Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

martedì 16 dicembre 2014

EDUCAZIONE DIGITALE: Intervista a Roberta Zanella.


Oggi vi propongo la terza tappa di questo viaggio su educazione e web: dopo Elisa Benzi con la sua cittadinanza digitale e Roberto Gerosa, esperto di Social Media con la sua riflessione attorno alla rete, cercheremo ora di approfondire il tema sul linguaggio del web lasciando parola a Roberta Zanella.

Buona lettura.




Benvenuta Roberta, ti va di presentarti brevemente ai lettori del mio blog spiegando di cosa ti occupi in rete?
 
Ciao Sylvia, in rete mi occupo di “comunicazione” a 360°, dalla pianificazione dei mezzi alla gestione dei contenuti. Un lavoro che ho sempre fatto dalla laurea in Antropologia in poi. Sono partita con il copywriting tradizionale su carta per approdare a webwriting e social content. Da qualche anno collaboro con l’azienda Schola, casa editrice veneta che distribuisce materiale scolastico da più di cinquant’anni. Qui mi occupo di gestione clienti, formazione digitale, lancio del registro elettronico su piattaforme dedicate e contenuti - dalla brochure al manuale utente; dal sito Internet alle piattaforme social; dalle slides alla formazione online. Schola è un’impresa a gestione famigliare, ma dall’anno scorso ho preferito un contratto a progetto per avere la libertà di gestire altre collaborazioni. Cose strane.
 




Definizione, per te, di educazione.
La parola “educazione” ha un’etimologia che farebbe tremare i più; deriva, infatti, dal latino “e-ducere” trarre/condurre fuori. E-DUX ha un che di autoritario… Non trovi? Nel suo significato originario, questa parola prevede un rapporto di subordinazione abbastanza netto tra “discepolo” e “insegnante di vita”. Mi vengono in mente le regole rigide a cui i nostri genitori – e prima di loro i nostri nonni - erano sottoposti a scuola e in famiglia non più di trent’anni fa. Educare significa “tirare fuori l’uomo dalla sua natura rozza, stabilendo abiti di buona creanza e moralità”. Insomma, ognuno di noi nascerebbe come un diamante nudo grezzo; i nostri “educatori” avrebbero il compito di plasmarlo secondo regole precise, (ri) vestendolo di “leggi” che hanno a che fare più con l’anima che con la società. Anche se poi il comportamento errato, ovviamente, si ripercuote sulla società stessa e il cerchio si chiude. Credo che oggi la parola “educazione” sia un po’ variata e vedo la famosa “regola” leggermente sfumata. Si tende più alla seconda definizione di “aiutare con disciplina a mettere in atto le buone inclinazioni dell’animo e le potenze della mente”. Ognuno nasce con delle caratteristiche che, attraverso l’educazione e la disciplina, dovrebbero essere esaltate. Se da un lato penso che in alcune situazioni ci vorrebbe più “polso”, dall’altro sono convinta che l’omologazione non sempre sia buona educazione. Il limite tra “perbenismo/buonismo” e “bontà d’animo” – intesa anche come inclinazione – è spesso labile. Il giusto mezzo, al solito, sarebbe il TOP.

Definizione di rete.
Per definire la rete, bastano tre sinonimi: connessione, interazione e scambio.  Vivere la rete, infatti, significa connettersi, interagire e scambiarsi informazioni. Per “fare rete”, poi, bisogna anche condividere una causa/opinione, aiutarsi con filosofia meritocratica ed evitare di ripetere i meccanismi “a circolo vizioso” tanto comuni offline [che io combatto da sempre a costo di risultare antipatica]. La rete è una buona occasione da vivere in modo cosciente: non facciamocela scappare con “rimbalzi di favori” e mancanza di opinione personale.

