilitazione all’insegnamento.
Sogni che si sono afflosciati ancor prima  dello sparo del via, nella gran corsa nel mondo del lavoro, quando ho sbattuto il naso contro la nuda e cruda realtà del precariato.
Sono anni che mi ritrovo a fare da tappabuchi, a coprire le assenze per malattie, ferie, esaurimenti nervosi, scioperi, mancanze improvvise, calcolate o programmate. Ogni volta è la stessa storia “stai una settimana, segui il programma che stava facendo o fai ciò che ti ha lasciato scritto sul foglietto che troverai dentro al suo registro, in sala insegnanti. Non serve molto, devi solo far passare il tempo fino a quando quello di ruolo rientra.”
Stipendiato dallo Stato per far passare il tempo. E per spostarmi in ogni dove, chiamate a qualsiasi ora del mattino: “Pronto è Lei Tappabuchi? Ah, bene parta ora per andare a sostituire l’ennesimo professore di ruolo - di solito quest’ultima parola viene sottolineata con un tono sarcastico, tendente al sadico, dall’impiegato dell’Ufficio Supplenze - mi raccomando, faccia presto perché la classe è scoperta e solo il Signore sa cosa stanno combinando ora i ragazzi. I bidelli si rifiutano di entrare per dare un’occhiata, dicono che son pagati troppo poco ed il rischio è alto…” Anche qui il tono è sempre ambiguo, non sai mai se scherza o se è tragicamente serio.
Stamane mi hanno chiamato presto. Ho bevuto un caffè annacquato al mentolo: dovrei smetterla di lavarmi i denti prima di colazione e magari fare il contrario. Ho preso la mia borsa a tracolla in pelle, quella ricevuta da mio fratello per la laurea - “riempila di soddisfazioni”-  mi disse, ed infilo velocemente alcuni testi che ho sul comodino e che potrebbero servirmi, anche se so che non accadrà, d’altronde ho tutto scritto sul foglietto che troverò in sala insegnanti, ricordate? Devo solo seguire le “istruzioni”.
Cammino per strada per raggiungere il garage e mi accorgo che l’aria s’è fatta pungente, siamo a novembre e l’inverno è ormai prossimo. Monto in sella alla mia bicicletta acquistata di quarta o forse anche quinta mano, che ancora onora l’asfalto sfrecciando tra il traffico mattutino, una schizzata di ruggine tra lo smog della civiltà odierna e raggiungo ben presto la scuola.
Dopo le presentazioni di rito con il Preside ed il suo vice, volo in sala insegnanti dove il registro del professore assente giace sul tavolo, una lapide blu in sua memoria,  con un’etichetta bianca posta in mezzo, dove immaginare il giusto epitaffio. Lo apro trovando il foglietto che, il mio alter ego indeterminatamente più fortunato, ha lasciato scritto per me: “Questa settimana potranno scegliere un libro dalla lista che ti trascrivo più sotto, leggerlo e scriverci su un tema. Classe turbolenta, disinteressata. Non ti invidio, inutile perderci tempo.”
Mi dicono che il mio alter ego s’è aggiudicato una settimana per riprendersi da un esaurimento nervoso. Ne colgo tutti i tic nella calligrafia sconnessa e leggo velocemente i titoli che “picchiatello” m’ha lasciato. Son bei libri, in verità, ma potrebbero risultare pesanti per chi non è stato iniziato al piacere della lettura e quei due aggettivi dopo la parola “classe” fanno sperare ben poco a tal proposito.
Ripenso a quest’ultima cosa mentre percorro il corridoio che mi condurrà dai miei studenti.
Toh, il bidello che si rifiutava di dare una controllatina ai ragazzi è seduto, impegnato ad infilar perle di vetro in un sottile filo di nylon in quel che dev’essere un metodo per arrotondare mentre mi pare di scorgere, in lontananza, una palla di polvere prende da sola l’ascensore. Ottima metafora, penso.
