Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

domenica 22 marzo 2015

DRAMA IN EDUCATION: intervista a Elisabetta Ticcò.


 
Quanti conoscono questa particolare  e utile disciplina che nasce nella seconda metà del secolo scorso in Gran Bretagna e che via, via s'è sviluppata in un metodo per acquisire consapevolezza su un determinato problema, mescolando  tra i suoi vari elementi anche il teatro e l'improvvisazione?
E se vi dicessi che è anche una modalità divertente per migliorare le relazioni interpersonali e che potrebbe tornarvi utile nel vostro lavoro di educatore e docente?
Vi ho incuriositi, vero?
Lascio dunque la parola alla professoressa Elisabetta Ticcò, professionista che ho avuto piacere di incontrare qualche tempo fa e che ringrazio per aver accettato di parlarne, attraverso questa intervista,  sul mio blog.
Buona lettura.


Benvenuta Elisabetta su Il Piccolo Doge. Ti va di presentarti brevemente ai lettori del mio blog?

Il mio nome è Elisabetta Ticcò, nata e vissuta qui a Mestre da sempre ed insegnante ai Licei Stefanini fino allo scorso anno. Accanto agli interessi più legati alla mia professione e alle materie che ho sempre insegnato (Italiano Storia e Geografia) ho sempre coltivato con passione e lavorato fin dalla prima gioventù in ambito teatrale, per molti anni in una Compagnia di Mestre, poi, successivamente, portando tale passione anche all’interno del mio lavoro di insegnante. La vera svolta nel campo dei miei interessi teatrali è avvenuta nel 1993, quando , durante uno scambio europeo con una collega di Dublino, ho avuto modo di avvicinarmi per la prima volta al Drama in Education in Irlanda. Da lì si è aperto un lungo periodo di studio e aggiornamento continuo in tale ambito, che mi ha portato dall’UCE di Birmingam, dove ho studiato in due Summer Schools nel 1999 e nel 2000, a Cork, Northampton, Durham,Chester, Edimburgo, Bergen , Varsavia, Malpils in Lettonia, in uno scambio ricchissimo e continuo con colleghi di tutto il mondo, che mi ha dato grandi gioie e soddisfazioni. La mia scuola è stata per anni punto di riferimento per studenti postgraduate in drama in education provenienti dall’Università di Chester e per il loro trainer prof. Allan Owens. Ultimamente ho portato le mie competenze anche al di fuori della scuola, lavorando con gruppi di donne e di adulti in diversi ambiti , tra cui quello dell’Università di Venezia.







Parliamo di Drama in Education: qual è il senso e l’origine di tale disciplina?

 Tale disciplina nasce in Gran Bretagna negli anni Sessanta del secolo scorso, per rispondere ad un’esigenza di alfabetizzazione con metodi alternativi per studenti borderline e stranieri già allora molto numerosi nelle scuole inglesi. Da lì, negli anni successivi, la disciplina ha progressivamente cambiato spazio, diventando parte integrante del curricolo scolastico, e geograficamente si è ampliata fino ad affermarsi in tutta l’area anglofona del mondo, giungendo fino ad Australia e Nuova Zelanda, che attualmente costituiscono un ponte avanzato nell’applicazione di tali tecniche. L’IDEA (International Drama in Education Association)  tutt’oggi è un organismo di respiro mondiale che accoglie in Congressi Biennali in tutti i continenti i responsabili e praticanti a tutti i livelli di tale disciplina. Il senso di tale disciplina, molto brevemente, sta nel proporre un percorso critico di consapevolezza su di un tema o un problema attraverso un percorso di progressiva identificazione dei partecipanti alla situazione in oggetto. Per fare ciò, partendo da un articolo di giornale, un racconto, una poesia, una fotografia, un quadro, si usano determinate tecniche che permettono tale processo di identificazione e che giustificano il lavoro nel suo farsi, senza dover sfociare in un prodotto finale.


Quali sono gli scopi e gli obiettivi di un corso di Drama in Education.


Questo dipende dal contesto in cui esso viene effettuato. Se esso avviene in un contesto scolastico, gli obiettivi sono molteplici: prima di tutto da questo lavoro “pratico” comune alla classe si tende a costruire un nuovo migliore senso di collaborazione e di rapporto interpersonale tra compagni, includendo portatori di handicap, o ragazzi di seconda lingua: questo si è regolarmente verificato ogni volta che l’ho applicato nelle mie classi e in gruppi di studenti di altri Istituti.
In ambito universitario, una finestra su questa disciplina ha permesso a studenti già addestrati  alla performance e all’improvvisazione, di trovare nuovi spunti di approfondimento teorico. Lavorare infine con adulti è stato molto interessante su di un altro versante, perché tale spazio di lavoro ha costituito per tutti loro un respiro creativo che altrove nel quotidiano non riuscivano a trovare, ed ha permesso loro inoltre di scoprire spunti nuovi su tematiche varie. L’esperienza appena conclusa, infine,come formatrice di colleghi delle Primarie e Secondarie Inferiori mi ha permesso di consegnare loro quanto ho imparato per utilizzarlo nel loro lavoro quotidiano: un obiettivo pratico e teorico assieme, estremamente interessante  per loro  e per me.