La rete vissuta dagli adulti e quella vissuta dai ragazzi secondo la tua opinione.
Credo che i ragazzi vivano la rete semplicemente come un “mezzo”, non riconoscendo – spesso – i pericoli e le potenzialità che comporta farne parte. Vivono dentro lo schermo, costruiscono la loro immagine, condividono stati d’animo e gusti, si portano sempre gli amici con sé. Replicano stereotipi, atteggiamenti e mode... Ma sinceramente, chi non l’ha fatto a quell’età?  Non lo trovo più grave di mia madre che urlava: “Vestita così non esci!” Certo io disubbidivo, ma i miei vestiti non erano in world wide: questa è una delle tante differenze che bisogna sottolineare. Poi ci sono ragazzi che sfruttano la rete per condividere passioni musicali, abilità manuali, gusti letterali: non sono tutti uguali. Per quanto riguarda gli adulti, beh… Stanno cercando di adeguarsi al nuovo modo di comunicare e anche loro non colgono sempre la potenzialità globale. Tutti vivono la rete; in pochi la conoscono nei dettagli. Capita così che ci sia un abuso dell’opinione, un approfitto delle credenze e un uso sbagliato dei mezzi. Certo oggi tutti sappiamo tutto su tutto e possiamo esprimere il nostro parere. Dimenticando un altro elemento fondamentale dell’educazione: il rispetto dell’opinione altrui.

Con quale linguaggio si comunica, oggi, in rete?
Un linguaggio contaminato, in cui il limite tra testo, immagine e video è intrecciato. I mezzi per esprimere le famose “abilità dell’animo” – tornando all’etimo di “educazione” – sono davvero infiniti. Per questo motivo trovo che il sistema scolastico stia perdendo una grande occasione per “allenare il cervello del nativo digitale”; ma in questo Paese le lobbies sono tante. Prima bisogna abbattere quelle.




Copywriter-Input il blog di Roberta Zanella





La parola, anche quella scritta, educa: quali sono le modalità di scrittura che oggi dominano in rete e che idea ti trasmettono?
La parola educa, ma in rete non sempre. Si tende al linguaggio semplice, breve, scarno e spesso ci si dimentica coerenza e precisione.  Vanno alla grande concetti condivisi – i buoni vecchi “luoghi comuni” del testo pubblicitario – che affondano le radici nella banalità, ma tirano su centinaia di like. Popolari sì, ma cosa aggiungono? Dov’è il coraggio dell’opinione? Ok il personal branding, ma non dimentichiamoci che siamo persone con una responsabilità su quello che scriviamo. Scripta manent. Ti faccio un esempio veloce: leggo mille post in cui ci si lamenta dei “lamentosi” – scusa il gioco di parole; eppure, è proprio nella lamentela adolescenziale che spesso si coglie un disagio. Le parole hanno un peso: quelle che non ne hanno uno specifico, si spera, volino via come il vento. Altra tendenza molto comune è quella di psico-analizzare… Anche là starei attenta. E facendo un discorso prettamente “commerciale” direi che l’espressione del target è fondamentale per capirlo a fondo. Approfittarne senza sparare banale.  Il linguaggio della rete è lo specchio della rete: complesso, vario, breve, non sempre chiaro. L’esigenza è quella di attirare le persone sui contenuti, leggere i loro, farci conoscere, conoscere gli altri. Passiamo in rete tanto tempo, ma ne dedichiamo poco all’ascolto - che per comunicare bene è fondamentale. Al solito, poi, dobbiamo fare lo sforzo di leggere fra le righe e di mantenere altissimo lo spirito critico. Guai se non ci fosse in questo flusso continuo d’immagini, suoni e parole.


Quale linguaggio, il web, dovrebbe assumere perché educhi a un suo uso consapevole?
Il linguaggio delle persone a cui si rivolge. Un linguaggio, come ho già accennato, contaminato: testo, video, immagine. Tutto serve per far capire bene il concetto finale.