Quando varco la soglia dell’aula creo il solito parapiglia generale: tutti prendono posto al proprio banco, abbandonando velocemente ciò che stavano facendo, attività che, mi pare ovvio credere, non riguardassero affatto la scuola. Non dico nulla e mi siedo. Loro mi guardano. Io guardo loro.
Appoggio la mia borsa sulla cattedra, un movimento goffo mi fa perdere la presa e ben presto il ripiano del mio tavolo è colmo dei libri che avevo portato con me. Qualche risata accompagnata da un paio di colpi di tosse mi fa capire che me li sono giocati, mi son fottuto alla grande. Cerco subito il foglietto con la lista lasciatami da Picchiatello per poter recuperare terreno, riprendere in mano le briglie, essere l’uomo della situazione, il capo branco e… non lo trovo!
Niente, sfoglio i miei libri per vedere se per caso è finito in mezzo ad uno di questi, riprendo la borsa, rovisto dentro con la mano, mi ci tuffo con la testa scandagliano ogni centimetro al suo interno. Nulla ,il foglio con le “istruzioni” è sparito.
Mentre penso il mio sguardo scivola su uno dei libri che avevo in borsa “Signori bambini” di Pennac. Lo fisso e per un attimo mi rivedo bimbo, assieme a mio padre che me lo lesse poco dopo la morte di mio nonno: chi narra la storia è il fantasma del padre di uno dei piccoli protagonisti del romanzo. Non ho mai capito se mio padre lo leggesse per me o più per se stesso, forse in cerca di chissà quale bislacca consolazione, ma ricordo che fu l’unica volta che mi dedicò del tempo per leggermi a voce alta un libro ed è per questo che porto sempre una copia con me, per affetto, nostalgia e come portafortuna. Anche perché è da quel momento che ho deciso di fare l’insegnante. Ero rimasto affascinato non solo dalla trama del libro ma anche dalla voce di mio padre e di quel tempo che, dedicato a me e solo a me, dilatava lo spazio a noi attorno, la casa, il mondo, la vita.
Nel ricordare ciò ho gli occhi liquidi, così come i ricordi che veloci mi scivolano davanti e mentre i ragazzi con aria divertita mi tirano giù con un cellulare per sbattermi in chissà quale canale tematico di YouTube, io faccio la prima cosa che più mi viene naturale, in onore di mio padre, di mio nonno e dei miei sogni di bambino: prendo in mano “Signori Bambini” e inizio a leggerlo ad alta voce. Puro istinto, quello dell’uomo che ama la sua professione e che lo aveva dimenticato a causa della durezza della vita, rinnegando qualsiasi foglietto con istruzioni o liste di sorta.
Leggo tra lo sbigottimento generale. Leggo tra il silenzio diffidente di chi, da lì a poco, inizia a tempestarmi di domande, preoccupato più per la sua sorte scolastica che per un mio rincoglionimento improvviso, domande alle quali rispondo rapido senza però interrompere la mia lettura a voce alta.
 
“Leggerà tutta l’ora, Prof.?”
“Sì”
“Dobbiamo prendere appunti Prof.?”
“No.”
“Ci farà fare un tema poi?”
“No.”
“un compito?”
“No.”
“Un questionario?”
“No.”
“Ma che cosa dobbiamo fare?”
“Ascoltare!”
Cala il silenzio. C’è chi gioca con il telefonino sotto al banco, chi ripassa gli appunti per l’interrogazione dell’ora dopo, chi disegna sul diario e chi… ascolta. Pochi in realtà ma io non demordo e continuo. A fine lezione quello che disegnava sul diario lo ha fatto sparire e colgo il suo sguardo fisso sui miei movimenti labiali. Anche quello di altri a dire il vero; al suono della campanella chiudo il libro e mi congedo accorgendomi che non mi sono neanche presentato ai ragazzi.
La volta dopo uso lo stesso copione: entro, mi siedo, tiro fuori “Signori Bambini” ed inizio a leggere da dove avevo smesso la lezione prima.
“Prof. Anche oggi leggerà tutta l’ora?”
“Sì”
“Ma noi cosa dobbiamo fare, scusi?”
