Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

giovedì 26 marzo 2015

"E ora togliamo il pannolino?" - Intervista a Ilaria Sacchetti.


La primavera è appena iniziata ma ben presto scivoleremo verso l'estate: caldo e mare potrebbero essere gli "ingredienti" giusti per provare a togliere il pannolino al proprio pargolo. 
Impresa talvolta semplice, altre volte invece ardua: ogni bambino è diverso, con una propria indole e per ognuno c'è un modo e un tempo differente perché gli dica per sempre addio.
Se poi, come genitori, siete alla vostra prima esperienza be' non c'è che dire: un salto nel buio!
Ed è qui che vi propongo il libro scritto da Ilaria Sacchetti, un piccolo manuale per far chiarezza su una fase importante del vostro bimbo.
Se vi ho incuriosito e siete prossimi alla "grande prova" allora vi invito a leggere quanto segue, alla scoperta di "E ora togliamo il pannolino?" pubblicato dalla Casa Editrice Kimerik







Ciao Ilaria, grazie per il tempo che ci dedicherai. Vuoi presentarti, brevemente, ai lettori del mio blog?

Mi presento: sono  romana, classe 79', laureata in Lettere e Filosofia e specializzata in Biblioteconomia.
Nella vita faccio  la mamma ma appena ho un ritaglio di tempo coltivo le mie grandi passioni:  lettura, scrittura e pittura.
Ho sempre avuto un'adorazione per i bimbi e il loro mondo ma da quando sono diventata mamma, ho capito che non è affatto facile comprendere, come credevo, le loro esigenze.
È per questo che ho iniziato a leggere molto di psicologia infantile; ho sempre pensato infatti  che nessuno ci insegna a essere genitori e che si impara strada facendo. 


Hai scritto "E ora togliamo il pannolino?". Com'è nata l'idea?

Il libro è nato dopo la fase disperata di lungo e faticoso spannolinamento di mia figlia 
Iniziai ad approfondire l'argomento quando lei aveva due anni e su suggerimento della pediatra stavo provando a toglierle il pannolino.
Le tentai davvero tutte ma fu un fiasco totale con pianti da strapparsi i capelli.
A quel punto mi si accese una lampadina e  capii che stavo sbagliando tutto poiché guardavo la questione dal punto di vista dell'adulto.
Da quel momento  ho molto studiato e letto e  ho finalmente trovato l'approccio migliore al problema.
Ho pensato che se  avessi avuto a portata di mano, quando ero disperata,  un libretto di pratica consultazione, me ne sarei tanto giovata, così  l'ho scritto  per aiutare anche le altre mamme.


Cosa contiene il libro?

Questo è un libretto che contiente soprattutto dei piccoli consigli, delle dritte pratiche da mamma a mamma...
Il messaggio che voglio dare è quello di non scoraggiarsi mai e di osservare con pazienza il proprio bimbo perchè prima o poi un modo per aiutarlo ad arrivare al vasino si troverà.
Chi sta passando una fase di spannolinamento complicata e faticosa potrà trovarlo utile.

Non di rado mi capita di leggere, sui social, post di genitori che dopo averle provate tutte si disperano, temendo di non riuscire più a togliere il famigerato pannolino al proprio pargolo: cosa dire per tranquillizzarli?

La regola d'oro per mantenere la calma è: osservare i propri figli! Siete sicuri che siano pronti a rinunciare al pannolino?
Infatti, come scrivo nel mio libro, i bimbi quando sono maturi per il  vasino mandano specifici segnali; sta ai genitori saperli accompagnare nel processo di educazione al vasino . 
Non bisogna aspettarsi  che i successi arrivino tutti insieme, vanno  invece messi in conto  passi indietro e alti e bassi.


La cosa più bizzarra che ti è capitata di sentire sul togliere il pannolino?

Che si possa togliere il pannolino mettendo il bimbo ogni quindici minuti sul vasino , costringendolo a stare lì seduto buono come fosse un pupazzo. Eppure questo è un suggerimento diffuso.


Gli errori più comuni?

Di errori se ne possono commettere tanti ma direi che i principali  sono tre:

- L'errore più comune sicuramente è quello di pensare allo spannolinamento come ad un traguardo, che i figli devono ottenere perché è arrivata l' ora di togliere il benedetto pannolino.

Il punto è che spesso gli adulti non si chiedono se il bimbo si senta pronto o no.

