Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

domenica 24 novembre 2013

25 novembre 2013 - Educare contro la violenza...



Opera di Carla Infranca Granata
Dovresti sapere
O forse capire che
Nessuno schiaffo e
Nessun pugno saranno mai sinonimi di
Amore


 
 
 
 
La violenza contro le donne è un problema culturale, radicato negli uomini quanto nelle donne.
La nostra Società pensa di contrastare questo fenomeno solo emanando leggi dimenticando che, l'unico e reale modo per combatterlo, sta nell'educare le nuove generazioni.


Erudire
Donne e uomini a
Una
Consapevolezza dove
Amarsi ed amare significa
Rispetto per
Entrambi

                                                         "Il Bacio" opera di A. Rodin

25 novembre 2013 - Giornata contro la violenza sulle donne
Lo è oggi, lo era ieri e lo sarà anche domani...


Sylvia Baldessari

martedì 19 novembre 2013

"Signor Tappabuchi" - Elogio alla lettura ad alta voce (e a Daniel Pennac).

 
 
 


Con questo post partecipo ad un nuovo esperimento di cross blogging dedicato alla “Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” che si celebra oggi, 20 novembre 2013. Assieme a Daniele Imperi, Ilaria De Vita, Roberto Gerosa, Giuseppe Palomba e Francesco Magnani  proponiamo un “percorso letterario” da seguire attraverso i nostri blog, dove alla fine di ogni articolo troverete, assieme ad un piccola introduzione, l’autore ed il link di quello che viene dopo.

Buona lettura e perché no, anche buon viaggio!
 
"Signor Tappabuchi".
 

Tappabuchi.

Questo io sono. Anni di studi, speranze e sacrifici per ritrovarmi ad essere un numero in fondo a qualche graduatoria comunale.

