Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

giovedì 27 marzo 2014

#PEDAGOGIAEPOLITICA - Officine del futuro.


                          
Ogni mese il gruppo Facebook  "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti"  propone un tema, una riflessione educativa, alla quale partecipare con un proprio contributo scritto. Una volta raccolti, quest'ultimi vengono ospitati e divulgati dal circuito blogger di Snodi Pedagogici
 
Il tema del mese di marzo: pedagogia e politica
 
 "La cura della polis attraverso le pratiche di accudimento sociali. Una dimensione politica dell'educazione che esiste, anche se il termine politica, oggi si confonde troppo spesso con "partito" e può spaventare. Politica ed educazione, invece: due facce della stessa medaglia. Perché se le pratiche educative non diventano cura dei territori e costruzioni di reti di significati sociali, l'educazione perde in partenza la sua sfida. Un'educazione che non ha bisogno dell'aggettivo "civica" per essere sostanziata. Perché educare è già un atto civico. L'educazione tras-forma l'umanità in cittadinanza".

Un tema che va oltre le classiche figure educative e che contempla chi nella società cresce, vive e in questa vede un'occasione da lasciare come eredità alle nuove generazioni.

 

Buona lettura.

Sylvia B.
 









#PEDAGOGIAEPOLITICA - Officine del futuro.


 

 

“Non v'è nulla di nuovo: tutto si ripete, e subito passa.”

(Marco Aurelio) 


Entrando in un’aula non vediamo solo ragazze e ragazzi, giovani degli anni’10 del XXI secolo, ma con un piccolo sforzo d’immaginazione abbiamo di fronte agli occhi “in potenza” le donne e gli uomini, che avranno grandi e piccole responsabilità nella nostra comunità glo-cale: panettieri, ingegneri, operai, commesse, manager, politici, avvocati, salumieri, etc..etc..
Entrando in un’aula, vediamo una piazza, una piccola agorà “in fieri” e in divenire davanti ai nostri talvolta superficiali sguardi: le loro aspirazioni, ambizioni, i loro sogni lì (a scuola…) prendono progressivamente forma, metamorfosando il presente in un versione “ventura” di esso, che lascia senza parole genitori e insegnanti per la rapidità di questi processi, sfuggenti come l’aria che non si lascia catturare.
Entrando in un’aula, scorgiamo le dinamiche della comunità del domani, i meccanismi, le consuetudini ancora embrioniche, ma individuabili tra le quattro mura scolastiche: in un’aula del 2014 siamo immersi nella polis del domani; vediamo il battito d’ali della mitica farfalla, che scatenerà la tempesta.
Come scorgerne i segni?
Come poter evitare la “coazione a ripetersi” di certi errori, che la Storia nel suo vorticare porta con sé, tra “tragedia e farsa”? 
Come far in modo che la polis degli anni’40 e ’50 del corrente secolo sia la comunità degli anni di una culturale rinascita e non, come cento anni prima, degli anni di una guerra e della successiva ricostruzione anche se immersa nei “Trent’anni gloriosi” del welfare state, ora amaramente declinante?
Come evitare, parafrasando Marco Aurelio, che “tutto passi, ripetendosi”, lasciando a noi insegnanti l’amarezza, e nei genitori la rassegnazione, che ogni nostro intervento non incida nelle menti delle “donne e uomini del 2044”, perché tanto nulla cambierà? 
Sono domande a cui non saprei rispondere, in verità, ma alle quali potrei fornire un esempio di “agire per incidere”, perché contano i fatti, che possano poi essere narrati in parole per darne esempi efficaci: quindi..?

Facendo comunicare le nostre ragazze e i nostri ragazzi (il presente), le loro aspirazioni e sogni (il futuro), con quanto è alle loro e alle nostre spalle, ovvero quel passato tanto bistrattato, perché troppo lontano e diverso nelle sembianze, ma non nel cuore dei loro comportamenti e delle loro azioni.
Nel nostro istituto (icpontalpi.org) gli alunni delle classi prime del tempo prolungato, in collaborazione con la Dott.ssa Franca Cosmai e le docenti del nostro istituto, Prof.sse Mattia e Mares, sono protagonisti di un progetto denominato “Officina dello storico”: un modo per lavorare con gli strumenti della Storia (i documenti, le fonti: “il sommarione  e gli stati delle anime di Soccher, frazione di Ponte nelle Alpi” del 1815) ed “ex premere” da essi il succo di riflessioni culturali e socio-economiche inerenti  la composizione delle famiglie dell’epoca, la diffusione di taluni cognomi, i tassi di fecondità e l’età media della popolazione e altro ancora.

