Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

lunedì 5 ottobre 2015

EDUCAZIONE DIGITALE: intervista al Salone del Lutto.


Se l'Amore, argomento dell'ultima intervista, alimenta la vita, non potevo allora esimermi dall'indagare su ciò che parrebbe porvi fine: la Morte.
Se davvero poi quest'ultima ne sancisca una. O sia, invece, un "portale" verso un nuovo inizio, nel segno di quella ciclicità ben rappresentata dall'uroboro.
La Morte che nel web trova spazio, molto spesso, attraverso le immagini. 
Talvolta strazianti come quella del bambino inerme, sdraiato in riva al mare e che rappresenterà per le generazioni future una cruda testimonianza di questo periodo.
Immagini, su un tema, che richiedono una sensibilità pedagogica adatta, perchè divengano occasione per pensare, in maniera costruttiva, a quel senso che fatichiamo molto donare a un evento al quale non ci si può preparare se non vivendolo, attraverso l'esperienza della propria esistenza.
Quasi un ossimoro che Silvia e Serena, Le Signore del Lutto, hanno deciso di dipanare.

In uno scorrere del tempo scandito dall'incessante lavoro di Cloto, Lachesi e Atropo, vi auguro buona lettura.


Benvenute ragazze, vi va di presentarvi brevemente ai lettori del mio blog?
Ci chiamiamo Silvia e Serena, ma chi segue il nostro progetto ci conosce come le Le Signore del Lutto, o semplicemente le Signore. Siamo due amiche con un obiettivo comune: parlare di morte mescolando ironia e compostezza, con lievità e delicatezza, con l’obiettivo di riportare il «grande rimosso» – per dirla alla Bauman – nel discorso comune. Pensiamo, come molti altri stanno facendo, che parlare di morte renda il concetto più familiare, più vicino, contribuisca a investirlo di meno tragicità e freddezza. Perché fare finta di niente è inutile oltreché controproducente. Una cosa importante… Parliamo di morte come “non addette ai lavori”. Non siamo professioniste del settore, né tanatologhe o altro. Facciamo altri lavori, e condividiamo un forte interesse comune.



Definizione, per voi, di educazione e di rete.
La rete è un ampio salotto. Uno “studio” senza limiti di spazio in cui convergono persone con un interesse comune, ognuna portando la propria esperienza, la propria cultura, la propria formazione, le proprie idee. È, per certi versi, la “invenzione” più dirompente del nostro tempo, perché grazie ai social davvero la rete potenzialmente non ha più limiti. Posso condividere idee con chiunque e so in partenza, spesso, che gli interessano, che lo scambio sarà fruttuoso, proprio per il fatto che è in virtù di quello, delle idee, che ci siamo trovati.
L’educazione, invece, nel nostro caso significa sviluppare un tema attraverso punti di vista e strumenti diversi. Parliamo di morte nei nostri eventi attraverso la letteratura, l’arte, il linguaggio. E sulla Pagina Facebook lo facciamo quotidianamente, spaziando dall’attualità al cinema a cose più frivole. Educare e un po’ abituare, un po’ abbattere un tabù.

E la vostra definizione di "morte"?
In Fuoco pallido Vladimir Nabokov scrisse: «La vita è una grande sorpresa. Non vedo perché la morte non potrebbe esserne una anche più grande». Delle tante e magnifiche citazioni che riguardano la morte, è forse una delle più disturbanti, ma anche una di quelle in cui ci riconosciamo di più. Innanzitutto perché include la vita. La morte noi la vediamo come un passaggio, un appuntamento che tutti siamo tenuti a rispettare. Includerla nel nostro orizzonte, pensarci, forse ci aiuta a vivere con maggiore pienezza tutto quel che viene prima.



Perché avete scelto di trattare online un concetto come questo? Cosa emerge dal web, secondo voi, quando si prova a trattare il tema della morte?
Siamo partite dal web per il semplice fatto che è la piattaforma migliore per esporre un’idea e iniziare a vedere che riscontro ha. E poi per questioni di economia. Da una cosa come Salone del Lutto non stiamo guadagnando nulla. È una cosa che portiamo avanti per passione. Non possiamo permetterci un’agenzia di comunicazione, un ufficio stampa né altro. Quindi abbiamo scelto lo strumento che potesse esserci più utile. Allo stesso tempo il web è aperto. Grazie alla rete è possibile un confronto spesso arricchente su un tema come questo.
Dal web emergono tanti sentimenti contrastanti. La maggior parte di chi ci segue lo fa con grande affetto, apprezzando il modo che abbiamo di trattare un tema così complesso e delicato. Qualcuno invece ci critica, ma nei confronti dei critici cerchiamo sempre di motivare le nostre scelte. È poi vero che anche grazie al web la morte sta diventando un argomento di discussione sempre più preso in considerazione. Ovviamente, non possiamo che vederlo in positivo, questo fenomeno.