Ho sempre sognato di fare l’insegnante e mi son sempre visto come un giovane pieno di sogni con tanta voglia di fare, scalpitante al punto di partenza, pronto a scattare una volta ottenuta la qualifica e l’abilitazione all’insegnamento.
Sogni che si sono afflosciati ancor prima  dello sparo del via, nella gran corsa nel mondo del lavoro, quando ho sbattuto il naso contro la nuda e cruda realtà del precariato.
Sono anni che mi ritrovo a fare da tappabuchi, a coprire le assenze per malattie, ferie, esaurimenti nervosi, scioperi, mancanze improvvise, calcolate o programmate. Ogni volta è la stessa storia “stai una settimana, segui il programma che stava facendo o fai ciò che ti ha lasciato scritto sul foglietto che troverai dentro al suo registro, in sala insegnanti. Non serve molto, devi solo far passare il tempo fino a quando quello di ruolo rientra.”
Stipendiato dallo Stato per far passare il tempo. E per spostarmi in ogni dove, chiamate a qualsiasi ora del mattino: “Pronto è Lei Tappabuchi? Ah, bene parta ora per andare a sostituire l’ennesimo professore di ruolo - di solito quest’ultima parola viene sottolineata con un tono sarcastico, tendente al sadico, dall’impiegato dell’Ufficio Supplenze - mi raccomando, faccia presto perché la classe è scoperta e solo il Signore sa cosa stanno combinando ora i ragazzi. I bidelli si rifiutano di entrare per dare un’occhiata, dicono che son pagati troppo poco ed il rischio è alto…” Anche qui il tono è sempre ambiguo, non sai mai se scherza o se è tragicamente serio.
Stamane mi hanno chiamato presto. Ho bevuto un caffè annacquato al mentolo: dovrei smetterla di lavarmi i denti prima di colazione e magari fare il contrario. Ho preso la mia borsa a tracolla in pelle, quella ricevuta da mio fratello per la laurea - “riempila di soddisfazioni”-  mi disse, ed infilo velocemente alcuni testi che ho sul comodino e che potrebbero servirmi, anche se so che non accadrà, d’altronde ho tutto scritto sul foglietto che troverò in sala insegnanti, ricordate? Devo solo seguire le “istruzioni”.
Cammino per strada per raggiungere il garage e mi accorgo che l’aria s’è fatta pungente, siamo a novembre e l’inverno è ormai prossimo. Monto in sella alla mia bicicletta acquistata di quarta o forse anche quinta mano, che ancora onora l’asfalto sfrecciando tra il traffico mattutino, una schizzata di ruggine tra lo smog della civiltà odierna e raggiungo ben presto la scuola.
Dopo le presentazioni di rito con il Preside ed il suo vice, volo in sala insegnanti dove il registro del professore assente giace sul tavolo, una lapide blu in sua memoria,  con un’etichetta bianca posta in mezzo, dove immaginare il giusto epitaffio. Lo apro trovando il foglietto che, il mio alter ego indeterminatamente più fortunato, ha lasciato scritto per me: “Questa settimana potranno scegliere un libro dalla lista che ti trascrivo più sotto, leggerlo e scriverci su un tema. Classe turbolenta, disinteressata. Non ti invidio, inutile perderci tempo.”
Mi dicono che il mio alter ego s’è aggiudicato una settimana per riprendersi da un esaurimento nervoso. Ne colgo tutti i tic nella calligrafia sconnessa e leggo velocemente i titoli che “picchiatello” m’ha lasciato. Son bei libri, in verità, ma potrebbero risultare pesanti per chi non è stato iniziato al piacere della lettura e quei due aggettivi dopo la parola “classe” fanno sperare ben poco a tal proposito.
Ripenso a quest’ultima cosa mentre percorro il corridoio che mi condurrà dai miei studenti.
Toh, il bidello che si rifiutava di dare una controllatina ai ragazzi è seduto, impegnato ad infilar perle di vetro in un sottile filo di nylon in quel che dev’essere un metodo per arrotondare mentre mi pare di scorgere, in lontananza, una palla di polvere prende da sola l’ascensore. Ottima metafora, penso.
Quando varco la soglia dell’aula creo il solito parapiglia generale: tutti prendono posto al proprio banco, abbandonando velocemente ciò che stavano facendo, attività che, mi pare ovvio credere, non riguardassero affatto la scuola. Non dico nulla e mi siedo. Loro mi guardano. Io guardo loro.
Appoggio la mia borsa sulla cattedra, un movimento goffo mi fa perdere la presa e ben presto il ripiano del mio tavolo è colmo dei libri che avevo portato con me. Qualche risata accompagnata da un paio di colpi di tosse mi fa capire che me li sono giocati, mi son fottuto alla grande. Cerco subito il foglietto con la lista lasciatami da Picchiatello per poter recuperare terreno, riprendere in mano le briglie, essere l’uomo della situazione, il capo branco e… non lo trovo!
Niente, sfoglio i miei libri per vedere se per caso è finito in mezzo ad uno di questi, riprendo la borsa, rovisto dentro con la mano, mi ci tuffo con la testa scandagliano ogni centimetro al suo interno. Nulla ,il foglio con le “istruzioni” è sparito.
Mentre penso il mio sguardo scivola su uno dei libri che avevo in borsa “Signori bambini” di Pennac. Lo fisso e per un attimo mi rivedo bimbo, assieme a mio padre che me lo lesse poco dopo la morte di mio nonno: chi narra la storia è il fantasma del padre di uno dei piccoli protagonisti del romanzo. Non ho mai capito se mio padre lo leggesse per me o più per se stesso, forse in cerca di chissà quale bislacca consolazione, ma ricordo che fu l’unica volta che mi dedicò del tempo per leggermi a voce alta un libro ed è per questo che porto sempre una copia con me, per affetto, nostalgia e come portafortuna. Anche perché è da quel momento che ho deciso di fare l’insegnante. Ero rimasto affascinato non solo dalla trama del libro ma anche dalla voce di mio padre e di quel tempo che, dedicato a me e solo a me, dilatava lo spazio a noi attorno, la casa, il mondo, la vita.
Nel ricordare ciò ho gli occhi liquidi, così come i ricordi che veloci mi scivolano davanti e mentre i ragazzi con aria divertita mi tirano giù con un cellulare per sbattermi in chissà quale canale tematico di YouTube, io faccio la prima cosa che più mi viene naturale, in onore di mio padre, di mio nonno e dei miei sogni di bambino: prendo in mano “Signori Bambini” e inizio a leggerlo ad alta voce. Puro istinto, quello dell’uomo che ama la sua professione e che lo aveva dimenticato a causa della durezza della vita, rinnegando qualsiasi foglietto con istruzioni o liste di sorta.
Leggo tra lo sbigottimento generale. Leggo tra il silenzio diffidente di chi, da lì a poco, inizia a tempestarmi di domande, preoccupato più per la sua sorte scolastica che per un mio rincoglionimento improvviso, domande alle quali rispondo rapido senza però interrompere la mia lettura a voce alta.
 