- Un altro errore è quello di pensare che entro poco tempo il bimbo debba accettare il vasino, mentre noi adulti ci dimentichiamo che i bimbi impiegano molto tempo per assimilare le novità e hanno bisogno di costruire una nuova ritualità attorno al nuovo percorso, che li rassicuri a sufficienza.


- Altro errore diffuso è quello di forzare le tappe di crescita come questa con minaccie e punizioni, che minano la serenità del bimbo e la sua autostima.


Hai altri progetti in vista?


Mi sto dedicando ad un libro di favole illustrate. Credo molto nel potere delle favole per la buona crescita di un bambino.
Mi piacerebbe, poi, scrivere ancora di alcuni temi che mi stanno a cuore che riguardano l' educazione .


Dove possiamo trovare te e la tua opera?


Il libro si può trovare in libreria e oltre il sito dell'editore, sui maggiori siti di vendita on line: Feltrinelli, Amazon, Mondadori ecc.



domenica 22 marzo 2015

DRAMA IN EDUCATION: intervista a Elisabetta Ticcò.


 
Quanti conoscono questa particolare  e utile disciplina che nasce nella seconda metà del secolo scorso in Gran Bretagna e che via, via s'è sviluppata in un metodo per acquisire consapevolezza su un determinato problema, mescolando  tra i suoi vari elementi anche il teatro e l'improvvisazione?
E se vi dicessi che è anche una modalità divertente per migliorare le relazioni interpersonali e che potrebbe tornarvi utile nel vostro lavoro di educatore e docente?
Vi ho incuriositi, vero?
Lascio dunque la parola alla professoressa Elisabetta Ticcò, professionista che ho avuto piacere di incontrare qualche tempo fa e che ringrazio per aver accettato di parlarne, attraverso questa intervista,  sul mio blog.
Buona lettura.


Benvenuta Elisabetta su Il Piccolo Doge. Ti va di presentarti brevemente ai lettori del mio blog?

Il mio nome è Elisabetta Ticcò, nata e vissuta qui a Mestre da sempre ed insegnante ai Licei Stefanini fino allo scorso anno. Accanto agli interessi più legati alla mia professione e alle materie che ho sempre insegnato (Italiano Storia e Geografia) ho sempre coltivato con passione e lavorato fin dalla prima gioventù in ambito teatrale, per molti anni in una Compagnia di Mestre, poi, successivamente, portando tale passione anche all’interno del mio lavoro di insegnante. La vera svolta nel campo dei miei interessi teatrali è avvenuta nel 1993, quando , durante uno scambio europeo con una collega di Dublino, ho avuto modo di avvicinarmi per la prima volta al Drama in Education in Irlanda. Da lì si è aperto un lungo periodo di studio e aggiornamento continuo in tale ambito, che mi ha portato dall’UCE di Birmingam, dove ho studiato in due Summer Schools nel 1999 e nel 2000, a Cork, Northampton, Durham,Chester, Edimburgo, Bergen , Varsavia, Malpils in Lettonia, in uno scambio ricchissimo e continuo con colleghi di tutto il mondo, che mi ha dato grandi gioie e soddisfazioni. La mia scuola è stata per anni punto di riferimento per studenti postgraduate in drama in education provenienti dall’Università di Chester e per il loro trainer prof. Allan Owens. Ultimamente ho portato le mie competenze anche al di fuori della scuola, lavorando con gruppi di donne e di adulti in diversi ambiti , tra cui quello dell’Università di Venezia.







Parliamo di Drama in Education: qual è il senso e l’origine di tale disciplina?

 Tale disciplina nasce in Gran Bretagna negli anni Sessanta del secolo scorso, per rispondere ad un’esigenza di alfabetizzazione con metodi alternativi per studenti borderline e stranieri già allora molto numerosi nelle scuole inglesi. Da lì, negli anni successivi, la disciplina ha progressivamente cambiato spazio, diventando parte integrante del curricolo scolastico, e geograficamente si è ampliata fino ad affermarsi in tutta l’area anglofona del mondo, giungendo fino ad Australia e Nuova Zelanda, che attualmente costituiscono un ponte avanzato nell’applicazione di tali tecniche. L’IDEA (International Drama in Education Association)  tutt’oggi è un organismo di respiro mondiale che accoglie in Congressi Biennali in tutti i continenti i responsabili e praticanti a tutti i livelli di tale disciplina. Il senso di tale disciplina, molto brevemente, sta nel proporre un percorso critico di consapevolezza su di un tema o un problema attraverso un percorso di progressiva identificazione dei partecipanti alla situazione in oggetto. Per fare ciò, partendo da un articolo di giornale, un racconto, una poesia, una fotografia, un quadro, si usano determinate tecniche che permettono tale processo di identificazione e che giustificano il lavoro nel suo farsi, senza dover sfociare in un prodotto finale.