Roberta Zanella



Siamo alla fine di questa intervista: ti va di parlare dei tuoi progetti futuri?
Ah! Sono tanti.  Ovviamente continuerò a lottare per la digitalizzazione scolastica con formazione e lancio del software elettronico; e includerò tra i progetti aziendali anche l’educazione digitale con "Il Lato Oscuro del web" di Katia d’Orta. Mi occuperò di comunicazione a 360° dentro e fuori la mia azienda.  Scriverò sul blog e – ancora quando non lo so – organizzerò un sito personale che racchiuda tutte le mie attività. Collaboro con agenzie pubblicitarie e non smetterò di certo. E poi nel 2016 spero vada in porto un grande progetto su cui punto tantissimo, che ha un po’ a che fare con tutto – ma proprio tutto – quello che ho detto.  Incrociamo le dita, ma comunque… Direi che non mi annoio
 

sabato 6 dicembre 2014

"PADRI IMPERFETTI", il libro di Alessandro Curti.


Oggi ho il piacere di presentarvi "Padri imperfetti" scritto da Alessandro Curti.
Buona lettura.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Ciao Alessandro, oltre ad essere l'autore di "Padri imperfetti" e blogger, cosa fai nella vita?
 
Ciao a te e a tutti coloro che ci leggeranno.
Nella vita sono un educatore-pedagogista cioè uno che di professione si occupa di educazione, principalmente nell'area minori-famiglie. È un lavoro che faccio da vent'anni, ma non sono vecchio. Semplicemente ho cominciato da giovane. Molto, molto giovane.
Poi sono anche un padre e un marito: due occupazioni che sono arrivate in un secondo tempo e che hanno cambiato il mio modo di vedere il mondo, le prospettive e le angolature da cui osservo e affronto ogni situazione.
Tutto questo occupa il 90% del mio tempo.
La scrittura, di conseguenza, è una sorta di passione che prima coltivavo solo nella mia testa, come aspirazione. Un giorno ho preso il coraggio a due mani e ho cominciato a scrivere un blog dove racconto quello che occupa quotidianamente la mia vita: educazione professionale e naturale.
Dal blog al romanzo il passo è stato [quasi] breve: quando mi sono accorto che i lettori del blog tutto sommato apprezzavano il mio stile di raccontare le cose mi sono deciso.
E ho cominciato a scrivere un qualcosa di più lungo di un post.
 
Il tuo libro offre diversi sguardi sulla paternità, ma non solo: ce ne vuoi parlare?
 
Questo libro parla di paternità in scacco” è una delle frasi della prefazione di un libro che tenta di raccontare le paternità in difficoltà, quelle che incontro quasi quotidianamente nella mia vita professionale e con le quali mi confronto. Ma la paternità, in generale, sta vivendo un momento di grande cambiamento, una crisi che spero porterà ad una necessaria evoluzione, ad una ridefinizione del ruolo e dell'importanza che noi padri abbiamo nel processo di crescita dei nostri figli.
Ma “un padre è sempre, anche, un figlio e il suo esser padre non può che dover fari i conti coll'averne avuto uno. Anche quando non lo si è avuto, proprio perché non lo si è avuto.” Quando sono diventato padre ho dovuto affrontare una crisi seria: volevo essere un padre “sufficientemente buono” ma non sapevo se avevo gli strumenti per divenire tale. E da professionista dell'educazione mi sono ripetuto che solo l'esperienza insegna e mi sono guardato intorno. Ho cercato di osservare meglio che potevo tutte le differenti paternità che incontravo per poter formare, per imitazione o esclusione, il mio essere padre. Vien da sé che la prima paternità con cui mi sono confrontato è quella che ho vissuto nel mio ruolo di figlio. Ecco perché lo sguardo sulla paternità non può prescindere dall'immagine del padre che ognuno di noi ha avuto e di conseguenza del figlio che è stato.

Perché hai sentito la necessità di scrivere "Padri imperfetti"?
 
Perché, come dicevo poco fa, l'esperienza insegna. Ed ho pensato che valesse la pena di condividere anche la mia esperienza professional-personale, così che qualcuno potesse – per assonanze o differenze – trovare nuovi stimoli di riflessione.
Quella che io propongo, infatti, è un'immagine imperfetta della paternità, da cui attingere quello che si preferisce, quanto più ci appartiene.
La perfezione non è di questo mondo.
 
Nel libro vengono raccontare quattro storie, genitori e figli a confronto, storie che hanno solo un'unica cosa in comune: Andrea, il protagonista. Soffermiamoci su quest'ultimo spiegando chi è e cosa fa nella vita.
 