Un progetto che mette in gioco diverse competenze europee:
- “informatiche”, mediante l’uso di “tablet/pc” per tabulare dati e piattaforme di e-learning come Moodle per condividere relazioni/ricerche/dati;

- “metodologiche”, imparando a strutturare i dati ricavati dagli “stati delle anime di Soccher del 1815” in tabelle e grafici e interpretarli per redigere una relazione; 

 - “culturali”, realizzando interviste ai proprietari degli antichi cortili cittadini, che diventino il testimone che gli anziani custodi di questi tesori consegnano alle giovani donne e ai giovani pontalpini della polis di domani, lasciando interiorizzare quel senso di “bene comune”, agonizzante da qualche decennio. 

Secondo l’idea della Prof.ssa Cinzia Mares, ideatrice del  progetto, il termine “officina” vuole riportare la scuola alla sua idea prima di laboratorio, di bottega in cui lavorare le materie prime (in questo caso il tempo e i beni comuni di una polis), in cui sporcarsi le mani, per imparare e apprendere dagli altrui passati errori, da dinamiche già accadute che possono aiutarci a scegliere con consapevolezza: perché per far fiorire la polis del futuro la scuola non dia risposte (“troppa acqua che marcire fa..”), ma offra narrazioni, da cui far affiorare dubbi, che mettano i nuovi “politici” (abitanti della polis) in condizione di ricordarsi di quanto già accaduto e agire conseguentemente (“centellinata acqua che fa fiorire..”)
Re-cordare, ovvero “far tornare alle cardiache corde”.

Un cuore che ha già letto, conosciuto, già vissuto e che palpita per una nuova polis dal sangue già scorso e palpitato (il nostro passato) e che riannoda fili, corde temporali (passato-presente-futuro), che non viaggiano indipendenti e paralleli: s’intrecciano e vicendevolmente acquistano forza.



Chi è l'autore di questo articolo:
 
 
 
 
Pasquale Nuzzolese
 

Professore di Lettere alla  Scuola Secondaria di I grado “Sandro Pertini” di Ponte nelle Alpi (BL), vivo da sei anni tra le “Scogliere di Dio” bellunesi, dopo averne trascorsi ventisei nell’Atene delle Puglie, Trani,  terra dove mi sono laureato in Lettere moderne, indirizzo storico-sociale (2005) e ho conseguito l’abilitazione all’insegnamento (SSIS – Puglia, 2008).  Ritrarre in “scatti di luce” la realtà (Instagram) e declinarla in 140 caratteri  (Twitter) sono il modo in cui vivo le humanae litterae del XXI secolo.
 
 
Snodi Pedagogici, tiene a precisare che il percorso dei blogging day non è casuale, ma facente parte di un progetto culturale più ampio. Quest'ultimo si sta lentamente concretizzando e appena avremo alcune conferme ne daremo l'annuncio, chiedendo a chi ha partecipato fin dal primo se è d'accordo a prendervi parte.
 
 
 

 
Tutti i contributi su #PEDAGOGIAEPOLITICA verranno pubblicati qui.
 I blog che partecipano:

 

Il Piccolo Doge
 Ponti e Derive di Monica Massola
 La Bottega della Pedagogista di Vania Rigoni
 Allenareducare di Luca Franchini
 Nessi Pedagogici di Manuela Fedeli
 E di Educazione di Anna Gatti
 Bivio Pedagogico di Christian Sarno
 InDialogo di Elisa Benzi
 Labirinti Pedagogici di Alessandro Curti

lunedì 17 marzo 2014

IMMAGINATI contro la censura: intervista a Barbara Zanon.











Una delle cose che più amo della rete è la possibilità di riprendere contatti con persone che avevo perso di vista, non per mia volontà ma per lo scorrere naturale degli eventi e il prendere strade differenti.
Se poi queste son legate ai ricordi più belli, quelli dell'infanzia, mi ritrovo curiosa, desiderosa di scoprire chi siano oggi e cosa facciano...

Riscopro così Barbara, una ex compagna delle elementari, oggi fotografa, autrice e promotrice di un progetto molto interessante, "Immaginati", un'idea che evidenzia un paradosso tipico di questa nostra epoca virtuale: quello di una Società volta all'Apparire e al tempo stesso legata a una forma di censura e auto-censura, dovuta al timore e al pregiudizio altrui.

"Immaginati" invece è una proposta intelligente, un modo per usare il web che va oltre al semplice connettersi e che propone l'occasione di un suo uso critico e consapevole.

Vi ho incuriosito?
Allora scopriamo chi è Barbara e cosa si cela dietro a "Immaginati".

Buona lettura.

Sylvia B.









Ciao Barbara, ti va di presentarti ai lettori del "Il Piccolo Doge" ?

Sono una fotografa. Mi occupo di foto giornalismo da un lato e di fotografia matrimoniale dall'altro. In linea di massima adoro gli esseri umani e cerco di focalizzarmi su di loro in ogni situazione

Che cos'è "ImmaginaTI?

