Il Piccolo Doge

Il Piccolo Doge
"Pinocchio 2000" opera di Guido Baldessari

lunedì 17 marzo 2014

La storia nera.





Disegno di Emma







Tanto tempo fa, ma potrebbe essere anche ieri, c’era una bimba che vestiva sempre di nero.
Non perché fosse costretta ma perché le piacevano abiti e cose di quel colore.
Portava nastri neri fra i capelli, un vestitino nero con dei ricami neri, un cinturino nero adornato con delle perline nere, calze nere e scarpine lucide di colore nero.
Tutte le altre bambine preferivano il rosa, il pesco, il fucsia, il lilla è tutte le sfumature che ricordassero uno di questi colori e tutte giocavano con le bambole mentre lei rincorreva i rospi dello stagno nel grande giardino di casa sua.
Tutte, alla sera, ritornavano linde come quando erano uscite al mattino mentre la bimba che amava il colore nero rincasava sempre sporca, dalla testa ai piedi, di terra e fango.
Ben presto tutti iniziarono ad evitarla perché non era come gli altri ma a lei non importava perché come gli altri non voleva essere, perché lei era lei e non gli “altri”.
E si ritrovò sola.
Perché la gente di quel paesello abituata al solito, all’ovvio, a quel che per essere giusto dovesse essere solo in una maniera e non in un’altra, non riusciva ad accettare una bimba così strana che si vestiva solo di nero, che giocava con i rospi e che faceva tutto il contrario delle altre bambine.
Un giorno si sparse la voce di un mostro tutto nero che s’aggirava per le viuzze della cittadella, nelle notti nere, nere prive di luna in cerca di chissà cosa.
Così tutti, una volta calato il sole dietro le montagne, si rinchiudevano dentro casa terrorizzati.
Tutti tranne una, la bimba che si vestiva di nero che all’idea di un mostro tutto nero non seppe resistere
- "Tutto nero!"- disse a se stessa estasiata -”Lo devo vedere!”- decise poi.
Attese con trepidazione il novilunio e quando giunse, dopo aver dato il bacino della buonanotte ai suoi genitori,  mise un cuscino ed una palla sotto le coperte del suo lettino, per beffare la mamma e il papà, ed uscì in punta di piedi dalla porta secondaria che dava sul grande giardino con lo stagno.
Dopo una bella camminata giunse nella piazza del paesello.
Non c’era nessuno.
Deserto.
Tutto immobile ed avvolto in una oscurità nera, nera.
Iniziò a camminare per la piazza e poco dopo si accorse che, dietro alla grande fontana in pietra c’era una macchia, tutta nera, ma così nera che un nero così intenso non lo aveva mai visto!
E le si avvicinò pian, piano: dietro la fontana la macchia nera sussultava, singhiozzava, piagnucolava tutta sola.
La bimba le si sedette accanto, sul gradino in pietra, ed allungò lo sguardo nero, vispo e curioso verso la macchia che altri non era che il mostro tanto evitato da tutti.
“Perché piangi?” le chiese senza timore. Il mostro alzò il muso e solo allora si accorse della presenza della bimba al suo fianco ed esplose in un pianto disperato.
La bimba sollevò le nere sopracciglia ed osservò divertita gli occhietti rossi del mostro e la  sua enorme bocca, uniche cose che si stagliavano dalla figura di quella nera ed oscura creatura.
“Perché piangi?” chiese lei con un’ostinazione che solo i bimbi più caparbi e decisi sanno d’avere.
“Perché sei una bambina ed io ti faccio paura!” rispose il mostro tirando su con il naso, caso mai ne avesse avuto uno in mezzo a tutto quel nero.
“Ma no!” rispose lei sorridendogli.
“No?” gli fece eco lui, sgranando i minuscoli occhietti rossi.
“Davvero, davvero!” aggiunse la bimba sbattendo i tacchi delle scarpine nere e lucide contro il selciato.
Il mostro sorrise mostrando denti aguzzi degni di un leone "Sono un mostro e mi tocca spaventare i bambini. Ma a me non piace farlo e allora tutti gli altri mostri mi evitano e sono rimasto solo!" parlò tutto d’un fiato come chi teme che il proprio interlocutore possa sparire da un momento all’altro. Poi aggiunse "A me piace colorare, amo tutti i colori. Non voglio spaventare le persone!"