Andrea è un educatore che viene chiamato ad affrontare delle situazioni di crisi, ad accompagnare e sostenere dei processi evolutivi con gli strumenti professionali di cui, nel corso degli anni, si è dotato. Collabora con diversi Servizi di Tutela Minori, cioè quegli Enti che su mandato del Tribunale per i Minorenni progettano ed attuano interventi educativi in favore di minori. Ma un intervento educativo non è mai solo a favore di un singolo, quanto dell'intero sistema familiare che lo circonda. Ed è proprio in questi sistemi familiari, spesso in grande difficoltà, che Andrea deve muoversi.
Ma Andrea è anche (e forse soprattutto) un uomo che non può, non deve dimenticare la sua dimensione umana. Se poi pensiamo che l'uomo-educatore è anche un padre... be', immaginate quali emozioni possano caratterizzarlo. A rischio di travolgerlo.
 
Ti sei ispirato a qualcuno per il lui?
 
Può essere che questo romanzo sai un po' autobiografico. Forse.
 
Come vedi il ruolo dell'educatore oggi?
 
Super-domandona! L'educazione sembra vivere un momento di grossa crisi, perché risente della carenza di modelli dominanti significativi. E l'ovvia conseguenza è che anche gli educatori stiano vivendo un momento non facile. Parlo spesso con educatori, mi confronto con colleghi anche attraverso il web e vedo una grossa dicotomia: da una parte quelli che l'educazione la vogliono fare, con interesse, con passione e con una grande capacità autocritica; dall'altra ci sono quelli che la vivono solo come un lavoro e, di conseguenza, faticano a proporla, a respirarla, a farla propria. So che le mie affermazioni potrebbero non piacere. Anzi, so che certamente non piaceranno ai più. Ma di una cosa sono fortemente convinto: l'educazione professionale non è di tutti, non è per tutti. Fino a quando non si comprenderà appieno questo, il ruolo educativo sarà sempre in crisi, perennemente “secondo” ad altre professionalità.
 
Invece il ruolo del padre: cosa è cambiato da ieri e come viene visto ora, secondo te?
 
Wow, se la domanda precedente era difficile questa pare impossibile! Oggi, secondo me, il padre non ha un ruolo ma è, nella migliore delle ipotesi, alla ricerca di un ruolo. Abbiamo (giustamente) abbandonato l'immagine di padre autoritario che ha contraddistinto gli uomini fino a circa un trentennio fa, frutto della corretta rivalutazione dell'immagine femminile che la rivoluzione sessuale ha portato. Ma l'uomo – per pigrizia, inerzia o codardia – ha faticato a trovare una sua nuova collocazione sociale e familiare. Il meglio che si è riusciti a partorire, fino a qualche anno fa, era la figura del “mammo”. Una triste e incompleta fotocopia della mamma. Le cose però stanno cambiando, gli uomini si sono ridestati e hanno cominciato a rivendicare (in ritardo di un trentennio rispetto alle loro compagne) un ruolo nella cura e nell'educazione dei figli.
Il cammino probabilmente sarà lungo e irto di pericoli, ma la volontà sembra non vacillare...
 
La prefazione del libro è stata scritta da Igor Salomone, consulente pedagogico, scrittore e docente universitario.
 
Un professionista che stimo. L'ho incontrato in Università: lui era il docente ed io il discente. Mi ha entusiasmato con il suo carisma e con il suo stile di scrittura: semplice, diretto, concreto ma pensato, mai lasciato al caso. A tratti dissacrante ed ironico.
E poi è un padre anche lui, un padre particolare.
Timidamente gli ho chiesto se aveva voglia di scrivere la prefazione... no, in realtà sono stato un po' più subdolo: visto che sua moglie era un'attenta lettrice e commentatrice del mio blog ho lavorato di sponda ed ho chiesto a lei di farsi portavoce della mia richiesta.
D'altra parte si sa: dietro ad ogni uomo di successo c'è sempre una gran donna.
 
Cosa significa scrivere per te?
 