Immaginati è quello che saremmo se non nascondessimo una parte di noi al mondo. Questo progetto (che è solo agli inizi) affronta il tema della censura per come viene vissuta, sempre in modo diverso, dalle varie persone. La domanda che pongo a chi ritraggo è la seguente: qual è quella parte di te che censuri, che nascondi, per paura di essere giudicato o non accettato o ..? Le risponde in molti casi mi hanno sorpreso, lo ammetto. In linea di massima, la mia scelta è stata semplice. Mettere al centro della foto la persona, senza ambientarla e senza esasperarla nei tratti. Fare in modo che tiri fuori consapevolmente e naturalmente la sua censura, così come potrebbe (e forse oserei dire in alcune situazioni dovrebbe) fare nella quotidianità.

Da dove nasce l'idea di questo progetto?

Nasce dalle mie riflessioni su quanto di noi nascondiamo a volte o non osiamo mostrare o tirar fuori per paura di esser giudicati anche semplicemente come diversi.

Che cos'è la censura e in che misura influenza il nostro quotidiano?

La censura può essere tutto. Solitamente quando si pensa alla censura, si pensa ai grandi temi: la sessualità, la politica, il sociale, la malattia. Tutti quegli ambiti che riguardano l'intimo o lo stile di vita e che per cultura ed educazione abbiamo deciso (o ci è stato chiesto) di reprimere o nascondere. Come se ci fosse qualcosa di male nell'essere se stessi o nell'esprimere le proprie idee e/o gusti. La verità però è che iniziando a lavorar su questo progetto ho scoperto che ogni persona censura le cose più inaspettate. C'è chi censura la rabbia, o quello che non vuole sentire, chi censura la femminilità e/o la sensualità, chi censura il romanticismo, chi censura il suo corpo, le lacrime, o la paura di rimanere solo. Si negano al mondo le proprie insicurezze e i propri dolori, dando per scontato che le nostre fragilità non possano invece venire accolte, accettate e comprese.

Che significa per te "Apparire"?

Rispondo guardando all'etimologia latina della parola: ad – parere cioè venire alla luce, farsi vedere.

In generale come viene gestita, secondo te, la propria immagine in rete?

Bella domanda. La rete è invasa da immagini di ogni genere e le persone usano i social network senza pensare spesso a chi vede i propri contenuti. Dare al mondo un immagine di sé stessi spesso molto privata e ludica può dare anche adito a grandi malintesi. Ci vorrebbe maggior controllo e buon senso (e questo, attenzione! Non significa censurare!). Ma temo che parlare di gestione dell'immagine in rete obblighi a parlare di privacy e questa mia risposta potrebbe non finire più!

Considerando quanto abbiamo detto sulla censura e l'apparire, come si colloca il tuo progetto? Qual è il suo obiettivo?

Essendo un work in progress, anche io sono curiosa di vedere la piega che prenderà questo mio lavoro al quale sto dedicando davvero molto tempo… In linea di massima, ho scelto consapevolmente di non realizzare ritratti espliciti e spudorati, perché non ho preso 20 attori a cui ho dato 20 censure da interpretare, ma sono entrata nell'intimità di persone "vere" che si sono affidate a me mi hanno raccontato una parte di loro. Scegliere di mostrare al mondo qualcosa di così intimo ritengo abbia bisogno del massimo rispetto da parte mia e quindi devo io adattarmi a chi ho di fronte. L'obiettivo è questo. Rivelare qualcosa, far riflettere. Senza urlare.

Lo affrontiamo da un punto di vista educativo? Hai mai pensato a questo aspetto?

Posso solo dire che sarebbe bello educare i bambini fin da piccoli all'attenzione nei confronti dell'altro. A comunicare, aprirsi, discutere. Crescere attraverso il confronto porterebbe sicuramente a relazioni più trasparenti ed efficaci e molto probabilmente si imparerebbe che gli altri sono spesso come noi, a volte insicuri, a volte spaventati, a volte intimoriti.

Dove possiamo trovare te e "ImmaginaTI" sul web?

I miei lavori e le mie foto le potete trovare sul mio sito personale 
Immaginati lo potete trovare a questo link e diventare fan su fb cliccando qui

 

Barbara Zanon
 
 
Photo copyright: Barbara Zanon 2014/tutti i diritti riservati




     
     
     

    La storia nera.