La bimba che più di chiunque altro poteva capire mise la sua paffutella e rosea manina sopra la zampa del mostro e la strinse delicatamente. Un puntino rosa in un rotondeggiante ammasso nero e peloso.
Lei gli sorrise e poco dopo, tenendosi per mano, lasciarono la piazza assieme.
Passarono i giorni e un mattino di marzo, che si sa essere il mese più pazzo dell’anno, comparve nel bel mezzo della piazza, accanto alla fontana, una casa tutta nera.
Nera era la porta, neri i battenti delle finestre, nere le tende, nero il campanello, nera la grondaia ma sopratutto neri erano il tetto ed il camino.
I bambini che si affacciavano sulla piazza stavano con il naso all’insù a guardare stupefatti il tetto della casa, in particolar modo indicavano con un certo stupore mista ad eccitazione il caminetto. Gli adulti, attirati da tutto questo trambusto provavano a sollevare lo sguardo ma non vedevano nulla che un semplice tetto ed tipico camino, neri entrambi così come era nero tutto il resto della casa.
Anzi, si chiedevano da dove fosse sbucata quella strana abitazione mai vista prima di allora.
In ogni modo i bambini non poterono far a meno di correre verso la porta ed entrare dentro la misteriosa magione, seguiti velocemente dai grandi. Una volta varcata la soglia videro la bimba che amava vestire di nero e tutti i bambini la circondano entusiasti, nominando più volte il camino.
Lei sorrideva soddisfatta.
Gli adulti raggiunsero subito il gruppetto e finalmente sentirono dai bambini cosa li elettrizzava  così tanto: dal camino pareva uscire un arcobaleno. I grandi affermarono che niente del genere usciva dal camino e fu solo allora che la bimba tutta vestita di nero fece cenno di seguirla fuori.
Tornati tutti in piazza la bimba indicò il camino.
Niente, i grandi continuavano a non veder nulla mentre i bambini urlavano felici confermando che, invece,  l’arcobaleno diveniva sempre più intenso.
La bimba che amava il nero disse agli adulti che era normale che non vedessero nulla, perché erano… grandi! E come tutti i grandi avevano dimenticato di come si potesse guardare oltre l’apparenza, capacità che solo chi smette di inseguire i propri sogni perde d’avere e aggiunse che, per vedere l’arcobaleno, dovevano pensare a qualcosa che, da piccoli, amavano fare ma che per colpa del giudizio altrui avevano accettato di nascondere da qualche parte dentro al loro cuore, dimenticandosene.
Gli adulti provarono  incitati anche  dai bambini e poco dopo  ci fu chi iniziò a ricordare e così a vedere.
C’era chi ricordò d’aver amato dormire a testa in giù, chi danzare ad ogni ora del giorno, chi d’aver amato parlare con la propria ombra, chi amava collezionare le cannucce colorate per fare costruzioni strampalate.
Meravigliati chiesero alla bimba che vestiva di nero chi le avesse insegnato questo e lei ricordò che nessuno le aveva insegnato un qualcosa che a differenza degli adulti non aveva mai smesso di fare.
Piuttosto disse che c’era chi le aveva spiegato cosa dire ai grandi per far sì che potessero vedere anche loro l’arcobaleno e proprio in quel momento, sull’uscio della casa nera, apparve il grande mostro nero.
Nessuno però lo vide come tale perché ormai, tutti, riuscivano a vedere con gli occhi del cuore ed il mostro apparve quindi  bellissimo, così come lo era dentro.
Da quel giorno nè la bimba che amava vestirsi di nero nè il mostro nero furono più soli.
Ma forse, loro, soli non lo erano mai stati così come chi si tiene stretto, stretto al cuore il proprio sogno e la capacità di vedere, attraverso questo, oltre all’apparenza e ai pregiudizi.
E talvolta anche uno splendente arcobaleno uscire fuori da un nero e semplice camino.



Disegno di Monica, mamma di Emma.
Perché le fiabe si vivono assieme...
 








Pubblicato su TuttoPerLaMamma

Sylvia Baldessari