Scrivere ha diversi significati per me. Il processo narrativo ha un ruolo importante per la riflessione pedagogica: mettere nero su bianco dei pensieri o dei concetti ti obbliga a riformularli, ad estraniarli da te per farli diventare soggetti indipendenti. Penso che tutti gli educatori dovrebbero esercitare la narrazione e l'autobiografia perché sono strumenti fondamentali per distaccare il pensiero dall'azione che, come professionisti, è sempre in primo piano e rischia di fuorviarci, di travolgerci.
E poi la scrittura è anche un processo creativo, dove l'impossibile può diventare probabile, verosimile.
Ad un livello più personale, quasi egoistico forse, scrivere è anche lasciare una traccia di sé.
Chi arriverà in fondo al mio romanzo e leggerà i ringraziamenti probabilmente riuscirà a capire il perché.
 
Dove possiamo trovare te e il tuo libro?
 
Se mi cercate nel mondo reale armatevi di pazienza: la mia professione ed il mio essere perennemente inquieto mi portano in un sacco di posti. È difficile starmi dietro.
Nel web sono invece un po' più statico.
Potete trovarmi sul mio blog Labirinti Pedagogici, TwitterFacebook o  Linkedin.
Il mio libro invece è reperibile sul sito Koipress, su tutti i grandi store digitali (Amazon, Kobo, Google books, Ibs. iTunes...) o direttamente dall'autore scrivendo una mail a padriimperfetti@gmail.com.
Recensioni, immagini, riflessioni e domande si possono trovare sulla Pagina Facebook.
Aspetto lì tutti i vostri commenti. Positivi o negativi che siano. Se costruttivi fanno sempre crescere.
Grazie.

Vorrei condividere con voi alcune riflessioni su questo libro, non solo perché l'ho trovato piacevole, ma anche perché ho qualcosa in comune con Andrea, il protagonista, ovvero la professione di educatore, un lavoro molto difficile da diversi punti di vista. 
Il libro non vi darà una chiara definizione su questo mestiere ma è attraverso la sua lettura che riuscirete ad afferrare la complessità di questo importante e necessario ruolo professionale.
In un momento in cui la perfezione imperversa come modello da seguire ad ogni costo, sempre e comunque, Alessandro Curti ci riporta alla realtà facendo emergere dalle sue storie le difficoltà che la vita ci impone, imperfezioni dovute a delle scelte talvolta volute, altre subite ma che rimangono per l'appunto umane e dalle conseguenze imprevedibili.
I protagonisti del libro son chiamati ad affrontarle, ritrovandosi "nudi" e indifesi davanti a una realtà che non contempla un unico modo d'essere ma che ci chiede, nell'incertezza dell'esistenza, di saper ritrovare noi stessi, dando senso al nostro quotidiano, un senso intenzionale e consapevole.
Un libro da leggere e che consiglierei ai giovani studenti di Scienze dell'Educazione, perché sappiano che il mestiere che andranno a fare richiede  spesso l'umile capacità di sapersi mettersi in discussione. Ma anche a tutti quei genitori che si rimproverano di non essere perfetti, perché possano, dalle loro debolezze, ripartire e non per raggiungere la perfezione, beffarda chimera, ma per dare il meglio di loro nella più grande prova che son chiamati ad affrontare: quella di essere padre e madre.


 



martedì 2 dicembre 2014

"GUSTOSE ABITUDINI" seminario sull'educazione alimentare a Venezia.



 


Quanto si parla, oggi, di cibo? Basta accendere la Tv e indipendentemente dall'orario, incapperete in qualche format televisivo dedicato alla cucina e alla preparazione di gustosi piatti, intervallato da momenti di approfondimento sull'origine e le modalità di lavorazione dei prodotti in commercio.
Il cibo è strettamene connesso alla storia umana e non solo perché fonte di sostentamento fisico, ma anche perché riflesso culturale, sociale e del benessere psicofisico della persona.
Attraverso il cibo noi parliamo: i colori, gli ingredienti, gli odori e  i riti che s'aggirano attorno al momento conviviale dicono chi siamo, quali siano le nostre abitudini, le nostre radici, la nostra posizione sociale, come ci approcciamo alla vita e tacito mezzo con il quale manifestiamo anche stati di malessere e disagio.
Proprio per questo motivo l'alimentazione assume un ruolo importante nella crescita di una persona e di conseguenza  richiede una sua riflessione educativa, in vista di un progetto esistenziale contemplato nella sua totalità: ed è così che giungiamo all'educazione alimentare.