“Ascoltare.”
Riprendo a leggere. A fine lezione mi accorgo che anche il ragazzino che la volta scorsa ripassava gli appunti sta con i gomiti sul banco, le mani a sostenere il mento in attento ascolto assieme all’artista del diario e a quegli altri che fin dall’inizio avevano seguito la lettura. Non demordono Mister Iphone ed il gruppetto in ultimo banco che, durante l’ora, hanno preferito preparare una canna da passarsi in bagno a ricreazione.
Alla terza lettura alcuni hanno con loro una copia di “Signori Bambini”, quelli dell’ultimo banco si sono già avvantaggiati nei preparativi tenendo una cicca pronta all’uso dietro al proprio orecchio mentre Mister Iphone tiene il cellulare in mano ma fissa il sottoscritto.
Alla quarta, quando entro in classe son tutti seduti composti, in attesa. Una ragazzina con gli occhiali si alza in piedi e con un cipiglio che niente ha da invidiare a qualsiasi dittatore del globo esclama: “Allora iniziamo o no che son curiosa di vedere come va a finire?” con voce baritonale in totale contrasto con la sua esile figura.
Alla quinta volta, che sancisce anche la fine della mia settimana di supplenza, tutti ascoltano in un silenzio fatto di suspense ed ingordigia nel voler sapere come va a finire; il bidello fa capolino e ci guarda tutti,  la troppa calma lo ha insospettito e con un pretesto entra in aula, forse per assicurarsi che non sia in pieno delirio di onnipotenza dopo aver compiuto una strage di alunni.
Purtroppo non riesco a terminare il libro. Quando squilla la campanella della mia ultima lezione i ragazzi quasi insorgono.
“Ma no.. e ora?”
“Dipende da voi…” mentre agito il libro in loro direzione, sorridendo sornione.
“Prof. lo sa che Lei non c’ha detto neanche come si chiama?”
Già, verissimo. Che maleducato!
“Gerolamo Tappabuchi”
Ah! Lo so che state ridendo: Tappabuchi di nome e di fatto. Credevate che scherzassi all’inizio, eh? Nel nome un destino e non mi soffermerò su quanto possa essere tragicomico nascere con un cognome del genere.
Son passati quasi dieci giorni. Dopo una lunga pausa dai Social Network, oggi accedo al mio account Facebook e strabuzzo gli occhi nel vedere diverse richieste d’amicizia e messaggi.
“Prof. ho finito Signori Bambini. Bellissimo!”
“Ho dovuto iniziarlo di nuovo perché avevo perso la prima parte…”
“L’ho letto due volte”
Mi commuovo e non posso fare a meno di rileggere più volte i messaggi che mi hanno inviato. Mister Iphone s’è fotografato davanti allo specchio del bagno con una copia del libro in mano e mi ha taggato sull’immagine. Mentre tiro su con il naso mantengo lo sguardo fisso sul monitor ed è in quell’esatto momento che il mio cellulare vibra: “Tappabuchi è Lei? “C’è una classe scoperta…”
Questo racconto in parte è immaginazione. Dall’altra riprende qualcosa dalla sottoscritta (per esempio uno dei i miei libri preferiti è proprio “Signori Bambini”). Ma soprattutto, questa storia, si ispira ed è dedicata a Daniel Pennac, insegnante e scrittore che adoro, autore di moltissimi libri che in passato mi hanno divertito, fatto pensare e addirittura commuovere.
Tra questi vorrei segnalarvi “Come un romanzo” edito da Feltrinelli e che ruota, per l’appunto, attorno all’amore verso i libri e la lettura, inteso come passione da trasmettere e non come obbligo da imporre.
Pennac in “Come un romanzo” inizia dal piacere che le fiabe e le storie suscitano nei bambini più piccoli per poi chiedersi che cosa accade, ad un certo punto, per giungere all’astio che molti adolescenti provano nel dover affrontare un testo o una lettura. Di chi è la colpa quindi? Dei genitori che obbligano? I programmi scolastici?  La televisione, la musica o qualunque altra cosa che distrae il giovane portandolo lontano dalle parole di un libro?