Quali sono gli scopi e gli obiettivi di un corso di Drama in Education.


Questo dipende dal contesto in cui esso viene effettuato. Se esso avviene in un contesto scolastico, gli obiettivi sono molteplici: prima di tutto da questo lavoro “pratico” comune alla classe si tende a costruire un nuovo migliore senso di collaborazione e di rapporto interpersonale tra compagni, includendo portatori di handicap, o ragazzi di seconda lingua: questo si è regolarmente verificato ogni volta che l’ho applicato nelle mie classi e in gruppi di studenti di altri Istituti.
In ambito universitario, una finestra su questa disciplina ha permesso a studenti già addestrati  alla performance e all’improvvisazione, di trovare nuovi spunti di approfondimento teorico. Lavorare infine con adulti è stato molto interessante su di un altro versante, perché tale spazio di lavoro ha costituito per tutti loro un respiro creativo che altrove nel quotidiano non riuscivano a trovare, ed ha permesso loro inoltre di scoprire spunti nuovi su tematiche varie. L’esperienza appena conclusa, infine,come formatrice di colleghi delle Primarie e Secondarie Inferiori mi ha permesso di consegnare loro quanto ho imparato per utilizzarlo nel loro lavoro quotidiano: un obiettivo pratico e teorico assieme, estremamente interessante  per loro  e per me.


A chi si rivolge questo percorso e in quali contesti si può adottare?

Tornando a quanto affermato  poco prima, i contesti in cui applicarlo sono molteplici, ed oltre a quelli che ho già citato (scuole di ogni ordine e grado, gruppi di interesse, laboratori universitari, aggiornamento per insegnanti, lettura drammatizzata nelle Biblioteche) si possono aggiungere comunità di vario genere, dalle carceri agli ospedali soprattutto pediatrici, ai dirigenti di azienda eccetera. L’importante è che sia chiaro in partenza l’obiettivo che, in molti casi, esula da un significato puramente “culturale” per colorarsi di accenti più specificamente formativi e sociali in senso ampio, sempre comunque in relazione ad un obiettivo di fondo di miglioramento nelle relazioni interpersonali.


Nei tuoi incontri fai riferimento a un racconto intitolato “Ragazzi verdi”  (The green children): di cosa si tratta e che ruolo ha durante il corso?

Si tratta di un antico racconto inglese, risalente addirittura al 12° secolo, scritto originariamente da Ralph, abate di un monastero cistercense nell’Essex, e da William , canonico del monastero di Newburgh nello Yorkshire. Kevin Crossley-Holland ed Alan Marks lo hanno riscritto in una elegante edizione illustrata che ho recuperata a Dublino anni fa, dopo aver sperimentato per la prima volta il lavoro con colleghe irlandesi a Bergen, durante il Congresso di IDEA.  Tale racconto è lo spunto narrativo da cui parte tutto il lavoro del laboratorio, che si snoda attraverso una serie di attività pratiche che hanno la vicenda dei bambini verdi come riferimento continuo. La loro vicenda, e l’inserimento della bambina nella comunità , accolta da vari personaggi e dal sindaco in un paio di assemblee ,diventano il pretesto per una riflessione sui concetti di comunità e di diversità.



Com’è strutturato il tuo corso?

Il corso di 6 ore complessive è stato strutturato in tre pomeriggi di due ore ciascuno, durante i quali schematicamente le attività sono state le successive: durante il primo pomeriggio si parte da una lettura integrale collettiva del testo proposto, per poi passare ad un brainstorming scritto sui concetti di comunità e di diversità, i cui risultati vengono poi discussi, e si conclude con la costruzione da parte dei corsisti dei profili dei membri della comunità  del villaggio che accoglie i bambini verdi. Durante il secondo pomeriggio si prosegue con la dinamizzazione del personaggio prescelto da ogni corsista, che poi si immobilizza in un gesto che sta compiendo (freeze in a photograph) mentre il drama teacher tocca ad ognuno la spalla  per chiedere  spiegazioni sul personaggio. Si passa poi alla prima assemblea di villaggio, dove il teacher in role come sindaco accoglie la bambina verde che (hot seating) risponde alle domande che le pongono gli abitanti del villaggio. Durante l’ultimo pomeriggio si leggono le pagine di diario che ognuno doveva preparare per casa a proposito della novità dell’arrivo dei bambini. Si passa poi ad una seconda assemblea generale in cui si decide sull’accoglienza o meno della bambina verde nel villaggio. L’attività si conclude con due STILL IMAGES di gruppo sui due concetti di COMUNITA’ e DIVERSITA’.