Proprio su questo tema l' U.S.T. Venezia ha organizzato un Seminario rivolto ai docenti e alle famiglie degli studenti che si è tenuto sabato 29 novembre 2014 ore 9.30 -13.00, presso il Parco Scientifico Tecnologico Vega di Marghera - Venezia, dal titolo “Gustose abitudini”, nell’ambito degli eventi proposti durante la settimana del salone dell’offerta Formativa Fuori di Banco a.s. 2014/15.
 
In linea con il tema conduttore del salone, il seminario ha fornito ai presenti alcuni spunti di riflessione in merito alle abitudini e comportamenti alimentari degli adolescenti e al ruolo dei media nel condizionare l’immagine di sé.
 
Relatrici: Corradina Nucifora, medico sportivo spesso impegnata a seguire gli studenti durante i campionati sportivi studenteschi, ha illustrato i disturbi che possono comparire negli adolescenti derivanti da una scorretta alimentazione e da una vita sedentaria, nonché alcune indicazioni su una ottimale alimentazione per chi pratica sport sia a livello amatoriale che agonistico.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Daniela Rossi, esperta di comunicazione pubblicitaria e di grafica, ha presentato i modelli egli stili di vita suggeriti dalle campagne pubblicitarie alimentari rivolte agli adolescenti.
 
 
 
 
 
 
Luisella Michieli, coordinatrice di attività di educazione al consumo per la Coop Adriatica ha condotto una riflessione sulla possibilità di acquistare prodotti alimentari in modo consapevole attraverso un’attenta lettura delle etichette, dei messaggi pubblicitari e sulla possibilità da parte dei consumatori di contrastare attivamente l’utilizzo delle pubblicità ingannevoli o nettamente in contrasto con il codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, attraverso la segnalazione agli organi competenti.
 
 
 
 
Infine la dott.ssa Erika Baldissera, psicoterapeuta che opera presso il Centro di disturbi alimentari a Portogruaro, ha presentato il ruolo della scuola nella riabilitazione psiconutrizionale progressiva negli adolescenti con disturbi alimentari cronici.
 
 
 
 
 

 
Ringrazio Francesca Betetto, tra gli organizzatori del seminario, per aver permesso al mio blog di parlare di questo evento,  svoltosi qui a Venezia e che riguarda un tema importante e del quale ha offerto una piacevole occasione di confronto e approfondimento.
 
 
 


mercoledì 12 novembre 2014

Educazione Digitale: intervista a Roberto Gerosa.


Dopo la bella intervista a Elisa Benzi sulla Cittadinanza Digitale ho pensato di continuare questo mio viaggio per approfondire il tema su educazione e web. E come in ogni viaggio che si rispetti, ho l'intenzione di incontrare numerosi amici e con loro fermarmi un attimo a riflettere, ammirando il panorama che davanti a noi si spalanca, contemplandolo dal loro punto di vista.

Nella seconda tappa incontro Roberto Gerosa, esperto di Social Media e Web Marketing che ho conosciuto, mesi fa, attraverso l' invio di un tweet. 
Perché anche 140 caratteri, nel caos della rete, possono fare la differenza...




Fonte immagine



Benvenuto Roberto, ti va di presentarti brevemente ai lettori del mio blog?Grazie per avermi intervistato Sylvia. Come ti ho detto nel corso della nostra telefonata sono un tuo fan! Adoro come scrivi e non mi perdo mai un post del Piccolo Doge (è bellissimo anche il nome perché mi ricorda il Piccolo Principe). Come vedi sto tergiversando alla grande per non fare una presentazione di me stesso. Non voglio annoiare le lettrici e i lettori del tuo blog, quindi sarò breve e prevedibile: ho 41 anni, scrivo (non sempre bene come vorrei) dalla provincia di Lecco e in questo momento sono particolarmente felice! ;-)
 
Definizione, per te, di educazione.
Secondo me l’educazione è un insieme di esperienze e di stimoli in grado di permettere a tutti (sia piccoli che adulti) di tirar fuori i propri talenti per metterli al servizio di se stessi e della società. Quando le persone, lavorano sui propri talenti e si realizzano con essi, trovano serenità interiore, autostima e rispetto verso se stessi e verso gli altri. Meglio di così!
 