    Disegno di Emma







    Tanto tempo fa, ma potrebbe essere anche ieri, c’era una bimba che vestiva sempre di nero.
    Non perché fosse costretta ma perché le piacevano abiti e cose di quel colore.
    Portava nastri neri fra i capelli, un vestitino nero con dei ricami neri, un cinturino nero adornato con delle perline nere, calze nere e scarpine lucide di colore nero.
    Tutte le altre bambine preferivano il rosa, il pesco, il fucsia, il lilla è tutte le sfumature che ricordassero uno di questi colori e tutte giocavano con le bambole mentre lei rincorreva i rospi dello stagno nel grande giardino di casa sua.
    Tutte, alla sera, ritornavano linde come quando erano uscite al mattino mentre la bimba che amava il colore nero rincasava sempre sporca, dalla testa ai piedi, di terra e fango.
    Ben presto tutti iniziarono ad evitarla perché non era come gli altri ma a lei non importava perché come gli altri non voleva essere, perché lei era lei e non gli “altri”.
    E si ritrovò sola.
    Perché la gente di quel paesello abituata al solito, all’ovvio, a quel che per essere giusto dovesse essere solo in una maniera e non in un’altra, non riusciva ad accettare una bimba così strana che si vestiva solo di nero, che giocava con i rospi e che faceva tutto il contrario delle altre bambine.
    Un giorno si sparse la voce di un mostro tutto nero che s’aggirava per le viuzze della cittadella, nelle notti nere, nere prive di luna in cerca di chissà cosa.
    Così tutti, una volta calato il sole dietro le montagne, si rinchiudevano dentro casa terrorizzati.
    Tutti tranne una, la bimba che si vestiva di nero che all’idea di un mostro tutto nero non seppe resistere
    - "Tutto nero!"- disse a se stessa estasiata -”Lo devo vedere!”- decise poi.
    Attese con trepidazione il novilunio e quando giunse, dopo aver dato il bacino della buonanotte ai suoi genitori,  mise un cuscino ed una palla sotto le coperte del suo lettino, per beffare la mamma e il papà, ed uscì in punta di piedi dalla porta secondaria che dava sul grande giardino con lo stagno.
    Dopo una bella camminata giunse nella piazza del paesello.
    Non c’era nessuno.
    Deserto.
    Tutto immobile ed avvolto in una oscurità nera, nera.
    Iniziò a camminare per la piazza e poco dopo si accorse che, dietro alla grande fontana in pietra c’era una macchia, tutta nera, ma così nera che un nero così intenso non lo aveva mai visto!
    E le si avvicinò pian, piano: dietro la fontana la macchia nera sussultava, singhiozzava, piagnucolava tutta sola.
    La bimba le si sedette accanto, sul gradino in pietra, ed allungò lo sguardo nero, vispo e curioso verso la macchia che altri non era che il mostro tanto evitato da tutti.
    “Perché piangi?” le chiese senza timore. Il mostro alzò il muso e solo allora si accorse della presenza della bimba al suo fianco ed esplose in un pianto disperato.
    La bimba sollevò le nere sopracciglia ed osservò divertita gli occhietti rossi del mostro e la  sua enorme bocca, uniche cose che si stagliavano dalla figura di quella nera ed oscura creatura.
    “Perché piangi?” chiese lei con un’ostinazione che solo i bimbi più caparbi e decisi sanno d’avere.
    “Perché sei una bambina ed io ti faccio paura!” rispose il mostro tirando su con il naso, caso mai ne avesse avuto uno in mezzo a tutto quel nero.
    “Ma no!” rispose lei sorridendogli.
    “No?” gli fece eco lui, sgranando i minuscoli occhietti rossi.
    “Davvero, davvero!” aggiunse la bimba sbattendo i tacchi delle scarpine nere e lucide contro il selciato.
    Il mostro sorrise mostrando denti aguzzi degni di un leone "Sono un mostro e mi tocca spaventare i bambini. Ma a me non piace farlo e allora tutti gli altri mostri mi evitano e sono rimasto solo!" parlò tutto d’un fiato come chi teme che il proprio interlocutore possa sparire da un momento all’altro. Poi aggiunse "A me piace colorare, amo tutti i colori. Non voglio spaventare le persone!"