Cosa ti ha spinto a interessarti di Drama in Education e a proporlo alle scuole?


Lo studio di questa tecnica ha costituito per me l’ideale coniugazione di tanti aspetti che ritengo per me fondamentali: il linguaggio drammaturgico, il respiro internazionale, il contatto con la dimensione creativa attraverso l’incontro di colleghi e persone orientati tutti in questo senso. Ho capito subito che la scuola italiana manca di una componente strutturale di questo genere, senza nulla togliere a tutte le iniziative, spesso di grande valore, dedicate alla costruzione di uno spettacolo teatrale. I ragazzi con cui ho lavorato hanno risposto sempre con grande interesse ed entusiasmo, dando prova di doti espressive inaspettate e di grande inventività. I colleghi del Liceo, pur offrendomi la possibilità di lavorare con i loro studenti, non mi hanno seguito nell’addestramento personale a tali tecniche. Credo che sia il momento di allargare la possibilità per tutti i colleghi di trovare nella dimensione della creatività una chiave di soluzione di alcuni dei problemi di gestione di gruppo che stanno affollando le nostre scuole sempre più negli ultimi anni. 


Mettiamo che qualcuno dopo aver letto l’intervista sia interessato al tuo corso, come può contattarti?


Non essendo in Facebook, Twitter, Linkedin eccetera, ho il mio indirizzo e.mail elisabetta.ticco@fastwebnet.it

domenica 15 marzo 2015

EDUCAZIONE DIGITALE: intervista a Cristiana Tumedei.


Viaggiare è da sempre fonte inesauribile d'esperienza dalla quale attingere nuova creatività. Quest'ultima, quindi, sarà la protagonista di questa nuova tappa, di un viaggio intrapreso e dedicato all'educazione digitale: ringrazio Cristiana Tumedei per la disponibilità e per aver accettato di prendere parte a questo percorso.


Buona lettura




Benvenuta Cristiana, ti va di presentarti brevemente ai lettori del mio blog spiegandoci di cosa ti occupi in rete?

Sylvia, ti ringrazio per aver deciso di ospitarmi. Un saluto anche ai tuoi lettori, a cui mi presento così: “Ciao a tutti, sono una digital lazybones”. Ergo, una fancazzista digitale. La rete fa parte del mio mestiere e io mi diverto a scoprirla, vivendola quotidianamente. In realtà, la maggior parte delle mie attività si svolgono offline. Infatti, sono una Consulente di Comunicazione Integrata e Pubbliche Relazioni. Negli anni mi sono concentrata sul settore che prediligo, proponendomi sul mercato – anche quello digitale – come Strategist per Artisti e Creativi.


Cristiana Tumedei 



Definizione, per te, di educazione.

Ah, l'educazione: quella (s)conosciuta! In quanto madre dovrei risponderti al volo, soffermandomi sul valore della trasmissione della conoscenza e... bla, bla, bla. No, non sarebbe da me. A mio parere, l'educazione è quello splendido processo per cui – attraverso la sinergia nata fra persone diverse – queste ne escono reciprocamente arricchite. Sai, un po' come quando chiacchieri con qualcuno e accade la magia: improvvisamente, ti rendi conto di aver cambiato la tua opinione su qualcosa. E non perché l'altro ti abbia indotto a farlo. No, semplicemente hai ascoltato e rivisto la tua posizione. Ecco, per me l'educazione è questo: acquisire gli strumenti necessari per affrontare la vita, scegliendo come usarli a modo nostro. La massima espressione della libertà del singolo nel rispetto degli altri, insomma.


Definizione di rete.

Uno spazio vissuto da persone che si relazionano l'un l'altra attraverso linguaggi, strumenti e forme proprie di quella dimensione. Se preferisci una definizione più romantica, ti rispondo così: la rete è quell'ambiente in cui si manifesta e concretizza una modalità di relazione fra gli individui che – diversamente – risulterebbe essere utopica.


La rete vissuta dagli adulti e quella vissuta dai ragazzi secondo la tua opinione.