Hai mai avuto esperienze in campo educativo? Se sì, cosa hai imparato da quest'ultime?
Non ho avuto esperienze significative in campo educativo. Ma il mio passato come “guida” presso un Museo della Seta della provincia di Lecco, mi ha permesso di relazionarmi con i bambini e i ragazzi delle scuole che venivano a visitarlo. Ho capito con il tempo che migliorando la comunicazione, il messaggio che volevo trasmettere ai ragazzi (la condizione del lavoro femminile nelle filande dei secoli scorsi) arrivava forte e chiaro. Non è affatto vero che i ragazzi non ascoltano e non sono interessati alle problematiche sociali, bisogna "solo" entrare nelle loro frequenze comunicative. Dirlo sembra facile. Occorre tempo, esperienza, volontà e passione. Ma soprattutto serve lavorare su se stessi, sul proprio modo di comunicare e di educare.
Ho imparato tantissimo, durante questa esperienza che considero come quella più gratificante!
 
Definizione di rete.
La Rete siamo noi, siamo tutti noi. Rete è interdipendenza, lo dice la parola stessa, non servono chissà quali conoscenze per capirlo. Per alcuni può essere banale per altri impossibile: io invece credo veramente che quello che succede a una persona che vive a migliaia di chilometri, proprio in questo istante in cui scrivo, o nell’istante in cui stai leggendo queste parole, si ripercuote presto o tardi sulle nostre vite.
E’ per questo motivo che credo che la rete, in fondo, siamo tutti noi. Rete è Sylvia con il suo bellissimo spazio web, il Piccolo Doge, ma rete è anche uno spaventoso blog pieno di post che negano l’Olocausto.
 
"Apprendere in rete" è possibile secondo te?
In rete secondo me è ancora più facile apprendere, soprattutto rispetto alla generazione di noi 40enni! L’importante è saper filtrare correttamente i contenuti. Per evitare l’overload di informazioni bisogna lavorare sul proprio spirito critico. Ed è per questo che bisogna sempre investire sull’istruzione. Investire non significa solo versare soldi in questa direzione, ma anche allontanare i “professionisti” del settore (insegnanti ed educatori) che fanno questo lavoro come ripiego e non come vocazione.
 
La rete vissuta dagli adulti e quella vissuta dai ragazzi secondo la tua opinione.
Vedo ragazzi che si comportano come adulti e adulti che si comportano come ragazzi. Non riesco a farmi un’idea ben precisa senza cadere nelle generalizzazioni. Posso dirti che mi riempie di gioia vedere i ragazzi che si divertono a usare la rete in modo responsabile, intelligente e creativo.
 
Come si comunica, oggi, in rete?
Non vedo differenze tra la comunicazione in rete e quella al di fuori del web. Anzi, ho come l’impressione che una sia lo specchio dell’altra. Vedo e sento tanto rumore, tanto baccano per attirare l’attenzione.
Vedo tantissime persone ossessionate dal bisogno di essere ascoltati ma che non ascoltano né gli altri né, prima di tutto, se stessi. Ascoltare se stessi e fare un po’ di silenzio interiore è la via necessaria per migliorare il modo di comunicare fuori e dentro la rete.
 