    La bimba che più di chiunque altro poteva capire mise la sua paffutella e rosea manina sopra la zampa del mostro e la strinse delicatamente. Un puntino rosa in un rotondeggiante ammasso nero e peloso.
    Lei gli sorrise e poco dopo, tenendosi per mano, lasciarono la piazza assieme.
    Passarono i giorni e un mattino di marzo, che si sa essere il mese più pazzo dell’anno, comparve nel bel mezzo della piazza, accanto alla fontana, una casa tutta nera.
    Nera era la porta, neri i battenti delle finestre, nere le tende, nero il campanello, nera la grondaia ma sopratutto neri erano il tetto ed il camino.
    I bambini che si affacciavano sulla piazza stavano con il naso all’insù a guardare stupefatti il tetto della casa, in particolar modo indicavano con un certo stupore mista ad eccitazione il caminetto. Gli adulti, attirati da tutto questo trambusto provavano a sollevare lo sguardo ma non vedevano nulla che un semplice tetto ed tipico camino, neri entrambi così come era nero tutto il resto della casa.
    Anzi, si chiedevano da dove fosse sbucata quella strana abitazione mai vista prima di allora.
    In ogni modo i bambini non poterono far a meno di correre verso la porta ed entrare dentro la misteriosa magione, seguiti velocemente dai grandi. Una volta varcata la soglia videro la bimba che amava vestire di nero e tutti i bambini la circondano entusiasti, nominando più volte il camino.
    Lei sorrideva soddisfatta.
    Gli adulti raggiunsero subito il gruppetto e finalmente sentirono dai bambini cosa li elettrizzava  così tanto: dal camino pareva uscire un arcobaleno. I grandi affermarono che niente del genere usciva dal camino e fu solo allora che la bimba tutta vestita di nero fece cenno di seguirla fuori.
    Tornati tutti in piazza la bimba indicò il camino.
    Niente, i grandi continuavano a non veder nulla mentre i bambini urlavano felici confermando che, invece,  l’arcobaleno diveniva sempre più intenso.
    La bimba che amava il nero disse agli adulti che era normale che non vedessero nulla, perché erano… grandi! E come tutti i grandi avevano dimenticato di come si potesse guardare oltre l’apparenza, capacità che solo chi smette di inseguire i propri sogni perde d’avere e aggiunse che, per vedere l’arcobaleno, dovevano pensare a qualcosa che, da piccoli, amavano fare ma che per colpa del giudizio altrui avevano accettato di nascondere da qualche parte dentro al loro cuore, dimenticandosene.
    Gli adulti provarono  incitati anche  dai bambini e poco dopo  ci fu chi iniziò a ricordare e così a vedere.
    C’era chi ricordò d’aver amato dormire a testa in giù, chi danzare ad ogni ora del giorno, chi d’aver amato parlare con la propria ombra, chi amava collezionare le cannucce colorate per fare costruzioni strampalate.
    Meravigliati chiesero alla bimba che vestiva di nero chi le avesse insegnato questo e lei ricordò che nessuno le aveva insegnato un qualcosa che a differenza degli adulti non aveva mai smesso di fare.
    Piuttosto disse che c’era chi le aveva spiegato cosa dire ai grandi per far sì che potessero vedere anche loro l’arcobaleno e proprio in quel momento, sull’uscio della casa nera, apparve il grande mostro nero.
    Nessuno però lo vide come tale perché ormai, tutti, riuscivano a vedere con gli occhi del cuore ed il mostro apparve quindi  bellissimo, così come lo era dentro.
    Da quel giorno nè la bimba che amava vestirsi di nero nè il mostro nero furono più soli.
    Ma forse, loro, soli non lo erano mai stati così come chi si tiene stretto, stretto al cuore il proprio sogno e la capacità di vedere, attraverso questo, oltre all’apparenza e ai pregiudizi.
    E talvolta anche uno splendente arcobaleno uscire fuori da un nero e semplice camino.