Qui rischio di inimicarmi parecchi, ma fa nulla. So che chiedendo a me di fare questa chiacchierata, sapevi in che guaio ti saresti cacciata ! Mi auguro che i tuoi lettori non se la prendano a male se dico che sono i ragazzi quelli che, davvero, vivono la rete. Sì, perché gli adulti – spesso – scoprono il web in una fase successiva della loro vita e imparano a usarlo come spazio d'evasione. Una sperimentazione continua, che li porta a comportarsi quasi come fossero tornati adolescenti. I giovani, invece, nascono con la tecnologia e sanno usarla come strumento di comunicazione. Online, quindi, creano un proprio spazio personale in cui dare voce a loro stessi (completamente o in parte). La cosa splendida – secondo me – è che mentre i primi faticano a integrare virtuale e reale, i secondi ci riescono alla grande.


"Apprendere in rete" è possibile secondo te? E in quale modo quest'ultima veicola la creatività?

Io penso che sia possibile apprendere ovunque e sempre. A prescindere dall'ambiente in cui ci si trova, insomma. Quindi, sì: la rete è un ambiente in cui imparare, perché qui le ispirazioni sono libere di circolare senza ostacoli. Ed è proprio l'ispirazione a permettere alla creatività di manifestarsi online. La rete offre velocità nella creazione e nella diffusione di contenuti. Potenzialmente chiunque può dare sfogo al proprio estro, imparando a usare lo strumento di comunicazione che più gli si addice. Con il web la creatività è libera di mostrarsi, insomma.





Il rapporto tra web e i giovani artisti di oggi: come il primo aiuta i secondi?

Sai, il rapporto tra web e artisti è controverso. La rete, infatti, è fondamentale per loro. Soprattutto perché gli consente di mostrare le opere a costo zero (differentemente da quanto avviene offline, dove i creativi sono abituati a pagare per esporre) e di creare sinergie e collaborazioni. Il problema è che tanti rifiutano la rete. O meglio, ne stanno fuori. Quasi la schifano. E sai perché? Online non esistono maschere per un artista: le tue opere sono sulla piazza più grande mai esistita, chiunque può vederle e giudicarle. Se piaci, piaci. Se non piaci – beh – il pubblico non ti segue. E – cosa per parecchi creativi ancora più temuta – è che sul web ci metti la faccia. Le persone vogliono sapere chi sei, come parli, quando e perché ti dedichi all'attività di Artista. E non aspettano che sia tu a dirglielo: loro te lo chiedono. E tanti creativi hanno – paradossalmente – timore di comunicare.


Secondo te, la rete, ha modificato in qualche maniera le modalità di fare arte o rimane semplicemente un luogo dove esibire ed esibirsi?

La rete ha cambiato il modo di fare arte. Qui non si espongono solo le opere. Non si esibisce unicamente la creatività. No, sul web, gli artisti incontrano altri creativi e persone del settore con cui collaborare. Ah, senza considerare che è in rete che fanno la cosa più importante: si creano un seguito, un pubblico fedele e appassionato, senza il quale non potrebbero vivere di arte.





Siamo alla fine di questa intervista: ti va di parlare dei tuoi progetti futuri? Dove ti possiamo trovare in rete?

Di progetti per il futuro ne ho parecchi. Troppi, mannaggia a me! Tanto che sto cercando di fissare delle priorità, anche temporali, per la loro realizzazione. Di sicuro, continuerò a portare avanti il Blog presente sul mio sito web. Lì rispondo alle domande più frequenti che mi sento fare da Artisti e Creativi. Non solo rispetto a comuncazione e personal branding, ma anche al Crowdfunding e all'ideazione/realizzazione di progetti artistico-culturali. Altra attività a cui mi dedicherò con impegno crescente è ParliAMO Digitale: il Lifestyle Magazine che ho fondato e che mi sta dando enormi soddisfazioni. Si tratta del primo progetto transmediale d'informazione e cultura su advertising, creatività, tecnologia e comunicazione digitale. Entro la fine dell'anno, anche altri strumenti legati al magazine digitale saranno pronti. Non vedo l'ora! Quanto al resto, beh, posso dirti che ho l'abitudine di tenere un quaderno per ogni progetto. Ad oggi, sulla scrivania, ne ho 5. Di questi 3 sono già in fase avanzata di sviluppo e dei restanti sto definendo i dettagli.


Troppe cose per una sola persona. In fondo, come dico sempre, sono #SemplicementeCris.

 Le altre tappe:

ELISA BENZI - CITTADINANZA DIGITALE
ROBERTO GEROSA - RIFLESSIONE SUI SOCIAL
ROBERTA ZANELLA - IL LINGUAGGIO SUL WEB
ANNARITA FAGGIONI - L'INFORMAZIONE SUL WEB
MARTA BIGNONE - LE IMMAGINI SUL WEB