Quali sono i problemi che impediscono un uso critico della rete?
Purtroppo viviamo in un paese molto strano. Tra le varie scelte scellerate, continua a scegliere di non investire sull’istruzione. Come dicevo prima investire sull’istruzione e sull’educazione significa, anche, fare selezione e allontanare dai nostri ragazzi quei “professionisti” che hanno grossi problemi personali irrisolti. In secondo luogo bisogna formare correttamente quelli seri e motivati, per restare al passo coi tempi e permettere a loro di insegnare ai ragazzi un uso critico della Rete. In terzo luogo servono retribuzioni più dignitose... Anzi, dignitose. Pagare poco gli insegnanti significa mandare un messaggio ben preciso al paese intero: vogliamo un futuro da ignoranti, pieno di ignoranti!

Siamo alla fine di questa intervista: ti va di parlare dei tuoi progetti in corso?
Sto creando un workshop dedicato a professionisti e aziende per provare a spiegare insieme a loro come i social media possano aiutare a farci superare, insieme, la crisi generale. Vorrei realizzare qualcosa di diverso, non il solito seminario che spiega le “furberie” social per vendere di più. Bensì come i social media possano aiutare a crescere meglio, sia come azienda, sia come (ex) consumatori. Probabilmente è un progetto utopico, perché sono consapevole che alla fine quello che chiedono le aziende è sempre lo stesso, ovvero: “ma quanto ci guadagno con i social?” Però provarci è la sfida! E una vita senza sfide è veramente triste ;-)
 
 
 
Roberto Gerosa
 
 
 
 
Dove possiamo trovarti?
Potete trovarmi a casa mia! Abito vicino a Lecco, in un piccolo appartamento, quindi se siete in tanti a volermi trovare, meglio organizzarsi prima: conosco ottimi Bed and Breakfast nei dintorni di casa mia!
Scherzi a parte, se Lecco è troppo lontana questo è il mio indirizzo mail:
Su Facebook sono @Roberto.Gerosa
Su Twitter invece @GerosaRoberto
Questo è il mio sito web
 
 

 


 

venerdì 7 novembre 2014

"La vita è COME..." Riflessione sulla Didattica.

 
 
Un giorno come tanti, in quel di Facebook, decido di condividere il seguente stato sulla mia bacheca personale.
 
"Domani è un altro giorno, francamente me ne infischio, nessuno è perfetto, mamma diceva che la vita è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita!"
Citazioni, più o meno...
Buon fine settimana!
 
Così, una condivisione giocosa che forse, con ironia, riprende una sfumatura di questo periodo. Da lì, senza volerlo, prenderà vita uno scambio di opinioni con Michela, amica e giovane insegnante di matematica:
 
 
"E quando le cose me le spiegava mamma, io le capivo sempre! Queste due (le due citazioni prese dal film "Forrest Gump con Tom Hanks)  sono state fondamentali. Pensa che in sé racchiudono il senso di due corsi che sto frequentando: Didattica e Didattica speciale"
 
 
"Illumina anche me!"
 
Mamma diceva che la vita è COME una scatola di cioccolatini.
Perché Forrest, ragazzo, diciamo, con problemi e anche noi capiamo sempre quando mamma spiega le cose? Perché mamma usa una similitudine, cioè riesce a dare un'informazione nuova agganciandola a conoscenze già possedute.
Il fatto che Forrest e anche noi capiamo mette in luce che una didattica inclusiva è un vantaggio per tutti. Inoltre perché Forrest certe cose non le capisce ma fa cose straordinarie? Perché quello che è veramente importante è il contesto: una persona classificata come problematica non è limitata in tutto, ma appunto le sue difficoltà sono legate alla situazione. Non gli è impedito fare cose di spessore, bisogna solo trovare il modo. Manca in realtà la dimensione sociale dell'insegnamento (che per me è fondamentale) cioè che l'apprendere è uno scambio che è condiviso e condivisibile.
Ma in questa citazione non ci stava... troveremo un altro film.
 
 
 
 
 
 
 
Ho trovato il commento così ricco e importante da dedicargli un post.
Perché queste sono le connessioni che più rendono evidente  il vero potenziale della rete, che non è solo Apparire ma anche un Esserci, con pensieri e parole strettamente legate alla propria esperienza, ponendola in contatto con le altre.
E perché sono sicura che, forse, qualche lettore vorrà continuare la discussione, aiutando Michela a trovare la citazione mancante...