    Disegno di Monica, mamma di Emma.
    Perché le fiabe si vivono assieme...
     








    Pubblicato su TuttoPerLaMamma

    Sylvia Baldessari

    martedì 4 marzo 2014

    Il Signor Tappabuchi: Professore 2.0


    Questo è il terzo racconto su Gerolamo Tappabuchi.
    Il primo: Il Signor Tappabuchi: elogio alla lettura ad alta voce (e a Daniel Pennac).
    Il secondo: Il Signor Tappabuchi e i Nativi Digitali.

    Buona lettura.


    Professore 2.0





    Per la prima volta nella mia vita ho passato le vacanze di natale consapevole che il sette gennaio, dopo la pausa natalizia, sarei tornato a lavorare con assoluta certezza: niente Ufficio Supplenze né lunghi periodi di snervante attesa per ricevere una sua chiamata.
    Torno a lavorare, punto.
    Che gioia: anch’io, finalmente, ho potuto sollazzarmi sui social pubblicando sulla mia bacheca le più banali e ovvie constatazioni di come, ad esempio,  le ferie passino veloci, di come si sta meglio a casa, la noia nel riprendere il lavoro, la solita routine,  tornare in classe e affrontare compiti, assemblee, riunioni e impegni vari.
    Cazzate: in realtà sono felice come non mai perché per la prima volta ho potuto “sperperare” rifornendo una credenza che da sempre mi guarda con disprezzo e commiserazione. Ho anche cucinato arrosto per la Vigilia, evitando la classica bistecca preconfezionata presa al bancone del solito discount. E Per finire, ciliegina sulla torta, ho voluto esagerare alzando a una temperatura “umana” il riscaldamento di casa.
    Crepi l’avarizia, diamine, ho un lavoro ora!
    Un incarico fino a giugno.
    Sono un insegnante!
    Be’ sì, fino a giugno ma per ora lo sono a pieno titolo.
    Gerolamo Tappabuchi, professore trentacinquenne di lettere e storia in un Istituto Superiore della propria città! Ah… Come suona bene, mi piace, sì!
    Mentre mi crogiolo in questi pensieri, abbandonato sul vecchio divano in pelle di casa, continuo a navigare su facebook incrociando per puro caso il post di un certo Alessio M.T.
    Lo leggo e scopro che questo tizio sta a capo del gruppo aperto “LA SCUOLA AGLI INSEGNANTI” che rivendica maggiori diritti e garanzie per la professione dell’insegnante e promuove un approccio educativo contrario al dialogo con le famiglie: l’insegnamento dev’essere all’antica, il maestro parla e l’alunno tace, la famiglia deve rimanere fuori dalle questioni scolastiche e la tecnologia ma soprattutto il web son visti come “l'origine di ogni male, colpevoli di aver sminuito il ruolo del professore”.
    Secondo Alessio M. T. l’unica fonte autorevole di sapere all’interno della comunità è l’insegnante stesso mentre il web ha posto quest’ultimo ai suoi confini, esponendolo alla mercé di genitori e alunni che, nella rete, si divertono a ridicolizzare la scuola e la sua figura.
    Infine Alessio M.T.  propone deliranti referendum anti-web, perché quest'ultimo venga lasciato fuori dai programmi e percorsi didattici, per arginare fenomeni come quello del bullismo, che secondo lui nella rete trovano origine alimentandosi dell'uso che i giovani ne fanno.
    Ho riso di gusto e senza pensarci tanto su ho risposto con: ”Curioso che tale lotta contro il web venga fatta proprio sul web. La coerenza è come l’ironia: entrambe sinonimo di intelligenza che, in questo caso, scarseggia.”
    Dovremo far attenzione a quando clicchiamo su “invia” perché quello che scriviamo in rete viene gettato in pasto al mondo e non possiamo sapere cosa accadrà poi. Potrebbe disperdersi nel nulla come colpire e ferire profondamente nell’orgoglio il nostro occasionale interlocutore che, sicuramente, se la legherà al dito e per questo, poi, pagarne le conseguenze caso mai la vita si divertisse nel farci incrociare i suoi passi.







    Il sette gennaio arrivo puntuale a scuola, un’ora prima dell’inizio delle lezioni perché mi attende il Preside per un colloquio. La mia assunzione, seppur a tempo determinato, l’ho sbrigata all’Ufficio Supplenze ma il tête-a-tête  con il “capo” è un passaggio obbligatorio per passare dal precariato alla certezza di avere una cattedra tutta mia, sì lo so, anche se fino a giugno.
    Avevo avuto con lui un brevissimo incontro il mio primo giorno di supplenza, incrociato per un breve attimo il suo Vice del quale, sinceramente, non riserbo ricordo, neanche rammento il suo nome. 
    Busso alla porta della presidenza e dopo qualche attimo una voce bassa e rauca mi invita ad entrare. Al di là della soglia, in una stanza che ha visto i suoi giorni migliori durante i bombardamenti incrociati di chissà quale conflitto, mi accoglie un anziano signore ricurvo tra libri e registri. Doveva essere già vecchio quando la prima bomba sfiorò l’edificio.
    “Gerolamo Tappabuchi… bene, bene. Si accomodi.” E nel dire ciò mi indica una seggiola, una di quelle in legno chiaro vista milioni di volte in una qualsiasi classe di questo Paese.
    Prendo posto. La sensazione è sempre la stessa: la sedia è fredda e dura. Ha inizio l’eterno balletto per trovare una posizione comoda, sfida che non mi ha mai visto vincitore. Cerco di non incrociare le braccia né di accavallare le gambe perché da qualche parte ho letto che è un implicito segnale di chiusura verso l’interlocutore. Opto per la posizione “schiena dritta, mani sulle ginocchia” che fa tanto persona seria e diligente.
    “Tappabuchi…” segue una pausa imbarazzante dove il Preside mi studia da sotto le sue spesse e folte sopracciglia “Ero curioso di parlarLe! E così è Lei l’origine della piccola rivolta, eh?”
    Io rimango in silenzio. Ho già avvicinato le ginocchia in quel che è un inizio di chiusura verso il mondo, perché percepisco già l’odore del mio sudore.
    No cazzo, mi sarò ricordato di usare il deodorante stamani?
    “La cosa mi ha lasciato… sconcertato.”  continua a parlare e mentre lo fa, dal cassetto, tira fuori un raccoglitore pieno di schede.
     Il Preside, evidentemente, non è uno di quelli  che si è piegato alla odierna tecnologia. Inizia a sfogliare, umettando di tanto in tanto l’indice. Si sofferma poi su una scheda con una foto. Son le iscrizioni degli alunni della mia classe e riconosco il nome e il volto di Mister Iphone.