“Leggerà tutta l’ora, Prof.?”
“Sì”
“Dobbiamo prendere appunti Prof.?”
“No.”
“Ci farà fare un tema poi?”
“No.”
“un compito?”
“No.”
“Un questionario?”
“No.”
“Ma che cosa dobbiamo fare?”
“Ascoltare!”
Cala il silenzio. C’è chi gioca con il telefonino sotto al banco, chi ripassa gli appunti per l’interrogazione dell’ora dopo, chi disegna sul diario e chi… ascolta. Pochi in realtà ma io non demordo e continuo. A fine lezione quello che disegnava sul diario lo ha fatto sparire e colgo il suo sguardo fisso sui miei movimenti labiali. Anche quello di altri a dire il vero; al suono della campanella chiudo il libro e mi congedo accorgendomi che non mi sono neanche presentato ai ragazzi.
La volta dopo uso lo stesso copione: entro, mi siedo, tiro fuori “Signori Bambini” ed inizio a leggere da dove avevo smesso la lezione prima.
“Prof. Anche oggi leggerà tutta l’ora?”
“Sì”
“Ma noi cosa dobbiamo fare, scusi?”
“Ascoltare.”
Riprendo a leggere. A fine lezione mi accorgo che anche il ragazzino che la volta scorsa ripassava gli appunti sta con i gomiti sul banco, le mani a sostenere il mento in attento ascolto assieme all’artista del diario e a quegli altri che fin dall’inizio avevano seguito la lettura. Non demordono Mister Iphone ed il gruppetto in ultimo banco che, durante l’ora, hanno preferito preparare una canna da passarsi in bagno a ricreazione.
Alla terza lettura alcuni hanno con loro una copia di “Signori Bambini”, quelli dell’ultimo banco si sono già avvantaggiati nei preparativi tenendo una cicca pronta all’uso dietro al proprio orecchio mentre Mister Iphone tiene il cellulare in mano ma fissa il sottoscritto.
Alla quarta, quando entro in classe son tutti seduti composti, in attesa. Una ragazzina con gli occhiali si alza in piedi e con un cipiglio che niente ha da invidiare a qualsiasi dittatore del globo esclama: “Allora iniziamo o no che son curiosa di vedere come va a finire?” con voce baritonale in totale contrasto con la sua esile figura.
Alla quinta volta, che sancisce anche la fine della mia settimana di supplenza, tutti ascoltano in un silenzio fatto di suspense ed ingordigia nel voler sapere come va a finire; il bidello fa capolino e ci guarda tutti,  la troppa calma lo ha insospettito e con un pretesto entra in aula, forse per assicurarsi che non sia in pieno delirio di onnipotenza dopo aver compiuto una strage di alunni.
Purtroppo non riesco a terminare il libro. Quando squilla la campanella della mia ultima lezione i ragazzi quasi insorgono.
“Ma no.. e ora?”
“Dipende da voi…” mentre agito il libro in loro direzione, sorridendo sornione.
“Prof. lo sa che Lei non c’ha detto neanche come si chiama?”
Già, verissimo. Che maleducato!
“Gerolamo Tappabuchi”
Ah! Lo so che state ridendo: Tappabuchi di nome e di fatto. Credevate che scherzassi all’inizio, eh? Nel nome un destino e non mi soffermerò su quanto possa essere tragicomico nascere con un cognome del genere.
Son passati quasi dieci giorni. Dopo una lunga pausa dai Social Network, oggi accedo al mio account Facebook e strabuzzo gli occhi nel vedere diverse richieste d’amicizia e messaggi.
“Prof. ho finito Signori Bambini. Bellissimo!”
“Ho dovuto iniziarlo di nuovo perché avevo perso la prima parte…”
“L’ho letto due volte”
Mi commuovo e non posso fare a meno di rileggere più volte i messaggi che mi hanno inviato. Mister Iphone s’è fotografato davanti allo specchio del bagno con una copia del libro in mano e mi ha taggato sull’immagine. Mentre tiro su con il naso mantengo lo sguardo fisso sul monitor ed è in quell’esatto momento che il mio cellulare vibra: “Tappabuchi è Lei? “C’è una classe scoperta…”
Questo racconto in parte è immaginazione. Dall’altra riprende qualcosa dalla sottoscritta (per esempio uno dei i miei libri preferiti è proprio “Signori Bambini”). Ma soprattutto, questa storia, si ispira ed è dedicata a Daniel Pennac, insegnante e scrittore che adoro, autore di moltissimi libri che in passato mi hanno divertito, fatto pensare e addirittura commuovere.
Tra questi vorrei segnalarvi “Come un romanzo” edito da Feltrinelli e che ruota, per l’appunto, attorno all’amore verso i libri e la lettura, inteso come passione da trasmettere e non come obbligo da imporre.
Pennac in “Come un romanzo” inizia dal piacere che le fiabe e le storie suscitano nei bambini più piccoli per poi chiedersi che cosa accade, ad un certo punto, per giungere all’astio che molti adolescenti provano nel dover affrontare un testo o una lettura. Di chi è la colpa quindi? Dei genitori che obbligano? I programmi scolastici?  La televisione, la musica o qualunque altra cosa che distrae il giovane portandolo lontano dalle parole di un libro?
Forse la risposta sta nell’imperativo che molti verbi sembrano non sopportare come “amare”, “sognare” e… “leggere”.
Vietare qualcosa ad un adolescente è come dirgli di farlo.
“Non guardare la Tv e leggi un libro” pare trasformarsi nei pochi istanti in cui esce dalla vostra bocca per saettare dentro le orecchie dei vostri figli in “Mettiti davanti alla Tv”. La parola “libro” sparisce, chissà dove e perché, senza andar a solleticargli il timpano.
E i professori? Molti non si interessano, altri obbligano, altri ancora optano per la spiegazione nozionistica ma il piacere, quello vero che  il lettore prova davanti alle parole, alla storia, ai personaggi di un libro come si fa a trasmettere?
Pennac chiama in causa i diritti del lettore che genitori e professori dovrebbero tenere conto e la dimensione temporale del leggere che in concreto  non esiste e che ognuno deve imparare a ritagliare dal proprio quotidiano, così come facciamo quando amiamo e sogniamo. Assurdo nascondersi dietro a un “non ho tempo per leggere” perché questo si trova, sempre e comunque, basta volerlo.
E quali sono questi diritti del lettore, allora?
 