Forse la risposta sta nell’imperativo che molti verbi sembrano non sopportare come “amare”, “sognare” e… “leggere”.
Vietare qualcosa ad un adolescente è come dirgli di farlo.
“Non guardare la Tv e leggi un libro” pare trasformarsi nei pochi istanti in cui esce dalla vostra bocca per saettare dentro le orecchie dei vostri figli in “Mettiti davanti alla Tv”. La parola “libro” sparisce, chissà dove e perché, senza andar a solleticargli il timpano.
E i professori? Molti non si interessano, altri obbligano, altri ancora optano per la spiegazione nozionistica ma il piacere, quello vero che  il lettore prova davanti alle parole, alla storia, ai personaggi di un libro come si fa a trasmettere?
Pennac chiama in causa i diritti del lettore che genitori e professori dovrebbero tenere conto e la dimensione temporale del leggere che in concreto  non esiste e che ognuno deve imparare a ritagliare dal proprio quotidiano, così come facciamo quando amiamo e sogniamo. Assurdo nascondersi dietro a un “non ho tempo per leggere” perché questo si trova, sempre e comunque, basta volerlo.
E quali sono questi diritti del lettore, allora?
 
Il diritto di non leggere.
Il diritto di saltare le pagine.
Il diritto di non finire il libro.
Il diritto di rileggere.
Il diritto di leggere qualsiasi cosa.
Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa).
Il diritto di leggere ovunque.
Il diritto di spizzicare.
Il diritto di leggere ad alta voce.
Il diritto di tacere.
 

Mi piacerebbe soffermarmi su ognuno di questi ma se lo facessi vi toglierei il diritto di leggere questo libro, non credete?
Vi invito però a rileggere la lista, a pensarci su e a scegliere il diritto che più vi piace chiedendovi anche il perché.
Prima delle conclusioni vi lascio questa citazione di Pennac: “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere” come risposta da darvi ogni volta che vorreste aprire un libro e vi dite “Non ho tempo”. Regalarvi e regalare a chi ci sta accanto il nostro tempo è il dono più prezioso che potreste fare.
 
 
Conclusioni
Se guardo indietro per capire perché leggere libri mi piaccia così tanto mi tornano in mente alcuni ricordi: mio nonno, la sua lente d’ingrandimento per leggere e fare i cruciverba della Settimana Enigmistica; mio padre che porta a casa l’ennesimo libro consapevole che mia madre gli farà notare che non c’è più posto in libreria; io che ancor prima di saper legger “rubo” il vocabolario e fingo di fare i compiti come i miei fratelli più grandi; la bibliotecaria delle elementari che, con orrore ed indignazione, mi sbatte un libro in testa quando le rispondo che tutti i titoli che mi ha proposto per la lettura pomeridiana mi fanno schifo…
Il piacere di leggere deve essere spontaneo, scaturito dalla curiosità di voler esplorare altri mondi per poter allargare il proprio. Ciò potrà accadere solo con l’esempio che darete ai vostri figli, suggerendogli questa possibilità. Solleticate in loro la curiosità impastandola con la vita che, con lo scivolare degli anni, si suddividerà in episodi, i ricordi per l’appunto, con i quali chi amiamo terrà viva in sé la propria voglia di conoscenza, consapevoli che in questa risiede la libertà di scelta se farlo o meno, libertà che va rispettata. Perché rispettare può essere, per l’altro, l’occasione in più per capire.
Quindi non è solo un dire, che altrimenti si tradurrebbe nell’imporre di cui si è parlato sopra, ma anche un fare e lasciar fare soprattutto.
Come per amare, sognare e… leggere!
 
 
Sylvia Baldessari
 
L’articolo che segue è di Ilaria De Vita e tratterà di tutti quei libri che stimolano la curiosità, l’interesse e la fantasia dei bambini: "I libri-gioco e quel genio di Hervè Tullet."
Buon proseguimento, il vostro viaggio continua!