    Tommaso Macchiavelli, ragazzo dotato di un Q.I. eccezionale, portato per l’informatica, non ha mai dimostrato interesse verso la scuola. Anzi, pare che tale disinteresse sia traducibile in una sorta di sfida verso il mondo adulto: sa che la scuola potrebbe ricevere sovvenzioni grazie ai voti che potrebbe ottenere dai test nazionali ma pare che si rifiuti di… impegnarsi. Ecco!”

    Volta pagina e ferma il dito ringrinzito sulla faccia dell’Artista, quello che durante le mie prime supplenze disegnava sul diario anziché ascoltare la mia lettura ad alta voce.

    Filippo Martini, non parla, non perché non lo sappia fare ma perché non vuole” Non specifica oltre e mi fissa, io sostengo il suo sguardo e per un attimo pare che mi stia rivoltando l’animo come un calzino. Dal canto mio ho già incrociato le braccia al petto.

    Gira ancora pagina e questa volta appare il volto della ragazzina con gli occhiali che mi incitava a leggere perché curiosa di sapere come procedeva il libro “Rachele D’Este, ripetente, ha grosse difficoltà a leggere a voce alta e ortografia pessima, quasi illeggibile” Continua a fissarmi come farebbe un gufo e per un attimo mi pare che ruoti il capo in maniera innaturale, come farebbe per l’appunto un gufo, di notte, dal ramo di un sinistro albero. La mia gamba destra si è mossa nel gesto inequivocabile di voler scavalcare l’altra ma riesco a trattenermi.

    Gira ancora pagina, un’altra ancora e poi ancora fino a fermarsi su una e puntare l’indice verso la fototessera di un alunno che occupava insieme al “branco” le ultime file.
    Alessandro Dell’Asta, una testa calda. Beccato più volte a fumare spinelli nei gabinetti della scuola”. Ecco, ho accavallato le gambe e neanche mi sono reso conto. Il Preside allunga il collo e per un attimo mi pare di vedere la rugosa tartaruga millenaria del film “La Storia Infinita”.





    “Sono curioso di vedere perché tutti questi ragazzi, apparentemente disinteressati alla scuola e al loro futuro abbiano lottato così tanto per averla come insegnante.” Stringe gli occhi in uno sguardo carico di sfida “Ho dovuto oliare parecchi burocrati, all’Ufficio Supplenze, per avere Lei e solo Lei Tappapuchi, facendo chiudere più di un occhio sulla graduatoria”. Senza rendermene conto piego in avanti la schiena come se sentissi addosso tutto il peso della situazione nella quale mi sto andando a infilare, anzi dove  già sguazzo!

    “Mi sorprenda Tappabuchi o se ne pentirà amaramente…” il suo tono e serio, la voce cavernosa, gli occhi ora spalancati come quelli di chi ha appena lanciato un anatema verso un’ignara vittima. Poi sorride sfumando i lineamenti tesi del volto in un’espressione bonaria ed esclama “Benvenuto nella nostra Scuola.”
    Non posso che annuirgli nel più totale silenzio, in pieno imbarazzo e soggezione davanti a quella strana figura, mite e al tempo stesso inquietante.
    Mi alzo tutto dolorante dalla seggiola, sciogliendo quel nodo umano che ero inconsapevolmente divenuto e dopo un cordiale gesto del capo provo a raggiungere la porta congedandomi con cortesia.
    “Ah… Il Vice Preside Alessio M. Tioson La sta aspettando in corridoio, ha insistito per accompagnarLa personalmente in classe!”




    Mentre guadagno l’uscita corrugo la fronte ripensando al nome “Alessio M. Tioson”.
    “Non mi giunge nuovo… pare quasi un anagr…”
    “TAPPABUCHI!”
    La vocina stridula dell’uomo che mi attende fuori dalla presidenza mi fa sussultare. Alessio M. Tioson mi attende, dritto e rigido come un manico di scopa, interrompendo così le mie elucubrazioni. Alto e magro, stempiato al centro del capo, quasi una chierica perfetta circondata da arruffati e biondicci capelli. Viso scarno, zigomi sporgenti così come gli incisivi superiori, un paio di occhiali posti alla fine del naso aquilino, occhi azzurri e freddi.
    Le labbra secche si tendono come corde di violino in quel che dovrebbe essere un sorriso di circostanza “Venga..” mi fa cenno con la mano di seguirlo, indicando il vecchio ascensore della scuola: la presidenza sta al piano terra mentre la mia aula al secondo piano dell’edificio.
    Guardo con disgusto lo stretto abitacolo che, alla sola vista, fa riaffiorare in me il terrore per gli spazi angusti. Mi tocca accettare l’invito e deglutendo muovo passo verso l’ascensore. Solo allora mi pare di cogliere con la coda dell’occhio l’arrivo a scuola di Mister Iphone, il quale mi sorride per poi rabbuiarsi appena sposta lo sguardo sul Vice Preside.