Il diritto di non leggere.
Il diritto di saltare le pagine.
Il diritto di non finire il libro.
Il diritto di rileggere.
Il diritto di leggere qualsiasi cosa.
Il diritto al bovarismo (malattia testualmente contagiosa).
Il diritto di leggere ovunque.
Il diritto di spizzicare.
Il diritto di leggere ad alta voce.
Il diritto di tacere.
 

Mi piacerebbe soffermarmi su ognuno di questi ma se lo facessi vi toglierei il diritto di leggere questo libro, non credete?
Vi invito però a rileggere la lista, a pensarci su e a scegliere il diritto che più vi piace chiedendovi anche il perché.
Prima delle conclusioni vi lascio questa citazione di Pennac: “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere” come risposta da darvi ogni volta che vorreste aprire un libro e vi dite “Non ho tempo”. Regalarvi e regalare a chi ci sta accanto il nostro tempo è il dono più prezioso che potreste fare.
 
 
Conclusioni
Se guardo indietro per capire perché leggere libri mi piaccia così tanto mi tornano in mente alcuni ricordi: mio nonno, la sua lente d’ingrandimento per leggere e fare i cruciverba della Settimana Enigmistica; mio padre che porta a casa l’ennesimo libro consapevole che mia madre gli farà notare che non c’è più posto in libreria; io che ancor prima di saper legger “rubo” il vocabolario e fingo di fare i compiti come i miei fratelli più grandi; la bibliotecaria delle elementari che, con orrore ed indignazione, mi sbatte un libro in testa quando le rispondo che tutti i titoli che mi ha proposto per la lettura pomeridiana mi fanno schifo…
Il piacere di leggere deve essere spontaneo, scaturito dalla curiosità di voler esplorare altri mondi per poter allargare il proprio. Ciò potrà accadere solo con l’esempio che darete ai vostri figli, suggerendogli questa possibilità. Solleticate in loro la curiosità impastandola con la vita che, con lo scivolare degli anni, si suddividerà in episodi, i ricordi per l’appunto, con i quali chi amiamo terrà viva in sé la propria voglia di conoscenza, consapevoli che in questa risiede la libertà di scelta se farlo o meno, libertà che va rispettata. Perché rispettare può essere, per l’altro, l’occasione in più per capire.
Quindi non è solo un dire, che altrimenti si tradurrebbe nell’imporre di cui si è parlato sopra, ma anche un fare e lasciar fare soprattutto.
Come per amare, sognare e… leggere!
 