A chi si rivolge questo percorso e in quali contesti si può adottare?

Tornando a quanto affermato  poco prima, i contesti in cui applicarlo sono molteplici, ed oltre a quelli che ho già citato (scuole di ogni ordine e grado, gruppi di interesse, laboratori universitari, aggiornamento per insegnanti, lettura drammatizzata nelle Biblioteche) si possono aggiungere comunità di vario genere, dalle carceri agli ospedali soprattutto pediatrici, ai dirigenti di azienda eccetera. L’importante è che sia chiaro in partenza l’obiettivo che, in molti casi, esula da un significato puramente “culturale” per colorarsi di accenti più specificamente formativi e sociali in senso ampio, sempre comunque in relazione ad un obiettivo di fondo di miglioramento nelle relazioni interpersonali.


Nei tuoi incontri fai riferimento a un racconto intitolato “Ragazzi verdi”  (The green children): di cosa si tratta e che ruolo ha durante il corso?

Si tratta di un antico racconto inglese, risalente addirittura al 12° secolo, scritto originariamente da Ralph, abate di un monastero cistercense nell’Essex, e da William , canonico del monastero di Newburgh nello Yorkshire. Kevin Crossley-Holland ed Alan Marks lo hanno riscritto in una elegante edizione illustrata che ho recuperata a Dublino anni fa, dopo aver sperimentato per la prima volta il lavoro con colleghe irlandesi a Bergen, durante il Congresso di IDEA.  Tale racconto è lo spunto narrativo da cui parte tutto il lavoro del laboratorio, che si snoda attraverso una serie di attività pratiche che hanno la vicenda dei bambini verdi come riferimento continuo. La loro vicenda, e l’inserimento della bambina nella comunità , accolta da vari personaggi e dal sindaco in un paio di assemblee ,diventano il pretesto per una riflessione sui concetti di comunità e di diversità.



Com’è strutturato il tuo corso?

Il corso di 6 ore complessive è stato strutturato in tre pomeriggi di due ore ciascuno, durante i quali schematicamente le attività sono state le successive: durante il primo pomeriggio si parte da una lettura integrale collettiva del testo proposto, per poi passare ad un brainstorming scritto sui concetti di comunità e di diversità, i cui risultati vengono poi discussi, e si conclude con la costruzione da parte dei corsisti dei profili dei membri della comunità  del villaggio che accoglie i bambini verdi. Durante il secondo pomeriggio si prosegue con la dinamizzazione del personaggio prescelto da ogni corsista, che poi si immobilizza in un gesto che sta compiendo (freeze in a photograph) mentre il drama teacher tocca ad ognuno la spalla  per chiedere  spiegazioni sul personaggio. Si passa poi alla prima assemblea di villaggio, dove il teacher in role come sindaco accoglie la bambina verde che (hot seating) risponde alle domande che le pongono gli abitanti del villaggio. Durante l’ultimo pomeriggio si leggono le pagine di diario che ognuno doveva preparare per casa a proposito della novità dell’arrivo dei bambini. Si passa poi ad una seconda assemblea generale in cui si decide sull’accoglienza o meno della bambina verde nel villaggio. L’attività si conclude con due STILL IMAGES di gruppo sui due concetti di COMUNITA’ e DIVERSITA’.


Cosa ti ha spinto a interessarti di Drama in Education e a proporlo alle scuole?


Lo studio di questa tecnica ha costituito per me l’ideale coniugazione di tanti aspetti che ritengo per me fondamentali: il linguaggio drammaturgico, il respiro internazionale, il contatto con la dimensione creativa attraverso l’incontro di colleghi e persone orientati tutti in questo senso. Ho capito subito che la scuola italiana manca di una componente strutturale di questo genere, senza nulla togliere a tutte le iniziative, spesso di grande valore, dedicate alla costruzione di uno spettacolo teatrale. I ragazzi con cui ho lavorato hanno risposto sempre con grande interesse ed entusiasmo, dando prova di doti espressive inaspettate e di grande inventività. I colleghi del Liceo, pur offrendomi la possibilità di lavorare con i loro studenti, non mi hanno seguito nell’addestramento personale a tali tecniche. Credo che sia il momento di allargare la possibilità per tutti i colleghi di trovare nella dimensione della creatività una chiave di soluzione di alcuni dei problemi di gestione di gruppo che stanno affollando le nostre scuole sempre più negli ultimi anni. 


Mettiamo che qualcuno dopo aver letto l’intervista sia interessato al tuo corso, come può contattarti?


Non essendo in Facebook, Twitter, Linkedin eccetera, ho il mio indirizzo e.mail elisabetta.ticco@fastwebnet.it