    Percezione di un attimo perché qualche istante dopo mi ritrovo dentro all’ascensore, solo in compagnia di Alessio M. Tioson che continua a sorridermi in quella strana maniera. Probabilmente non ricorda più come fare, a guardarle meglio, le sue labbra, sembrano sgretolarsi per lo sforzo continuo di mantenerle distese in uno sgraziato sorriso.
    “Tappabuchi” l’ascensore parte lento e io mi sento già male.
     “Il famoso Tappabuchi!” Oddio ma quanto ci mette questo ascensore?
     “Il supplente che ha fatto breccia nel cuore degli alunni eh?” Il suo sorriso ora scompare e la bocca si storce in una smorfia di pura cattiveria. 
    “Lo stesso che accetta le loro richieste d’amicizia su facebook..” Che ha detto? Ma ho capito bene?
     “Lo stesso che riceve in casa gli alunni e guarda un po’… poco dopo gli stessi mettono in scena questa ridicola protesta…” Dio salvami tu, ha pure mangiato aglio stamani, l’abitacolo ne è pregno.
    “Lo stesso che mi deride sul Social trovando le mie proposte legislative sulla scuola curiose ed ironiche…”
    Spalanco gli occhi, non solo perché realizzo chi sia Alessio M. Tioson, alias Alessio M. T. amministratore e leader del gruppo “LA SCUOLA AGLI INSEGNANTI” ma anche perché l’ascensore si è bloccato e noi non siamo giunti a destinazione.
    “Lo fa spesso, capita con questi vecchi trabiccoli.” Dice il Vice Preside, pregustandosi la mia espressione di puro terrore quando capisco che siamo veramente bloccati, io e lui, un uomo con un alito assassino e con un nodo al dito medio per una faccenda in sospeso con il sottoscritto su Facebook.
    Mi sorride nuovamente ma questa volta il suo sorriso è carico di perfidia, rinvigorito dalla mia paura che ha ben percepito.
    Io taccio, non ho le forze per controbattere perché devo lottare contro la mia claustrofobia, con le palpitazioni a mille, i tremori per il freddo nonostante sia fradicio di sudore, la mancanza di ossigeno che mi obbliga a spalancar la bocca in cerca d’aria.
    Aria pregna d'aglio, aggiungo!

    Solo ora Alessio M. Tioson scopre le sue carte “Tappabuchi, son gli idioti come Lei a rovinare la scuola, con questa assurda idea dell’insegnante socratico e amico dell’alunno. Minchiate Tappabuchi!!” e mi sputa tutto ciò in faccia, avvicinandosi a me sempre più, così tanto da inspirare il suo fetido respiro, le minuscole goccioline di bava, riflesso della sua rabbia nei miei confronti, che precipitando dalla sua bocca si schiantano sul mio volto pallido.
    “So che quello stronzetto di Macchiavelli Le dà man forte, ma saprò rimetterlo in riga” socchiude lo sguardo ceruleo sul mio incerto e che lotta per trovare un punto fermo dentro all’ascensore, che par ruotare  veloce su se stesso come  l’acqua mista al sangue sullo scarico della vasca del Bates Motel.




    Alessio M. Tioson distorce il suo volto in una maschera ghignante e mentre cerco un appiglio per non perdere l’equilibrio, ormai in preda alle vertigini, sibila “Lei non sa in che guaio s’è cacciato, Tappabuchi! Le giuro che... TE ne pentirai amaramente idiota che non sei altro…” Ecco, passato dal “Lei” al meno rispettoso “Tu” in un batter di ciglia tanto per rendere più minaccioso il tutto.
    In quel momento l’ascensore riparte e poco dopo giunge al secondo piano riaprendo i suoi battenti. Libero, sono libero, grazie Signore grazie!

    Mi lascio cadere in avanti mentre Alessio M. Tioson non muove un dito per aiutarmi, dritto e fermo, ritorna a recitare la parte, nascondendo la sua vera indole dietro a quell’aria ligia e seria da bravo insegnante che aveva all’inizio del nostro incontro.
    Poi non ricordo nulla, tutto diviene nero. Mi lascio cadere e l’ultima cosa che visualizzo è il volto di Mister Iphone che pareva attendermi fuori dall’ascensore e che allunga le braccia verso di me.



    Sylvia Baldessari