 
Sylvia Baldessari
 
L’articolo che segue è di Ilaria De Vita e tratterà di tutti quei libri che stimolano la curiosità, l’interesse e la fantasia dei bambini: "I libri-gioco e quel genio di Hervè Tullet."
Buon proseguimento, il vostro viaggio continua!
 
 
 
 
 

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 
 
 


lunedì 11 novembre 2013

L'Educazione è un incontro.


In vista della seconda Assemblea generale e materiale sulla CONSULENZA PEDAGOGICA che si terrà a Milano il 16 novembre 2013, alcuni blogger che ne prenderanno parte hanno deciso di lanciare in rete un blog crossing day nel quale parleranno, in un breve post, del perché hanno scelto l'educazione come professione e di come sono entrati in contatto con il gruppo Facebook "Educatori, Consulenti pedagogici e pedagogisti" da dove tutto ha avuto inizio.

I blogger che partecipano sono:

Anna Gatti, blog "E di Educazione"
Alice Tentori, autore ospite di "E di Educazione"
Monica Cristina Massola, blog "Ponti e Derive"
Elisa Benzi, autore ospite di "Ponti e Derive"
Christian Sarno, blog "Bivio Pedagogico"
Laura Ghelli, autore ospite di "Bivio Pedagogico"
Manuela Fedeli, blog "Nessi Pedagogici"
Alessandro Curti, blog "Labirinti Pedagogici"
Vania Rigoni, blog "La bottega della pedagogista"
Sylvia Baldessari, blog "Il Piccolo Doge"

I contributi saranno condivisi sui diversi Social con #assembleagenerale e #consulenzapedagogica

Buona lettura!




 L'Educazione è un incontro.

Scrivere il perché abbia scelto l’educazione come percorso di studio e professionale non è una cosa semplice, come qualcuno mi ha fatto ben notare.
Credo che bisogna nascere con una certa predisposizione verso il Mondo, la Persona e tutto ciò che ci circonda. Tale predisposizione da sola, però, non basta: sono fortemente convinta che se non è sollecitata da incontri determinanti, che la facciano emergere consapevolmente nel futuro educatore, rimanga in lui assopita come una delle tante opportunità che ogni individuo, in sé, non ha scorto e preso in considerazione. Quando dico che l’educazione è un incontro lo intendo nel più ampio significato possibile: con le persone, le situazioni, i contesti ambientali e culturali, le avversità con le quali dobbiamo fare i conti e che la vita ci ha riservato.
Nel mio caso son stati fondamentali alcuni incontri con delle persone significative. Ricordo ancora con affetto la mia maestra delle elementari, all’epoca giovane insegnante appassionata, dotata di un’intuizione pedagogica che la portava a proporre ai suoi piccoli alunni cose che tenevano conto del loro animo e dei sentimenti.
Ricordo che durante le ore scolastiche ritagliava del tempo per farci parlare di noi stessi, delle nostre esperienze e dei nostri sentimenti interrompendo anche la lezione se l’occasione si parava davanti. La sua era un’educazione emozionale, ai sentimenti che il bambino imparava a conoscere in se stesso e a condividere gli altri. Una maestra intenzionata a “costruire vasi piuttosto che riempirli” molto avanti nelle metodologie e negli approcci educativi, scaturiti dal suo amore verso questa professione dedicata ai ragazzi ma al tempo stesso molto criticata dai genitori. Quest’ultimi non comprendevano il suo metodo e spesso, ascoltando alcuni discorsi dei grandi, raccoglievo pesanti giudizi su quella “perdita di tempo” a scapito del programma didattico.
A distanza d’anni, all’università, ho ritrovato l’impronta della mia maestra nei miei studi pedagogici. Aveva solamente anticipato i tempi, dimostrando come un’insegnante, un educatore, debba avere il coraggio di percorrere sempre nuove strade affidandosi al suo istinto, alle sue intuizioni, consapevole che il suo agire possa sollevare anche delle lecite obiezioni, domande e critiche, perché si sa che il nuovo spaventa sempre e che i genitori necessitano delle loro sicurezze. Sta sempre all’educatore fornirgliele attraverso i risultati e le conquiste dei suoi educandi.