Con quale obiettivi, invece, al giorno d'oggi i media utilizzano immagini o concetti legati alla morte?
Crediamo che l’obiettivo più frequente sia la volontà di choccare il pubblico, in modo da fargli prendere coscienza di un qualcosa che sta accadendo. Non vogliamo parlare qui delle foto circolate sui social negli ultimi tempi, ma certo mostrare un cadavere e la barbarie di certe morti ha, da sempre, un effetto dirompente. Poi c’è chi invece vuole fare intravedere nei luoghi legati alla morte un concetto meno evidente, cioè la bellezza. Su facebook pullulano le pagine fotografiche dedicate ai cimiteri, ad esempio. Ecco, crediamo che questa sia l’espressione di una nuova sensibilità, o della rinascita di un certo tipo di sensibilità che era presente nell’Ottocento e in buona parte del Novecento, prima che la morte diventasse il “grande rimosso”.

Foto presa da www.diarioinviaggio.it


Siete mai state censurate dai Social Network per via dei contenuti che avete proposto online?
Censurate no, criticate sì. E sempre in relazione a immagini fotografiche. La prima, la foto di una giornalista morta mentre si stava recando a una presentazione. Lo scatto di Enrique Metinides mostra il volto bellissimo di Adela Legarreta, che morì investita da un’auto in Avenida Chapultepeq: gli occhi liquidi, qualche traccia di sangue, i boccoli biondi e una mano elegante con le unghie appena smaltate. Una foto da tabloid di moda, quasi, incredibilmente sensuale e proprio per questo profondamente perturbante. «Non sembra morta». L’altra, uno scatto di Joel Peter Witkin. L’immagine mostra un uomo completamente nudo, decapitato. La cosa curiosa, in questo caso è che la gente è stata colpita più dalla nudità delle parti intime che dall’assenza della testa. L’impressione è che comunque, quanto più un’immagine è realistica, tanto più scuote gli animi.

Qual è il limite dentro il quale è possibile parlare di morte come spunto riflessivo della propria esistenza?
Il limite ce lo siamo date noi con le due parole che abbiamo già citato: “ironia” e “compostezza”. Non vogliamo essere grevi. Non vogliamo che sulla nostra pagina si pianga tutto il tempo, per quanto spesso parliamo di cose serie, drammatiche, tragiche. Ma non vogliamo neppure urtare la sensibilità del pubblico. Il confine dell’ironia, della lievità è molto sottile, a volte quasi impercettibile. Al momento crediamo di averlo rispettato.



Il corpo in rete: quale confine tra emozione (e in questo caso legata al senso del distacco e della sofferenza) digitale e quella reale?
Forse il confine è il tempo a stabilirlo. Chi ha avuto un lutto recente, visto che noi non siamo un gruppo di sostegno a chi ha subito un lutto, è difficile che si approcci alla nostra pagina con distacco. E non è un caso che siano proprio le immagini di corpi – che pubblichiamo molto raramente – quelle che turbano di più. La morte cerchiamo di mostrarla attraverso altre immagini, che quel distacco lo recano già in sé: un dipinto, un percorso cimiteriale, un’opera d’arte…

Quale immagine, film o citazione rappresenta oggi quel senso sulla morte che ritroviamo anche sul 2.0?
Andiamo fuori tema e ti proponiamo il titolo di un film che propone quella che dovrebbe essere la vera paura del nostro tempo. Still Life è uscito a fine 2013. È un film intenso e poetico, delicatissimo. Ma al contempo molto crudo. Perché sceglie di trattare un argomento difficilissimo, che ci fa sentire disarmati e che ci porta a immaginare. È un film sulla morte. La morte in solitudine. Capita a volte che uno abbia avuto una vita intensa, anche, degli amori, degli amici, delle cose da fare. Ma poi, a un certo momento tutto si dirada. Tutto si allontana. E non c’è chi si occupi con amore di questi corpi, e di queste anime, alla fine del loro percorso nel mondo. Più della morte, è la solitudine che dovrebbe farci paura.

Trama e recensione


Siamo alla fine di questa intervista: vi va di parlare dei vostri progetti futuri?

Qualche evento. E poi il Salone. A parte scherzi, è stata un’estate complessa. Ci siamo distratte un po’. Ai progetti stiamo rimettendo mano soltanto ora. 


Ringrazio le Signore per questa splendida chiacchierata.

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