Seguono tutti gli insegnanti che dalle medie in poi ho incontrato: quelli bravi e quelli no. Ringrazio soprattutto quest’ultimi che, con il loro atteggiamento talvolta aggressivo e borioso, riflesso di una propria insoddisfazione personale, si sono scagliati contro i propri alunni, esempio che mi ha trasmesso la consapevolezza che tutti possano fare gli educatori e gli insegnanti ma ben pochi ci riescono.

Infine tutti quegli incontri che ho avuto l’onore e la fortuna di fare nei miei dieci anni, in piscina, come insegnante di nuoto: bambini, ragazzi, adulti, anziani, disabili, professori, colleghi, uomini e donne che in 45 minuti di corso portavano con sé la loro storia che, nel rapporto con l’acqua, emergeva. Ho insegnato tanto ma ho anche tanto imparato. I miei studi sarebbero stati incompleti senza tutte queste esperienze, io non sarei la persona che sono oggi senza i loro sguardi, le parole, le lacrime per la paura, la gioia nel riuscire, i problemi da affrontare, da convivere o superare. Pare impossibile ma l’acqua è un elemento primordiale che permette di “denudarci” davanti all’esistenza. Potrei dirvi come una persona s’approccia alla vita solo guardandolo nuotare…

Poi c’è l’incontro con il gruppo facebook “Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti. Come ho già scritto in questo blog, quest’ultimo è un luogo di incontri virtuali che mi permettono di gettare uno sguardo “sottosopra” alla vita, che mi ha arricchito e che mi arricchirà ancora. Ringrazio per questo il suo fondatore, che nominerò solo con le sue iniziali “C.S.” per evitare che poi si pavoneggi in giro, che io lo conosco eh,  insopportabile e puntiglioso quanto basta nei confronti in rete, ma sempre prezioso per potersi mettere in discussione avviando interessanti introspezioni, sia come educatore che genitore. Ed è per questo che, appena ha creato il gruppo, mi sono iscritta, curiosa di vedere cosa avrebbe combinato. In effetti non ha deluso le mie aspettative!

Sylvia Baldessari
Gli altri contributi che verranno pubblicati dalle ore 11.00 alle ore 23.00 dell'11 novembre 2013:
Laura Ghelli, Parole e sguardi.
Elisa Benzi, Guest Post.
Alessandro Curti, Scontrarsi con l'educazione.
Manuela Fedeli, Chi lo avrebbe mai detto?
 
 
 
 
 
 
 
 







giovedì 7 novembre 2013

Guardare sottosopra.


 
 
Avete visto questa immagine?
Mi piace molto e la trovo, in un certo senso, pedagogica perché impone di vedere il mondo da un'altra prospettiva, sottosopra, cogliendo tutto ciò che prima, abituati a guardare solo in un modo, c'era sfuggito.
Particolari che sono sempre stati lì e che per abitudine non abbiamo voluto vedere.
Sì, voluto.
Perché il problema è questo. "L'abitudine è un despota privo di immaginazione" scrive sulla propria bacheca Facebook una mia cara amica, la scrittrice Vera Q.

Ed ha ragione perché ci rende, con il passare del tempo se ne diventiamo schiavi, sterili e incapaci di immaginare altri mondi possibili d'essere, intrappolandoci in stereotipi dove bisogna essere in un modo e se non lo sei, allora, hai qualcosa di sbagliato, un difetto nella perfezione di questa società dedita al consumismo e alla riproduzione in serie.
Dobbiamo quindi rassegnarci?
Abbandonarci all'abitudine?
L'educatore è un creativo, che si sappia, che non nega l'abitudine poiché è una condizione necessaria in molte tappe della nostra esistenza; è un "artista" che davanti all'opera d'arte Uomo è capace di stare in equilibrio a testa in giù per osservarlo da un'altra prospettiva.
E poi, ispirato da quel che vede e che più lo colpisce, "trasmette" con il suo agire le idee, i pensieri e le emozioni agli altri, aprendo nuove strade, varchi nell'ignoto dove il salto nel buio è necessario per scorgere l'alba, alzare il capo e percepire i raggi di un nuovo giorno irradiare la pelle del nostro viso.


Questo post lo dedico a tutti i ragazzi del Gruppo Facebook  "Educatori, Consulenti pedagogici e Pedagogisti" con i quali riesco a guardare il mondo sottosopra.
Grazie!

Sylvia Baldessari